24 Giugno 2021 - Ultimo aggiornamento il: 24 Giugno 2021 alle 18:55:18

Cronaca

​I tentacoli dei fratelli Modeo​, la mala tarantina Anni ’80 torna in aula

​I contatti con le ‘ndrine calabresi e le cosche siciliane, gli interessi a Milano e la strategia delle bombe, Licio Gelli, le campagne elettorali: le rivelazioni di Gianfranco Modeo al pm Lombardo​


«Ho iniziato ad entrare in
carcere nel 1976. Avevo 16 anni».
Lo ascoltano in collegamento da un sito
riservato. Gianfranco Modeo, oggi libero
cittadino, non si tira indietro. Rievoca la saga
criminale della sua famiglia, il clan che per
anni ha terrorizzato Taranto e lasciato dietro
di sé una lugubre scia di sangue. Davanti alle
domande del pubblico ministero Giuseppe
Lombardo riannoda i fili della memoria e
racconta dei collegamenti del clan con le
famiglie calabresi e siciliane, delle strategie
mafiose per creare disordine in Italia, dei
tentativi di aggiustare i processi e dei contatti
con Licio Gelli, degli attentati che si volevano
preparare ai danni dei magistrati che
indagavano su agenzie finanziarie e traffici
di droga.

Pagine di storia nera che vengono
sfogliate nel processo sulla ‘ndrangheta
stragista in corso a Reggio Calabria.
Ma prima di tutto viene la sua storia, quella
di un ragazzino subito iniziato alla malavita
e che brucia la sua adolescenza dietre le
sbarre di una cella.
«Ho cominciato che avevo 15 anni. Venivo
da una famiglia che faceva questo tipo di vita
e, di riflesso, sono entrato a farne parte. Il
mio primo reato è stato un reato di sangue,
poi si cresceva». La sfilza di reati accumulati
nella sua carriera criminale è impressionante:
«In carcere ci sono entrato per omicidio,
associazione, spaccio, traffico d’armi, contrabbando,
bische clandestine, di tutto». Un
continuo andirivieni da una cella, qualche
breve pausa di libertà e poi di nuovo dentro,
in giro per le carceri italiane. A conoscere
e a imparare dai boss. «Nel carcere di Bari
conobbi Umberto Bellocco. Lui era già un
capofamiglia, io ero ancora un ragazzetto.
Con i Bellocco c’era legame di sangue, c’era
comparanza».

Ma il clan Modeo era già una
solida struttura criminale: «Riuscimmo a
creare un nostro gruppo nei primi anni ‘80,
quando riuscimmo ad avere una ‘ndrina distaccata.
A capo c’era mio fratello Riccardo,
un gradino sotto c’ero io e poi c’era l’altro
mio fratello, Claudio. Eravamo collegati con
gente della Calabria, della Sicilia. Dove c’era
un corpo di società formata riuscivamo ad
entrare. Avevamo competenza su Taranto e
provincia e rapporti con la famiglia Bellocco
di Rosarno, con i Morabito di Africo Nuovo.
A Milano con la famiglia Fidanzati. Riccardo
ebbe modo di favorire la famiglia Pullarà,
che era collegata ai Corleonesi. Eravamo una
famiglia riconosciuta a livello nazionale».
Una trama fitta di intrecci e relazioni pericolose,
fino al pentimento, nel ‘93. La
conversione da mafioso a collaboratore di
giustizia: «Tirarono dentro mia moglie.
E allora dissi che non avrei mai dato mia
moglie e mia figlia all’organizzazione. Così
decisi di collaborare. Tutto quello che ho
fatto l’ho pagato».

Il pm Lombardo insiste sui contatti con i
calabresi e i siciliani. Man mano, Gianfranco
Modeo svela le trame apprese grazie alle
amicizie coltivate in carcere: «Da Novara arrivò
un’ambasciata a Bellocco. Gli avevano
scritto che era ora di reagire contro il regime
di carcere duro. Si dovevano fare attentati
in Italia. Era stato chiesto a tutti i gruppi di
fare questi lavori ognuno nei propri territori
per creare scompiglio. L’iniziativa arrivava
da gente di Catania. Ma la strategia non fu
attuata perché i palermitani posero il veto».
La strategia stragista riprese vigore anni più
tardi: Capaci e via D’Amelio. E si voleva
alzare ancora il tiro. È a questo punto che
entra in scena un controverso personaggio:
Aldo Anghessa.

«Mio fratello Claudio lo
aveva conosciuto in carcere nel ‘91, a Bari.
Anghessa diceva che c’era un piano per distruggere
le vecchie famiglie malavitose, che
si volevano distruggere i vecchi partiti. E si
dovevano preparare attentati. Dissi a Claudio
di stare alla larga. Mio fratello era spaventato
perché quello sapeva tutto di tutti».

La ricostruzione di quel piano carico di
terrore è inquietante: «I palermitani avevano accettato questa proposta, fatta da Licio
Gelli che era stato direttamente a Palermo».
Un nome, quello del Venerabile della Loggia
P2, che poi entrerà direttamente nel destino
dei Modeo per la presunta intercessione
presso Giulio Andreotti allo scopo di «buttare
giù» il processo per l’omidicio Marotta.
È la storia, ormai arcinota, della fantomatica
telefonata tra Gelli e l’ex presidente del
Consiglio all’hotel Excelsior di Roma, alla
presenza di Marino Pulito, braccio destro dei
Modeo, e Vincenzo Serraino, funzionario
dell’Archivio di Stato, poi condannato per
mafia, che aveva fatto da tramite con il capo
della P2.
Ma torniamo alle stragi e agli attentati.

Ad imprimere una svolta sarebbe stato un
colloquio in carcere tra l’avvocato Mandalari
e Pasquale Morabito. Racconta Modeo:
«Morabito mi disse: “Compare, c’è una
situazione critica. Un magistrato a Milano
sta facendo indagini insieme a magistrati
svizzeri e sta per arrivare a finanziarie Fininvest.
Scoppia un putiferio”.
Anche uno dei nostri ragazzi a Milano utilizzava
una di queste finanziarie, da dove
passavano transazioni col Sudamerica per
pagare la merce, eroina, cocaina. Morabito
mi fece il nome di Dell’Utri, mi disse che
era uno dei proprietari di queste finanziarie».
Il magistrato che stava indagando era Ilda
Boccassini. Era lei che volevano ammazzare.
E Morabito avrebbe chiesto proprio a
Gianfranco Modeo un killer per far fuori la
Boccassini. Ma il secondo dei fratelli Modeo
nega il favore: «Gli dissi: ma vi rendete
conto? Una cosa è fare un favore se si tratta
di un pregiudicato, ma alzare il tiro no».

Chi invece non si era preoccupato di alzare
il tiro erano stati i corleonesi che avevano
ammazzato Falcone e Borsellino.
In carcere Gianfranco Modeo entra in
contatto prima con i Madonia, poi con
Bernardo Brusca: «Mi dissero che non potevano
tornare più indietro, non si sarebbero
fermati. Cominciarono a fare gli attentati
sul continente Si parlava di creare il caos.
Poi con i primi collaboratori di giustizia
cominciò la paura». E la stagione delle stragi
finì praticamente lì.
Tutto svelato nell’udienza del 12 ottobre
scorso, dove avrebbe dovuto essere ascoltato
anche Marino Pulito, l’uomo che per
conto dei Modeo «girava per l’Italia» e in
particolare la Calabria, in cerca di contatti e
lavoro con altre famiglie malavitose. Anche
lui collaboratore di giustizia, Pulito non è
stato però rintracciato. Forse ne sapremo di
più nelle prossime udienze.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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