24 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 24 Ottobre 2020 alle 07:06:06

Cronaca

​Quei terribili anni di sangue e di terrore​

​Le sanguinose vicende che sconvolsero Taranto tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni ‘90​


L’equilibrio fu rotto il 23
settembre 1988. Un killer fredda sull’uscio
di casa don Ciccio Basile, boss di antico
stampo della malavita tarantina. Era lui
che, tra usura e traffico di reperti archeologici,
garantiva la pax mafiosa in città.
Sono trascorsi trent’anni da quel primo
fondamentale omicidio. Ma ci vorrà un
altro anno prima che la città venga insanguinata
dalla faida bestiale tra i fratelli
Modeo: la guerra dell’89-’91.

La morte di Ciccio Basile spiana la strada
ai nuovi clan. Da una parte c’è Antonio
Modeo, detto “Il messicano”. Suoi sodali
sono Salvatore De Vitis e Antonio Vuto.
Quest’ultimo e Modeo aderiscono alla
Nuova Camorra Organizzata di Raffaele
Cutolo e sarebbe stato proprio il boss di
Ottaviano a benedire l’eliminazione di
Basile.
Antonio Modeo, però, ha tre fratelli:
Riccardo, Gianfranco e Claudio, che poi
stringeranno una alleanza con Salvatore
“manomozza” Annacondia, lo spietato
boss di Trani.
Fra Antonio Modeo e gli altri tre fratelli
non corre buon sangue e nemmeno intesa
sul traffico di eroina. E che alle soglie
dell’estate dell’89 stia per accadere qualcosa
di irreparabile lo si intuisce da alcuni
inquietanti episodi.

A maggio viene assassinato
Vito Masi, altro boss della vecchia
guardia. E in quelle settimane ci sono
strani movimenti d’auto che preparano il
terreno alla guerra che si scatenerà da lì
a poco. Un capannone nelle campagne tra
Statte e Crispiano comincia ad affollarsi di
auto di grossa cilindrata. Bolidi rastrellati
in giro per la provincia e affidati a Michele
Galeone, muratore stattese, uomo fidatissismo
e autista personale di Antonio Modeo.
A cosa servono tutte quelle macchine
dalla potenza così esplosiva? Galeone si
lascia sfuggire una frase che gli costerà
la vita: «Ci stiamo preparando alla guerra
contro Riccardo».
Galeone sarà assassinato la mattina del
31 agosto, al bivio tra Statte e Crispiano.
Lui è al volante di una Fiat Uno. Viene
raggiunto e fermato da una Lancia Thema.
Due sicari aprono il fuoco e, nonostante
un disperato tentativo di fuga a piedi,
Galeone viene colpito a morte.
«Compare, tutto è fatto. Quello è morto».

Poche agghiaccianti parole bastano a
Marino Pulito, pulsanese, commerciante
di carni e alleato di Riccardo, Gianfranco
e Claudio Modeo per comunicare proprio
a Riccardo che la missione è compiuta. Lo
scenario è quello di una isolata masseria
di Montescaglioso: il bunker dove i tre
fratelli sono nascosti.
Il 31 agosto è una data particolare, molto
particolare. Date e circostanze che si intrecciano
in una spirale di sangue. Il 31
agosto è infatti il giorno in cui si celebrano
i funerali di Cosima Ceci, la madre dei fratelli
Modeo. L’anziana donna muore dopo
una agonia di alcuni giorni, dopo essere
rimasta vittima dei killer che le sparano
nella sua stessa abitazione. Un messaggio
chiarissimo: la vendetta per l’uccisione di
Paolo De Vitis, padre di Salvatore, l’alleato
di Antonio il Messicano. La faida è
cominciata.
Sarà una guerra senza esclusione di colpi,
una guerra bestiale che farà anche vittime
innocenti: come la piccola Valentina
Guarino, sei anni appena, freddata mentre
era fra le braccia del padre, vero bersaglio
dei killer.

O come Angelo Carbotti,
ammazzato senza pietà per il solo fatto
di aver accompagnato in ospedale una
donna, sorella di un boss, rimasta ferita
in un incidente d’auto. Scambiato per
un affiliato al clan De Vitis, il giovane venticinquenne – ignaro di aver prestato
aiuto alla persona sbagliata nel momento
sbagliato, viene ucciso da una raffica di
colpi sulla soglia del pronto soccorso del
Santissima Annunziata. Ed estranei alla
guerra di mala erano anche le quattro vittime
della strage della barberia, l’episodio
più cruento della guerra di mala. È la sera
dell’1 ottobre 1991: un commando entra in
azione in una sala da barba in via Garibaldi,
in Città Vecchia. Si cerca un boss da
ammazzare, si spara all’impazzata. Ma il
boss non c’è e a morire sono il barbiere e i
suoi sfortunati clienti. Fu il colpo di coda,
poi la mano della giustizia e delle forze
dell’oridine posero fine a questa pagina
nera della storia tarantina macchiata e
marchiata da una delle più violente guerre
di mafia vissute in Italia.

Trent’anni dopo di quei cupi anni di
sangue non resta quasi più nulla, se non
l’attento monitoraggio che magistratura
e forze dell’ordine compiono sui vecchi
affiliati che, scontata la pena, stanno lentamente
tornando in libertà.
I capi storici, invece, hanno avuto destini
diversi. Antonio Modeo, il Messicano,
sarà ammazzato in un agguato il 16 agosto
del 1990 a Bisceglie, mentre in bicicletta
rientrava dal mare. Stessa sorte era già
toccata, questa volta a Milano, a Salvatore
De Vitis.
E i tre fratelli Riccardo, Gianfranco e
Claudio? Quest’ultimo è venuto a mancare
cinque anni fa nel carcere di Secondigliano,
a seguito di malattia. Gianfranco ha
goduto del programma di protezione per
essere diventato collaboratore di giustizia
e ora è un libero cittadino.
Riccardo, il capo clan, sta scontando
l’ergastolo per svariati omicidi. Dopo un
peregrinare per case circondariali, è stato
da poco trasferito nel carcere di Campobasso.
Il suo avvocato Maria Letizia Serra
ha presentato anche un ricorso alla Corte
Europea di Strasburgo per superare alcune
norme restrittive, in particolare l’articolo
4 bis dell’ordinamento penitenziario, sul
divieto di concessione dei benefici per i
condannati a seguito di particolari delitti.

Una battaglia, quella per l’abolizione del
l’articolo 4 bis, sulla quale è impegnata
anche la storica militante radicale Rita
Bernardini. Una norma che, secondo chi
ne chiede l’abrogazione, sarebbe in contrasto
col principio costituzionale dello
scopo rieducativo della pena.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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