31 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 31 Luglio 2021 alle 22:04:00

Cronaca

​Il nunzio ribelle tira in ballo anche l’ex vescovo​ di Taranto

​Le accuse al Papa hanno destato clamore in tutto il mondo​


Spunta anche il nome di un
ex arcivescovo di Taranto nel groviglio
di sospetti, accuse e veleni che stanno
scuotendo la Chiesa romana.
A citare Salvatore De Giorgi, arcivescovo
metropolita di Taranto dal 1987 al 1990,
è quel Carlo Maria Viganò il cui j’accuse
nei confronti di papa Francesco ha destato
clamore in tutto il mondo. Lo chiamano
Lo sterminatore di papi, l’arcivescovo
Viganò, già Nunzio apostolico negli
Stati Uniti d’America.

Ricorda HuffPost
che furono i suoi documenti di denuncia
pubblicati nel 2011 a dare il là al primo
scandalo “Vatileaks”, che poi divenne
una valanga, messa in correlazione con la
rinuncia di papa Benedetto XVI. Adesso il
Nunzio ribelle chiede le dimissioni di Jorge
Mario Bergoglio dal Soglio di Pietro.
Accuse gravissime, quelle di Viganò, per
il quale Francesco avrebbe saputo degli
abusi sessuali del cardinale Theodore
McCarrick, ma li avrebbe coperti. «Dico
sinceramente: leggete voi attentamente
quel comunicato e fate voi il vostro giudizio.
Io non dirò una parola su questo:
credo che il comunicato parla da sé e voi
avete la capacita giornalistica sufficiente
per trarre le conclusioni» la replica del
pontefice argentino.
Dopo la pubblicazione del suo memoriale,
su Viganò sono piovute accuse, ed è per
rispondere a queste che ha concesso un’intervista
– che sta facendo rumore – ad Aldo
Maria Valli, vaticanista del Tg1, tra i più
noti in Italia. «Ho parlato perché oramai
la corruzione è arrivata ai vertici della
gerarchia della Chiesa» ha puntato il dito,
ancora una volta, l’arcivescovo.

«Mi rivolgo ai giornalisti: perché non
chiedono che fine ha fatto la cassa di
documenti che, l’abbiamo visto tutti, fu
consegnata a Castelgandolfo da papa Benedetto
a papa Francesco? Tutto è stato
inutile? Sarebbe stato sufficiente seguire
il mio rapporto ed il verbale che fu fatto
alla mia deposizione davanti ai tre cardinali
incaricati delle indagini sul caso
Vatileaks (Julian Herranz, Jozef Tomko
e Salvatore De Giorgi) per iniziare a fare
un po’ di pulizia in Curia. Ma sapete
che cosa mi rispose il cardinale Herranz
quando lo chiamai da Washington, dato
che era passato molto tempo da quando
era stata nominata questa Commissione
da papa Benedetto senza che mai fossi
stato contattato? Allora ci davamo del tu
e gli dissi: “Non credi che abbia anch’io
qualche cosa da dire sulla questione delle
mie lettere, pubblicate a mia insaputa?”.
Mi rispose: “Ah, se proprio vuoi”».

Il
Salvatore De Giorgi citato, componente
della commissione Vatileaks, è appunto il
presule che dall’87 al ‘90 è stato pastore
della comunità tarantina. Ha detto ancora
Viganò: «Non si sa più dove attingere il
veleno per distruggere la mia credibilità.
Qualcuno ha persino scritto che sono stato
ricoverato due volte con trattamento obbligatorio
(TSO) per uso di droga; c’è chi si
immagina cospirazioni, complotti politici,
trame di ogni genere, eccetera, ma ci sono
anche molti articoli di apprezzamento e ho
avuto modo di vedere messaggi di sacerdoti
e fedeli che mi ringraziano, perché
la mia testimonianza è stata per loro un
barlume di speranza nuova per la Chiesa».
Viganò ribadisce di non essere mosso da
sentimenti di vendetta o di rancore. «Come
ho scritto all’inizio della mia testimonianza,
avevo sempre creduto che la gerarchia
della Chiesa avrebbe trovato in se stessa
le risorse per sanare tanta corruzione.
Lo scrissi anche nella mia lettera ai tre
cardinali incaricati da papa Benedetto di
indagare sul caso Vatileaks, lettera che accompagnava il rapporto che consegnai
loro: Molti di voi – scrissi – sapevate, ma
avete taciuto. Almeno ora che avete avuto
questo incarico da Benedetto abbiate il
coraggio di riportare con fedeltà quanto
vi è stato rivelato di tante situazioni di
corruzione». Proprio di Vatileaks Viganò
è stato accusato di essere il “corvo”: «Io
il corvo?» ha risposto a Valli.

«Come
avete visto con la mia testimonianza,
sono solito fare le cose alla luce del sole!
Io all’epoca da tempo ero a Washington
e certo avevo altro a cui pensare. D’altra
parte è sempre stata mia abitudine immergermi
completamente nella mia nuova
missione. Così feci quando fui mandato
in Nigeria: non leggevo più neppure le
notizie italiane. Tanto che quando, dopo
sei anni, fui richiamato in Segreteria di
Stato da san Giovanni Paolo II mi ci volle
qualche mese per rendermi conto di dove
ero ripiombato, nonostante fossi stato già
in Segreteria di Stato per undici anni dal
1978 al 1989». Dietro l’astio nei confronti
di Francesco ci potrebbe essere il suo non
essere stato nominato cardinale.

«Posso
affermare con tutta sincerità davanti a
Dio di aver di fatto rinunciato ad essere
cardinale. Dopo la mia prima lettera al
cardinale Bertone, che inviai al papa
perché ne facesse quello che credeva più
opportuno, papa Benedetto mi chiamò e
mi ricevette in udienza il 4 aprile 2011 e
mi disse immediatamente queste parole:
“Io credo che l’incarico in cui lei potrebbe
meglio servire la Santa Sede è come
presidente della Prefettura per gli affari
economici al posto del cardinale Velasio
De Paolis. Io ringraziai il papa per la
fiducia che mi mostrava (…) Quindi io
allora ho rinunciato al cardinalato per il
bene della Chiesa».

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