Cronaca

​«Ora sappiamo chi ha ucciso Aldo Moro»​

Parla Gero Grassi, l’ultimo dei morotei


È stato lui a volere la seconda commissione d’inchiesta sul caso Moro. Troppe verità negate per quasi quarant’anni sull’episodio più drammatico della storia della Repub­blica Italiana. Gero Grassi, pugliese di Terlizzi, è stato il deputato promotore e relatore della proposta di legge che nel 2013 ha istituito la nuova commissione con l’obiettivo di spazzare bia le ombre, tante, che hanno avvolto quei dramma­tici 55 giorni che nel 1978 cambiarono per sempre il nostro Paese.

On. Grassi, lei ha scritto un libro sul caso Moro, “La verità negata”. Quale è questa verità negata sull’omicidio del presidente della Dc?
Per capire cosa è successo in via Fani bisogna comprendere il contesto prece­dente al 16 marzo. Si respirava aria di ra­pimento. Io parlo in base agli atti emersi dal lavoro della seconda commissione Moro, quella presieduta dall’on. Fioroni. In via Fani c’è stata una concentrazione di presenze: la banda della Magliana, i servizi segreti italiani e stranieri, le Brigate Rosse… E poi il bar Olivetti…

Cosa aveva a che fare quel bar col rapimento Moro?
Il 16 marzo quel bar era aperto e non chiuso come è stato detto per quasi qua­rant’anni. Quello era un luogo frequenta­to da Carminati, De Pedis, Badalamenti, Coppola. In quel bar si ritrovavano la ‘ndrangheta, le Br, i Nar.

Terroristi rossi, neri e criminalità organizzata insieme?
Le Br e i Nar facevamo operazioni con­giunte, come le rapine nelle armerie. Poi si spartivano il bottino.

Dalla prima commissione d’inchiesta ad oggi in che modo è cambiata la ricostruzione del caso Moro?
Prendiamo la dinamica del rapimento. Le Br non sapevano sparare, almeno non nel modo in cui fu compiuto quel massacro. Disse Franceschini che loro si sparavano sui piedi… Arafat fu molto chiaro nel sottolineare come quella strage fosse stata opera di professionisti. Pensiamo­ci: vengono ammazzate cinque persone e viene salvato esattamente l’uomo che volevano rapire. Quella è stata opera che ha visto incrociarsi Kgb, servizi francesi e tedeschi, il Mossad e la P2.

Ma tirando in ballo la P2 ad ogni mistero italiano non c’è il rischio di banalizzare la ricerca della verità?
Niente affatto. Alla P2 era legato Mar­cinkus, il presidente dello Ior. Lui voleva la morte di Moro e ostacolò persino la raccolta fondi promossa da Paolo VI presso suoi amici milanesi ebrei nel tentativo di pagare il riscatto per sal­vare Moro. Nella P2 c’erano generali, magistrati, politici, imprenditori, tutti acerrimi nemici di Moro. Il 17 gennaio Gelli riunisce un vertice di piduisti a Villa Wanda e dichiara l’intento di in­ terrompere il circuito politico messo in moto da Moro. C’era convergenza tra gli obiettivi della P2 e delle Brigate Rosse.

A proposito dello Ior, alla banca vaticana apparteneva un complesso edilizio che è entrato nella relazione Fioroni, quello in via Massimi n. 91.
Infatti. Già il 17 marzo la Guardia di Fi­nanza arriva in via Massimi, ma non vi può entrare perché quell’edificio godeva di extraterritorialità.

Cosa c’era in via Massimi, 91?
Ci abitavano due incensurati insospet­tabili, due ex coniugi, che qualche mese dopo, tra ottobre e novembre 1978, ospi­tarono Prospero Gallinari su richiesta di Morucci e Faranda. Abitavano al primo piano e in quella abitazione si poteva accedere dal garage. Di quell’apparta­mento scrisse anche Mino Pecorelli. È fondato ritenere che quella sia stata la vera prigione di Moro e che quelle due persone siano state i suoi carcerieri e che lì ci sia stato lo scambio di auto dopo il sequestro. La storia del covo di via Montalcini è una invenzione di Morucci presa per buona dal giudice Imposimato.

Perché Moro? Qual era il nodo politi­co alla base della sua uccisione?
Moro stava realizzando la democrazia compiuta, ma questo disegno era malvi­sto dai soggetti internazionali che quindi ne decretarono la morte. Moro voleva superare Yalta e questo metteva in crisi certi schemi. Per questo fu ucciso. Non dimentichiamo che Henry Kissinger già quattro anni prima aveva intimato a Moro di smetterla di perseguire il suo obiettivo altrimenti l’avrebbe pagata cara.

In Italia a chi sono attribuibili le responsabilità della mancata libera­zione di Moro?
Ci sono responsabilità dei singoli. Penso a Cossiga, ad Andreotti, a Pecchioli (de­putato del Pci, ndr). Non fecero nulla. Il Parlamento non si riunisce neppure una volta per affrontare il caso Moro in quei 55 giorni.

Siamo ancora lontani dallo scoprire la verità su via Fani?
No, gran parte della verità oggi è nota e lo è grazie al lavoro della commissione Fioroni che ci porta anni luce in avanti rispetto alle precedenti ricostruzioni. Oggi siamo vicini alla verità più di quanto si possa immaginare.

È cambiata anche la lettura del me­moriale di Morucci e Faranda?
Quel memoriale non regge alla luce dell’ultima relazione della commissione d’inchiesta, quella depositata alla Came­ra il 13 dicembre scorso. Il memoriale Morucci-Faranda contiene verità di co­modo costruite da brigatisti, magistrati, Cossiga, Pecchioli.

Lei si definisce l’ultimo dei morotei. In che cosa consisteva il moroteismo?
Nella volontà di includere, nella parte­cipazione. Nel desiderio costituzionale di mettere la persona al centro della politica e della società.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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