21 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 21 Ottobre 2021 alle 15:52:00

Cronaca

​Tortora, a 30 anni dalla morte​

A Taranto interessante incontro sulla “giustizia giusta”


Sono le 4 del mattino del 17 giugno
1983 quando i Carabinieri bussano
alla porta della stanza di Enzo Tortora,
nell’hotel Plaza, a Roma, lo
arrestano, lo portano in caserma e
da lì lo esibiscono in manette ad un
grande dispiegamento di convocate
telecamere e macchine fotografiche
(ancora non c’erano gli smartphone…),
per tradurlo a Regina Coeli.

Sembra la scena di un poliziesco
all’italiana, la versione filmata di
una falso del Male come quello che
annunciava, con una falsa prima
pagina di Paese sera, l’arresto di
Tognazzi, capo delle Brigate rosse…
E invece è tutto vero: è l’inizio di
un eclatante caso di malagiustizia,
corredato da clamorosa protervia
ed oggettiva incapacità di magistrati
mai sanzionati per questo,
ma anche di un caso da manuale
di processo mediatico che non fa
onore al giornalismo, non tanto per
l’atteggiamento da tifosi (specie
dei colpevolisti) di molti colleghi, quanto per la pervicace tendenza
di molti, come di alcuni magistrati,
appunto, a chiudere gli occhi anche
davanti all’evidenza delle prove che
scagionavano Tortora dall’accusa di
essere un narcotrafficante, colluso
con la camorra.

A partire dalla prova principale che
aveva portato all’arresto: l’agendina
di un camorrista dove compariva,
con incerta grafia, un nome, che
si volle leggere come Tortora, con
numero di telefono. La perizia grafologica
accertò che il nome era in
realtà Tortona, e che il numero di
telefono non era di Tortora né di
alcuno studio tv, ma di una sartoria.
Niente. Con la complicità di screditati
pentiti, e con testimonianze di
ambigui personaggi con precedenti
per truffa e calunnia, l’imputazione
resta in piedi, Tortora resta sette
mesi in carcere e viene condannato
in primo grado.
Pannella ne fa l’icona della malagiustizia,
e contribuisce potentemente
ad accendere fari sulel zone oscure
el processo.

Zone che, purtroppo,
furono oscure anche grazie a giornalisti
che non fecero il proprio
dovere. Si distinse nell’aggressione
senza riscontro a Tortora Camilla
Cederna, la stessa che aveva montato
false accuse contro il presidente
della Repubblica Giovanni Leone,
prima su un giornale poi addirittura
in un instant book (ci vollero
molti anni, ma l’onorabilità dell’ex
Presidente fu sancita finalmente da
un tribunale); ma anche cronisti di
giudiziaria di grande esperienza e
capacità rimasero folgorati dal corto
circuito mediatico-giudiziario:
proprio per la sua notorietà e popolarità
Enzo Tortora doveva essere
colpevole. Tre grandi del giornalismo,
per contro, Indro Montanelli,
Enzo Biagi e Giorgio Bocca, presa
visione delle carte disponibili, si
schierarono a favore di Tortora. Che
viene eletto, un anno dopo l’arresto,
nel giugno 1984, deputato europeo
nelle liste del Partito radicale. Nel
1985, condannato a dieci anni, non
si fa scudo dell’immunità parlamentare,
anzi si dimette dal Parlamento
europeo e torna in Italia per farsi
arrestare.

L’anno dopo, in appello,
verrà assolto con una sentenza che
è uno schiaffo ai pm ed ai giudici
di primo grado. Assoluzione piena
confermata dalla Cassazione.
Tortora torna in Rai, ma muore poco
dopo per un tumore, tipica malattia
che risente degli stress piscofisici.
Nei sette mesi di detenzione ha
conosciuto l’inferno carcerario e le
sordide condizioni in cui, ad onta
del dettato costituzionale sul fine
educativo della pena, vivono troppi
carcerati, compresi quelli in attesa
di giudizio. Da presidente del Partito
radicale, si impegnerà a fondo per
la “giustizia giusta”, non solo dal
punto di vista dei processi ma anche
delle condizioni dei detenuti. Di
tutti i detenuti, perché – anche qui
la Costituzione ce lo insegna, anche
se il concetto non è molto popolare –
anche i colpevoli conclamati, anche
i peggiori delinquenti, hanno diritto
a scontare la pena in condizioni
dignitose.

Nel trentennale della precoce morte
di Tortora, l’Unione giuristi cattolici,
in collaborazione la Camera
penale di Taranto, la Scuola forense
di Taranto, l’Ordine degli Avvocati
di Taranto, l’Ordine dei giornalisti
di Puglia ed il Lions club Taranto
Aragonese, ha organizzato un incontro
di studio ed approfondimento
sui delicatissimi temi della giustizia
giusta, del giusto processo, dei diritti
dell’imputato, del processo mediatico,
della carcerazione preventiva,
della presunzione costituzionale
di non colpevolezza.. “Che non sia
un’illusione” è il titolo dell’incontro;
ed è la frase che campeggia
sul monumento funebre di Tortora,
a Milano: una colonna, richiamo
evidente alla “colonna infame” di
manzoniana memoria.

L’incontro
si terrà venerdì 16 novembre dalle
ore 19 alle 21 nell’Aula magna delle
opere parrocchiali Santa Rita, in
piazza Santa Rita, a Taranto.
Moderatore il giornalista Giuseppe
Mazzarino, presidente del collegio
sindacale dell’Unci, Unione nazionale
cronisti italiani, ne parleranno
l’on. Avv. Raffaele Della Valle,
storico difensore di Tortora, il dott.
Benedetto Ruberto, G.I.P. presso il
Tribunale di Taranto, e fra’ Gianpaolo
Lacerenza, docente di Teologia
nella Facoltà teologica pugliese.
Interverrà l’avv. Michele Rossetti,
presidente del Lions Aragonese.
Sarà proiettato un filmato sul caso
Tortora e saranno letti stralci delle
lettere a Francesca indirizzate
dal carcere alla sua compagna da
Tortora.
Il caso Tortora – ha scritto l’avv.
Della Valle, è “un invito a restare
vigili contro il riaffiorare della cultura
del sospetto, del pregiudizio, di
una ragione di giustizia che talvolta
fa del magistrato una parte irridente,
quasi vendicativa. Col rischio che in
mancanza di attenti controlli l’avvocato
difensore venga sottomesso e
diventi remissivo o, peggio ancora,
indifferente per rassegnazione. Sarebbe
la sconfitta della democrazia”.

Previsti per i partecipanti all’incontro
2 crediti formativi per gli
avvocati, 4 crediti formativi per i
giornalisti.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche