29 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 28 Ottobre 2020 alle 19:53:45

Cronaca

Il New York Times ​attacca: ​“Schiave pugliesi”, bufera sulla moda​

L’inchiesta giornalistica shock


“Migliaia di lavoratrici sottopagate
creano indumenti di lusso senza contratto o assicurazione”.
In un articolo dal titolo “Inside Italy’s
Shadow Economy”, il New York Times ha attaccato
la moda italiana, accusando alcune grandi aziende,
di sfruttare il lavoro nero, pagando le sarte un euro
all’ora, in Puglia.

Nell’articolo, il New York Times
paragona le condizioni di lavoro in Italia a quelle
in India, Bangladesh, Vietnam e Cina. “‘Made in
Italy’, ma a che prezzo?” si chiede il quotidiano.
Donne pugliesi come schiave, quindi, secondo il
prestigioso giornale statunitense.
«Un attacco vergognoso e strumentale», così presidente
della Camera della moda Carlo Capasa
definisce l’articolo del New York Times che parla
delle ombre dell’economia italiana e della moda
in particolare, per la quale – secondo il quotidiano
americano – sono in molti a lavorare da casa, sottopagati
e senza contratto, vale a dire in nero.

Nell’inchiesta realizzata in Puglia, intitolata ‘Inside
Italy’s Shadow Economy’ si racconta, con testimonianze
anche anonime, il lavoro di migliaia di
donne che ricevono dal laboratorio locale un euro
per ogni metro di stoffa cucita o ricamano paillettes
per 1.50-2 euro l’ora.
Di questa manodopera si servirebbero grandi
marchi attraverso il contoterzi.

«Hanno attaccato
questi marchi in maniera indegna – dice Capasa –
per questo prepareremo una nota congiunta insieme
agli avvocati».
Da qualche anno esiste, per il tessile e la pelletteria,
una campagna mondiale, Clean Clothes Campaing,
con una sezione italiana – campagna Abiti Puliti
– che lavora per la sensibilizzazione sui temi del
salario dignitoso, la salute e la sicurezza, la trasparenza
e il lavoro migranti, oltre a pressione verso
imprese e governi.
«Se hanno trovato un reato c’è obbligo di denuncia,
perché non l’hanno fatto?» si chiede Capasa, per
il quale «i nostri contratti sono tutti a tutela dei
lavoratori».

«Quello del New York Times è un attacco strumentale
che nasce – dice il presidente di Camera
Moda – senza aver fatto una vera indagine. Io sono
pugliese e la Puglia non è il Bangladesh. Citano
fonti sconosciute e dicono anche che in Italia non
abbiamo una legge sul salario minimo e questo è grave: le nostre – sottolinea – sono aziende serie,
se i subcontratti hanno fatto delle stupidaggini
questo va perseguito, ma condividiamo tutti lo
stesso contratto per la tutela dei lavoratori. Se poi
volevano demonizzare il lavoro domestico – prosegue
– trovo che sia sbagliato, ha un senso purché
sia ben pagato».
«Replicheremo a New York Times in modo pesante»
annuncia Capasa. E il motivo è che «siamo
il Paese che ha fatto di più per questi diritti, il
primo a perseguire gli abusi, non c’è nessuna
connivenza delle aziende italiane perché non ne
hanno bisogno, non abbiamo bisogno di sfruttare
nessuno».

Secondo Capasa c’è un motivo per cui
questo articolo è uscito adesso: «A Milano inizia
la fashion Week con il green carpet, siamo bravi e
questo dà fastidio». Per Miuccia Prada «nessuno è
sano ma ognuno fa del suo meglio, accanirsi solo
con la moda è sbagliato. Tutte le aziende hanno
codici e ispettori ma il mondo reale – sottolinea
– è più complicato, c’è sempre qualcuno che si fa
corrompere».
Certo, anche «la moda ha le sue colpe, ma sono sicura
che aziende di altri settori faranno anche peggio.
Questo non è un mondo perfetto e siamo tutti
colpevoli, i problemi – conclude – sono ovunque».

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