TARANTO – “Io non ho corrotto nessuno, men che meno il prof. Liberti. Quei 10.000 euro sono stati, da me, consegnati a mons. Papa il 27 marzo 2010, alle ore 9.30, nel suo studiolo”. Ancora: “Per difendere la mia onestà e la mia innocenza sono pronto a lasciarmi morire, soprattutto per difendere la dignità dei miei cari”. Sono due dei passaggi più significativi della ‘confessione’ di Girolamo Archinà. Un documento esclusivo, quello in possesso di TarantoBuonaSera. Una pagina scritta di pugno dall’ex uomo delle Pubbliche Relazioni Ilva. “Ogni giorno di libertà sottratta ad altri non può che pesare nella coscienza di chi ne è attore. Io mi sento sereno, anche se, ormai, la mia esistenza è distrutta, perché lo è la mia famiglia” scrive l’ex dirigente del Siderurgico, estromesso dall’attuale presidente Ferrante quando -la sera del 4 agosto scorso – sono cominciate a circolare le indiscrezioni giudiziarie sull’inchiesta che lo vede indagato come perno di un sistema di presunta corruzione.

Soldi e regalie, per ‘aggiustare’ i rapporti della grande fabbrica con la Taranto che conta: questo, per la Procura, era il metodo Archinà. “Grido la mia innocenza” scrive ora quello che era l’ufficiale di collegamento tra fabbrica e città dell’esercito-Ilva guidato dal generale Riva. “Sono altri che dovrebbero sentire la necessità di chiedere perdono a Dio per le loro omissioni”, conclude Archinà. Proprio le ‘omissioni’, le mancanze nei controlli, le cose non dette, sono uno dei tanti rivoli che confluiscono nel fiume della cosiddetta inchiesta bis sull’Ilva. Un fiume, sussurrano da Palazzo di Giustizia, prossimo a straripare, ed abbattersi sulla città in giacca e cravatta. Un’indagine avviata tre anni fa, non ancora conclusa, che ha puntato i riflettori su autorizzazioni, permessi e controlli per le discariche all’interno delle aziende tarantine. Non solo l’Ilva. E’ nel quadro di questa inchiesta che sono stati interrogati dalla Guardia di Finanza, in qualità di persone informate dei fatti, l’arcivescovo emerito di Taranto, mons. Papa, ed il suo segretario, Marco Gerardo. Entrambi sono stati ascoltati sui 10.000 euro passati, secondo l’accusa, dalle mani di Archinà a quelle di Liberti, all’epoca dei fatti consulente della Procura, in un autogrill della A14, il 26 marzo del 2010, all’interno di una busta. Una mazzetta per truccare i dati di una perizia sulla diossina, secondo gli investigatori, che dispongono di un video in cui è registrato l’incontro. Lo stesso giorno, come dimostra un’ulteriore serie di documenti di cui Taranto-BuonaSera è in possesso, Archinà riceve dalla cassa dell’Ilva proprio 10.000 euro destinati espressamente a ‘Offerta per Arcivescovo’: “Vi chiediamo di predisporre la somma di 10.000,00 (diecimila) euro, da utilizzare per offerta alla Chiesa di Taranto in occasione della Santa Pasqua”. Una richiesta del 25 marzo che il 26 viene firmata “per ricevuta”. Non un’offerta isolata, ma una prassi consolidata. Dal 2007 l’Ilva versa 10.000 euro ogni Pasqua e 5.000 euro ogni Natale, tutto fatturato sotto la voce ‘Offerta ad Arcivescovo’. Fa eccezione Natale 2008. Il contributo è infatti di 50.000 euro (più iva) archiviato come sponsorizzazione per le ‘cerimonie commemorative 40.le visita Papa Paolo VI’, ed è indirizzato a Dialogo a r.l., riconducibile alla curia. Dal dicembre 2011, come impone la normativa, il contributo è liquidato con assegno. Ce ne sono due. L’intestatario del primo è “mons. Papa Benigno Luigi”, la cifra è più alta: 10.000 euro, per l’ultimo Natale di Papa da vescovo. Il secondo, e con ogni probabilità l’ultimo, vista la ‘rinuncia’ dell’Arcivescovado, sempre da 10.000 euro – per Pasqua – è “all’ordine di: mons. Santoro Filippo”.

Giovanni Di Meo

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