Cronaca

​I soldi dell’Ilva alla Curia, Don Marco Gerardo: «La verità ha trionfato»

Dopo l’assoluzione parla il parroco del Carmine «Quanto fango su di me, ma ora ho perdonato»​


Ritenere che don Marco Gerardo abbia
mentito “appare una forzatura frutto di un pregiudizio”,
mentre “da una serena lettura delle carte processuali”
emerge la veridicità delle circostanze da lui riferite.
Nelle 129 pagine delle motivazioni della sentenza di
assoluzione la Corte d’Assise d’Appello non lascia
dubbi e definisce il comportamento del sacerdote “lineare
e conforme alla logica” e “riscontrato in tutti i
suoi passaggi”.

Frasi che rendono giustizia al sacerdote, accusato ingiustamente
(lo dicono le motivazioni) e condannato
in primo grado a 10 mesi di reclusione per un reato
inesistente. Dopo averla letta attentamente, don Marco
tira un sospiro di sollievo: “Finalmente anche in ambito
giudiziario è stata ricostruita quella verità storica
che era già presente nelle mie dichiarazioni e nel mio
cuore. Ora anche la verità processionale coincide con
quella reale. I giudici della Corte d’Assise d’appello
hanno compreso come si sono svolti i fatti. Non ho mai
favorito alcun imputato e non avevo alcun interesse a
farlo. Mi sono limitato a collaborare col massimo di
correttezza e lealtà; sono contento che i giudici me lo
abbiano riconosciuto mettendo nero su bianco”.

Don Marco, parroco della Madonna del Carmine,
principale chiesa del Borgo di Taranto, viene coinvolto
nell’inchiesta per fatti risalenti al 2010, come
segretario dell’arcivescovo Benigno Papa, per un’offerta
(lecita) dell’Ilva alla Curia di diecimila euro, in
occasione della Pasqua. Offerta elargita, stando alle
ricostruzioni processuali, negli stessi giorni in cui è
avvenuto un incontro fra l’ex pr dell’Ilva Archinà e il
professor Liberti (consulente della Procura sulle emissioni
inquinanti) su cui si sono concentrati i sospetti
degli inquirenti. Circostanza sconosciuta ai due religiosi
all’epoca delle indagini. Quando viene convocato
come persona informata sui fatti, don Marco riferisce
alla Guardia di Finanza quello che è a sua conoscenza
ma, spiega, l’arcivescovo conosce i dettagli perché le
offerte venivano consegnate a lui. Non immaginava
certo che quel giorno, il 2 febbraio 2012, sarebbero
cominciati i suoi guai, quando, su richiesta di qualcuno
dei finanzieri, si reca a Casa San Paolo a Martina,
dove risiede l’arcivescovo in pensione.

Tornato dalla
Finanza, riporta quello che gli era stato raccontato ma
nel corso delle indagini viene accusato di aver mentito
e di non essere mai andato dal presule. La sua cortesia
diventa un boomerang, anzi un capo d’imputazione: favoreggiamento. “Quando mi è stato chiesto di andare
da monsignor Papa, pensavo fosse una cortesia e per
questo non l’ho rifiutata, inoltre non conoscevo né il
motivo né il meccanismo giudiziario. Ho pensato ad
un accertamento sul denaro contante delle offerte su
cui non c’era ovviamente niente da nascondere, anche
perché non passavano da me. Quindi mi sono recato da
monsignor Papa, l’unica cosa che non rifarei se tornassi
indietro. Ho capito dalla sentenza, infatti, che quella
richiesta non mi poteva essere rivolta”.

I giudici di appello (presidente Giovanna de Scisciolo,
giudice estensore Susanna De Felice) censurano la
richiesta degli investigatori delle Fiamme Gialle: “Ciò
che non appare né logico né comprensibile è che gli
investigatori abbiano rimesso al Gerardo l’acquisizione
di tali informazioni anziché provvedere direttamente”
alla ricerca dei riscontri. Infatti, sottolineano, “è stata
la Guardia di Finanza ad incaricare il Gerardo – in
maniera del tutto anomala e irrituale, trattandosi di
fonte de relato, che aveva testé indicato la fonte di
riferimento delle informazioni da assumere – di recarsi
da monsignor Papa per accertare se quest’ultimo avesse
ricevuto la somma di 10.000 euro”.
La veridicità delle circostanze riferite da don Marco è
stata confermata da altre testimonianze e da una consulenza
tecnica sulle celle agganciate prodotta dai suoi
difensori, Antonio Raffo e Carlo Raffo.

Consulenza
che “ha posto in luce gli errori nei quali è intercorsa
la Guardia di Finanza e ha dato puntualmente conto
del percorso e delle celle agganciate dall’utenza in uso
al Gerardo”.
Il deposito delle motivazioni, a distanza di un anno
dall’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, pone
fine ad una vicenda iniziata nel 2010, balzata al centro
delle cronache (anche nazionali) nel 2012 con l’exploit
dell’inchiesta Ilva.
Don Marco, sacerdote conosciuto soprattutto come parroco
del Carmine, racconta lo stato d’animo con cui ha
vissuto la vicenda: “L’ho vissuta con tanta sofferenza
non solo per il coinvolgimento ma per la macchina del
fango e per la gogna mediatica spropositata che ho subito
anche quando non sapevo ancora se fossi indagato.
Ho appreso sempre tutto dai giornali, sia dell’iscrizione
nel registro degli indagati sia della conclusione delle
indagini.

Dopo l’iniziale smarrimento, perché non mi
si aspettavo di ritrovarmi in una situazione del genere,
mi sono sempre affidato alla volontà del Signore e ho
trovato conforto in un episodio che fa parte dei miei
ricordi più cari. Il 21 febbraio 1998 prestavo servizio
al Concistoro di Giovanni Paolo II per la creazione dei
nuovi cardinali. Reggevo il libro al Papa, ero a pochi
centimetri da lui e quando ho incrociato i suoi occhi
azzurri mi sono sentito radiografato dal suo sguardo.
Alla fine mi ha preso in disparte e mi ha detto, quando
sarai sacerdote ti verrà messa addosso una croce. Tu
non capirai il perché ma sarà Dio a liberarti. Dovrai
solo fidarti di lui. Riuscii a dire solo Santità dica una
preghiera per me, perché io sia capace di dire sia fatta
la Tua volontà. Ho pensato ad una malattia non immaginavo
questa vicenda. Quando il pg Nicolangelo Ghizzardi
ha chiesto la mia assoluzione eravamo intorno al
18 maggio, giorno del compleanno di Wojtyla. Il Papa
evidentemente, con quella sua introspezione spirituale,
doveva avere intuito che mi sarebbe capitato qualcosa
e sarebbe stato di estrema sofferenza. In quei giorni,
quando il pg ha chiesto l’assoluzione, mi è tornato in
mente questo episodio.

Poi il giorno del verdetto, un
anno fa – continua il sacerdote – durante la lettura del
dispositivo ero in aula e quando ho sentito la formula
di assoluzione pronunciata dal presidente del collegio,
ho ringraziato il Signore. Quella sera stessa celebrando
la Messa ho detto al Signore ti offro questi cinque anni
di sofferenza per Taranto”.
Nella sua vita di sacerdote non è cambiato nulla. Anzi
da tutta questa vicenda, dai tanti veleni che l’hanno
accompagnata, don Marco spiega di aver imparato
la grande lezione della sofferenza: “Ho imparato
soprattutto che cosa vuol dire perdonare. Ho dovuto
perdonare molto e molti in questi cinque anni, soprattutto
chi emetteva sentenze prima che il processo si
celebrasse, chi non mi credeva. In parrocchia, invece,
abbiamo continuato il nostro lavoro e i ragazzi iscritti
all’Azione Cattolica, al catechismo e agli Scout, si
sono triplicati.

La comunità parrocchiale non ha mai
avuto nessun tentennamento nessun dubbio. Il consiglio
pastorale dopo l’assoluzione mi ha riconosciuto
una grande correttezza verso le istituzioni, immutata
fiducia nel Signore e mi ha considerato un esempio di
pazienza e umiltà. In tanti mi sono stati vicini e non
lo dimenticherò mai”.
Certo non sono mancati gli attacchi dei soliti forcaioli:
“La vicenda giudiziaria è stata anche strumentalizzata.
Molti hanno equivocato la storia delle offerte. Dall’esterno,
qualcuno ha tentato di dare spallate con manifestazioni
scomposte davanti alla chiesa, con megafoni,
disturbando anche le celebrazioni religiose. Capisco
la rabbia della città di Taranto ma le norme del vivere
civile e il rispetto non possono essere dimenticati. E’
giusto rivendicare i propri diritti ma va fatto nei luoghi
opportuni e senza cercare capri espiatori”.

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