Cosa resta di quel 26 luglio di sei anni fa | Tarantobuonasera

09 Dicembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 08 Dicembre 2021 alle 22:53:00

Cronaca

Cosa resta di quel 26 luglio di sei anni fa

La raffica di arresti e sequestri negli impianti dello stabilimento Ilva


Doveva cambiare tutto.
Gli impianti portatori di «malattia
e morte» avrebbero dovuto essere
spenti, in esecuzione dei sequestri
senza facoltà d’uso. Non avverrà
mai. O meglio, non è avvenuto. Per
ora, forse.
Il 26 luglio 2012 esplodeva quello
che per l’Italia diventerà il caso Ilva.
Ordinanze d’arresto e provvedimenti
cautelari sono firmati dal gip Patrizia Todisco su richiesta del procuratore
Franco Sebastio.

In fabbrica a Taranto
entrano i carabinieri per mettere i
sigilli (che resteranno virtuali, prima
di tante anomalie giudiziarie di una
vicenda senza precedenti) ed escono
gli operai. Scioperi, blocchi stradali,
proteste. Contro chi, contro cosa?
Otto lunghi anni dopo, Ilva continua
a produrre acciaio, come disposto
dal famoso/famigerato primo decreto-legge
del dicembre 2012. Ne produce
meno, quindi inquina di meno,
quindi c’è lavoro per meno operai,
che hanno conosciuto ammortizzatori
sociali, contratti di solidarietà
e cassa integrazione, salari ridotti,
mutui negati. Ancora adesso, non
si sa sino a quando la “fabbrica più
grande d’Europa” continuerà a farlo
– produrre, inquinare, dare lavoro, in
ordine sparso.

Non ci sono più i Riva, travolti dalla
bufera giudiziaria, non ci sono ancora
i nuovi padroni, i francoindiani di
ArcelorMittal o chissà chi. Ci sono i
commissari, Gnudi Carrubba Laghi,
e prima ci sono stati Bondi Ronchi,
e la suggestione del preridotto, ed i
tumori “che vengono dalla sigarette,
questa è una città portuale e di contrabbandieri”,
frase detta o forse no.
Rinaldo Melucci, Martino Tamburrano
e Michele Emiliano siedono
sulle poltrone di sindaco, presidente
della Provincia e della Regione
che quel pomeriggio di otto anni fa,
quando di Ilva e di Taranto si iniziò
a parlare oltre i confini della Puglia,
erano appannagio di Ippazio Stefàno,
Gianni Florido e Nichi Vendola.
C’è un processo, Ambiente Svenduto,
che non ha dato ancora i suoi
verdetti.
C’è il governo gialloverde dell’avv.
(del popolo, ipse dixit) prof. Giuseppe
Conte e di Movimento Cinquestelle
e Lega-non-più-Nord, non ci
sono più i Monti e i Clini e neppure
gli Enricoletta, gli Andreorlando, i
Renzi e i Galletti, e i Passera/Zanonato/Federicaguidi/Calenda.

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