22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Aprile 2021 alle 15:06:21

Cronaca

Morte bianca nella raffineria Eni: scattano due condanne


TARANTO – Due condanne, entrambe ad un anno di reclusione. Cala il sipario sul processo, in abbreviato, per un imprenditore, titolare di un’azienda dell’appalto Eni, ed il capocantiere, imputati di omicidio colposo per la morte bianca alla raffineria di Taranto. Una tragedia sul lavoro che risale al 5 novembre del 2010, quando a perdere la vita fu un operaio stattese, Vincenzo D’Andria, 42 anni, impiegato in una ditta dell’appalto. Ad ucciderlo, un volo da un’altezza di venti metri. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, mentre effettuava dei lavori di manutenzione del tetto insieme a tre colleghi D’Andria precipitò in una cisterna di carburante vuota, riportando lesioni fatali.

I dispositivi di protezione – pur forniti dall’azienda siciliana dell’indotto per la quale D’Andria lavorava – non sarebbero stati utilizzati in maniera corretta. L’operaio indossava l’imbracatura ma il cavo di acciaio a cui era agganciata la cintura di sicurezza si sarebbe trovato in una posizione “sbagliata”: anche se agganciato ad una balaustra del serbatoio, non era in tensione ma appoggiato per terra, quindi in contrasto con quanto stabilito dalle norme in materia di prevenzione degli infortuni sui luoghi di lavoro. Per questo, quando l’operaio ha perso l’equilibrio, il cavo non ha retto e lo sfortunato lavoratore è precipitato al suolo. Per lui non ci fu niente da fare, nonostante l’allarme lanciato immediatamente dai colleghi. La vicenda è quindi sbarcata in tribunale. Sotto accusa per omicidio colposo e per il mancato rispetto delle norme di sicurezza sono finiti, come detto, il datore di lavoro (legale rappresentante dell’azienda dell’appalto con sede a Siracusa) e il capocantiere. Quest’ultimo, secondo l’accusa, avrebbe dovuto vigilare sull’effettiva osservanza delle norme sull’uso dei dispositivi di protezione individuale. I familiari della vittima, costituitisi parte civile tramite gli avvocati Fabrizio Lamanna e Gaetano Vitale, hanno presentato richiesta di un maxi risarcimento, pari ad un milione di euro.

G.D.M.

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