Cronaca

«Se l’Ilva chiude rischio tsunami»​

Valentino Gennarini, decano degli agenti marittimi, invita ad intervenire prima che sia troppo tardi​


Riceviamo e pubblichiamo:

Piaccia o non piaccia, l’economia di Taranto,
sempre più povera, non è solo fortemente
dipendente, ancorata all’industria,
ma ne è totalmente incardinata, essendo
ineluttabilmente su di essa fondata.
E ciò, sebbene possa far storcere il naso
a più di qualcuno, è un assioma, un dato
di fatto al momento incontrovertibile.
E, piaccia o non piaccia, tre sono le colonne
portanti dell’economia tarantina:
Ilva, Eni e Marina Militare.

Senza dimenticare che acciaieria e
raffineria tengono le redini della stessa
industria nazionale, facendo sì che l’Italia
sia la seconda potenza manifatturiera
in Europa, dopo la Germania, e che la
sola Ilva vale l’1% del Pil. Non a caso
rientra nei Sin, siti di interesse strategico
nazionale.
Piaccia o non piaccia, questi sono i fondamentali
produttivi del Paese e ciò è
ancor più vero per Taranto!
Del resto, a sei anni ormai dal clamore
suscitato dall’inchiesta della Procura
jonica con le conseguenze ormai note a
tutti (decreti salva Ilva per scongiurare
il blocco impianti, amministrazione
straordinaria, contratto di vendita ad AM
InvestCo Italy srl e si vedrà nei prossimi
giorni con andrà a finire), la situazione
non è certo migliorata né dal punto di
vista ambientale, fatte salve le minori
emissioni dovute al rallentamento della
produzione, né da quello lavorativo e,
soprattutto, non è emersa alcuna valida
alternativa che possa garantire la medesima
ricchezza e la stessa platea occupazionale.
Sia in termini di unità diretta
che dell’indotto.

Piaccia o non piaccia, chiamasi realtà
dei fatti!
Turismo e cultura, diciamolo subito, non
potranno mai assorbire lo stesso numero
di occupati. Ma al di là di questo dato,
basta guardarsi intorno per rendersi conto
che questa non è una città votata al turismo:
degrado, inciviltà e sporcizia, spirito
di accoglienza spartano nel senso deteriore
del termine, strutture ed infrastrutture
carenti, collegamenti da piangere, strade
impercorribili, parcheggi inesistenti, arrivi
mordi e fuggi. Il turismo di professione
multistagionale è ben altro!
Si parla a tambur battente di bonifiche.
Ok, ma la domanda chiave resta tuttora
priva di risposta: da dove dovrebbero
venire i fondi per le bonifiche? Dallo
Stato, dai privati?

Ed ancora, lo Stato
da dove prenderebbe i soldi utili a tale
opera? Dall’Ue, si dice. Bene, ma a fronte
di quale progetto reale di riconversione?
Bagnoli docet! Dei megagalattici investimenti
solo il 20% realizzato, il carotaggio
dei terreni ha rilevato un livello
di inquinamento ben peggiore di prima
e inchieste a ruota della Magistratura.
Dimenticavo, i lavoratori tutti a spasso
alla scadenza degli ammortizzatori sociali.
Se il futuro prospettato è questo… anche
no!
Veniamo ai privati. Perché mai degli
investitori, nazionali o esteri, dovrebbero
imbarcarsi in un generico progetto
di bonifica, senza garanzie di rientro?
Ma, soprattutto, chiedo ancora: quale
alternativa concreta e fattibile esiste?

Alternativa in grado di essere spendibile
e fruibile in tempi brevi, perché mutui
ed affitti non aspettano, e che almeno
garantisca occupazione al medesimo
numero di lavoratori attuale: 13mila diretti,
20mila indiretti!!! Non mi stanco
di ripeterlo: quale piano B consente di
essere paragonabile per valenza all’Ilva?
Un piano B proficuo per chi investe e per
gli eventuali impiegati? Vorrei saperlo, altrimenti restano parole nel vuoto.
Stiamo rischiando uno tsunami, uno
tsunami che si avvina sempre più e, se
non sarà deviato, sarà una bomba sociale
senza precedenti.
Vorrei poi ricordare a quel parlamentare
che ha sostenuto, sulle pagine di
un quotidiano locale, che “sarà lo Stato
a dover trovare un nuovo sviluppo”
che lo Stato non fa iniziativa privata!

La nostra Costituzione sancisce che”
l’iniziativa economica privata è libera”
(art. 41) e che deve essere promossa,
ma lo Stato non può sostituirsi ad essa.
Perché un’impresa deve fare profitto per
sopravvivere, uno Stato deve mantenere
l’equità sociale e questo cozza con l’idea
stessa di impresa. Il pubblico deve creare
le condizioni perché il privato investa
e lo faccia nei termini e nelle modalità
previste dalla stessa Costituzione e dalle
leggi ordinarie!
Facciamo un passo indietro. 1995: vendita,
anche se sarebbe più esatto parlare
di svendita, di Italsider alla famiglia
Riva. Era quello il momento propizio
per pretendere, imporre ed intervenire
su sicurezza ed ambiente, vista la mole
dei prepensionamenti che precedettero
la cessione, onde facilitare la stessa, ed
i costi per l’ambientalizzazione chiaramente
meno gravosi rispetto ad oggi.
Cosa che, invece, non è avvenuta. Nel
più assordante silenzio.

Ed è memori di questo gravissimo errore
che bisogna agire oggi, ad ogni costo, in
termini di sicurezza ambientale e sociale,
nell’interesse della città e degli operai.
Abbiamo il dovere di difendere, sostenere
ed accompagnare questi lavoratori nella
sacrosanta lotta per i loro diritti, essendo
la classe più debole.
Ma in questo esatto momento storico, va
detto che neanche gli imprenditori se la
passano bene. Tutt’altro.
Sono privi di ammortizzatori sociali, a
qualcuno viene sequestrata la casa, altri
in Italia si sono addirittura suicidati.
A Taranto le aziende dell’indotto vantano
ancora crediti, mentre la stessa Ilva va
perdendo clienti e commesse, proprio
stante il clima di incertezza intorno alla
vicenda.

La perdita di esercizio è stimata tra i 35
ed i 50 milioni di euro al mese, con un
calo di produzione a 6 milioni di tonnellate
annue mentre, paradossalmente,
continuiamo ad importarne circa 12
(fonte IlSole24Ore del 21 maggio 2018),
più dell’intero output nazionale del 2017,
che si attesta sugli 11. Aggiungiamo che
stanno per terminare i soldi dell’amministrazione
straordinaria ed è facile intuire
che siamo vicini al baratro sociale!
A ciò si aggiunga che l’infausta chiusura
di Ilva avrebbe drastiche ripercussioni
anche sul porto. Il rischio più immediato
è la perdita dell’Autorità portuale. Si consideri
che l’A.P. si sostiene massimamente
proprio grazie alle tasse di ancoraggio
pagate dalle navi che lavorano con il sideurgico.
Una sola nave che attracca al IV
sporgente, ad esempio, paga 125mila euro
ad approdo. Consideriamo anche i diritti
delle concessioni demaniali che Ilva paga
per i pontili II, III e IV e per il molo ovest
fuori dalla rada di Mar Grande.

Come potrebbe continuare ad esistere
l’Autorità portuale senza questi introiti,
ritenuto che la movimentazione container
è pressoché ridotta ai minimi termini,
dopo il commiato di Evergreen e l’assenza,
a distanza di anni, di un nuovo
operatore?
Davvero ci si vuole assumere la responsabilità
di una devastazione sociale ed
economica derivante da uno tsunami
industriale?
E’ il lavoro che crea ricchezza ed una
città che non crea ricchezza è destinata
a morire!

Valentino Gennarini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche