Cronaca

​Molestie morali in famiglia e sul luogo di lavoro​

Abusi e violenze a danno di donne e minori


Tra i vari ambiti che riguardano
la mia professione, la famiglia ed il
lavoro sono sempre stati affrontati da me
con grande attenzione, consapevole del
ruolo di fattori protettivi e di integrazione
sociale rispetto alla malattia mentale, ma
anche di eventuale fattore di rischio, attraverso
l’isolamento, l’emarginazione, e,
infine, l’espulsione della diversità e di chi
non riesce a mantenere un certo livello di
prestazione.

La famiglia, per definizione,
ha sempre rappresentato uno degli ambiti
privilegiati di potenziale protezione per tutti
i suoi membri. I legami affettivi e di attaccamento
che caratterizzano il rapporto tra i
partner e tra genitori e figli costituirebbero
motivi sufficienti alla strutturazione di un
ambiente sereno, protettivo ed emotivamente
coinvolgente. A parte gli studi sulla
malattia mentale, che dimostrano come la
comunicazione patologica all’interno della
famiglia possa essere causa di malattia,
sempre più frequentemente la famiglia è,
di fatto, uno dei luoghi dove si consumano
abusi e violenze a danno di donne e minori.
Si tratta, comunque, di un fenomeno ancora
sommerso. La violenza intrafamiliare esalta
i modelli di dominazione del maschio, i
suoi diritti corporei, spirituali, economici,
relazionali, sulla partner. In concomitanza,
i ruoli passivi, sacrificali, e vittimizzanti
della donna possono aprire la strada ad una
relazione in cui aggressore e vittima si trovano
coinvolti in una dinamica relazionale
aberrante.

Le molestie morali consistono in
un processo inconscio di distruzione psicologica,
costituito da manovre ostili aperte o
nascoste, da parte di uno o più individui, ai
danni di una persona designata, vittima nel
vero senso del termine. Con parole apparentemente
insignificanti, allusioni, suggerimenti,
o non detti, è possibile destabilizzare
qualcuno,o anche distruggerlo,senza che
quanti gli stanno attorno intervengano.
L’aggressore non avverte nessun conflitto
interiore,addossando all’altro la colpa di ciò
che non va, senza avare alcun senso di colpa,
senza sofferenza. Questa è perversione nel
senso di perversione morale. E non si tratta
di comportamenti episodici, ma dell’unica
modalità di relazione che sono capaci di avere
con l’altro. Questi individui, definiti in psicanalisi
come “narcisisti perversi”, possono
esistere solo distruggendo qualcuno, hanno
bisogno di sminuire gli altri per acquisire
una buona stima di sé, e conquistare così il
potere, perché sono avidi di ammirazione
e di approvazione. Non hanno rispetto per
l’altro, perchè non lo riconoscono come essere
umano e, soprattutto non sono in grado
di riconoscersi come essere umani, ma di
questo non sono consapevoli.

LA PERVERSIONE NARCISISTICA

Il termine “perversione” deriva dal latino
“pervertere” : rivoltare, rovesciare, ed è
definito nel dizionario Treccani come
“il mutamento del bene in male”. Nel
1809 Pinel incluse la perversione tra le
patologie legate alla pluralità degli istinti.
Nell’”Introduzione al narcisismo” Freud
dichiara di aver desunto il termine da Nacke,
il quale, a sua volta, si era ispirato a Ellis,
che nel 1898 per primo aveva descritto un
comportamento perverso in relazione al
mito di Narciso. In seguito Paul –Claude
Racamier è stato tra i primi a elaborare il
concetto di perverso narcisista,dandone la
seguente definizione:”sono individui che,
sotto l’influenza del loro io grandioso, cercano
di istituire un legame con un secondo
individuo, aggrappandosi alla sua integrità
narcisistica per disarmarlo. Si attaccano
anche all’amor proprio, alla fiducia in sé,
all’autostima e alla fede che l’altro ha in se
stesso.

Tentano anche di far credere che il
legame di dipendenza che l’altro ha nei loro
confronti sia insostituibile e sia lui a sollecitarlo.
I perversi narcisisti sono considerati
psicotici senza sintomi, che trovano il loro
equilibrio scaricando su qualcun altro il
dolore che non provano e le contraddizioni
interiori che si rifiutano di percepire. Sono
stati feriti a loro volta da piccoli e cercano
di mantenersi in vita così. Questo transfert
di dolore permette loro di valorizzarsi a
spese altrui. Un Narciso, nel senso del Narciso
di Ovidio, è una persona che crede di
trovarsi guardandosi allo specchio. La sua
vita consiste nel cercare il proprio riflesso
nello sguardo degli altri. L’altro non esiste
in quanto individuo, ma in quanto specchio.

Il Narciso è un guscio vuoto,che non ha esistenza
propria. La sua vita è un tentativo di
evitare la morte. E’ qualcuno che non è mai
stato riconosciuto come essere umano e che
è obbligato a costruirsi un gioco di specchi
per darsi l’illusione di esistere, per cui si
innesta su un altro, cercando di risucchiargli
la vita. Il partner non esiste in quanto
persona, ma in quanto possiede una qualità
di cui il perverso cerca di impadronirsi. Il
riconoscimento della molestia morale è legato,
attualmente, alle conseguenze, e cioè
al danno reale subito dalla vittima. Solo da
poco tempo e, comunque, in ritardo alle
reali dimensioni del fenomeno, si fa strada
l’idea che esistono danni esistenziali, oltre
che biologici, danni morali oltre i disagi
psicologici, danni sociali, oltre a quelli più
specificamente individuali.

LA VIOLENZA PERVERSA NELLA
FAMIGLIA.
Costituisce un ingranaggio
infernale, difficile da arginare, perché tende
a trasmettersi da una generazione all’altra.
Siamo qui nel registro del maltrattamento
psicologico, che sfugge spesso alla vigilanza
dell’ambiente circostante, ma che provoca
sempre più danni. il rapporto molesto si
mette in atto in due fasi : una di seduzione
perversa, l’altra di violenza palese. La prima
fase lo psicanalista francese Paul-Claude
Racamier l’ha definita “Decervellaggio”,
che si svolge nell’arco anche di molti anni,
tramite un processo seduttivo. La seduzione
consiste nell’attrarre irresistibilmente, ma
anche, in senso più giuridico, nel corrompere
e subornare. Chi seduce distoglie dalla
realtà, agisce di sorpresa, di nascosto. La
seduzione perversa si realizza sfruttando
gli istinti protettivi altrui, ed è una seduzione
narcisistica, consiste nell’andare alla
ricerca, nell’altro, dell’unico oggetto da cui
si è affascinati, l’immagine piacevole di sé,
senza lasciarsi coinvolgere. Secondo Jean
Braudillard la seduzione narcisistica non è
energia, appartiene all’ordine dei segnali,
dei rituali e del loro uso a scopo malefico.

La seduzione narcisistica cancella nell’altro
i limiti del sé da quello che è altro. Non ci
troviamo qui nel registro dell’idealizzazione
amorosa, ma in quello dell’incorporazione a
scopo distruttivo. La presenza altrui è vissuta
come una minaccia, non come una complementarietà.
Si comincia con l’influenzare
l’altro, cioè si induce, senza argomentare,
a pensare, decidere in modo diverso da
come avrebbe fatto spontaneamente. La
suggestione viene pensata in funzione della
sua sensibilità e vulnerabilità, e realizzata
attraverso la seduzione e manipolazione.
La prima tappa consiste nel far credere alla
vittima di essere libera, anche se si tratta di
un’azione ingannevole. Il condizionamento ha tre dimensioni fondamentali: un atto di
appropriazione, attraverso lo spossessamento
dell’altro; un atto di dominazione,
in cui l’altro viene mantenuto in un atto di
sottomissione e dipendenza; una dimensione
di”impronta”, per cui si vuole lasciare
sull’altro un segno.

La vittima, non essendo
più in grado di reagire, finisce col diventare
complice di chi la opprime. In generale, il
condizionamento non è visibile per degli
osservatori esterni, ciechi anche di fronte a
certi segnali evidenti, Attraverso la comunicazione
perversa, manovre di sarcasmo,
derisione, disprezzo, squalifica, si isola la
vittima, la si destabilizza. Infine, si manifesta
l’odio, in una ripetizione di aggressioni
apparentemente insignificanti, ma continue,
delle quali si sa che non avranno mai fine.
Ogni ingiuria fa eco alle ingiurie precedenti,
e impedisce di dimenticare, cosa che le vittime
vorrebbero, ma che l’aggressore rifiuta. Il
solo modo per fermare il processo perverso,
che potrebbe portare la vittima, nel tentativo
di contrapporsi, a imitarne i comportamenti,
è quello di sottrarsi a questa relazione e
a questo modello. Dai dati Nazionali del
Telefono Rosa, più del venti per cento delle
chiamate riguardano violenze di questo tipo.

LE VITTIME.
Secondo uno studioso
francese Renè Girard, nelle società primitive
le rivalità all’interno di gruppi umani producevano
situazioni di violenza indifferenziata,
che si propagavano per mimetismo e trovavano
soluzione in una crisi sacrificale che
portava all’estromissione(ossia all’uccisione
di una persona o di un gruppo di persone,
designate come responsabili della violenza
). Con la morte del capro espiatorio la
violenza veniva meno e la vittima diveniva
sacra. Ai giorni nostri, le vittime non sono
più sacralizzate, ma, invece di passare per
innocenti, devono passare per deboli e sono
disprezzate. Si sente normalmente dire che,
se una persona è vittima, è perché la sua
debolezza o le sue carenze la predisponevano
a diventarlo. Vedremo, invece, che le
vittime vengono scelte per ciò che hanno di
più e di cui l’aggressore cerca di appropriarsi.

Le vittime in genere hanno una grande
vitalità, che qualche volta mettono troppo in
mostra, oppure l’aggressore attacca le parti
deboli che ognuno di noi ha, per annientare
la vittima, che mai in precedenza avevano
manifestato tendenze autopunitive e mai
ne avrebbe manifestato in seguito. Per cui
la definizione di masochista, oltre a non
aiutare la vittima, sembra molto semplicistica
e riduttiva. Con l’avvento della società
postindustriale, nella quale la forza lavoro
diventa sempre meno importante e, con la
competizione crescente e, anche, sleale, sta
diventando sempre più spesso un fattore di
rischio anche il lavoro,dove è facile creare
stress a causa di un’organizzazione del
lavoro sbagliata,nella quale possono inserirsi
personalità come quella che abbiamo
descritta, con la necessità di creare capri
espiatori. Nel mondo del lavoro tutto ciò
può dare luogo all’emarginazione di una
o più persone,che in psicologia del lavoro
viene definito Mobbing.

Lo scopo è di
eliminare una persona che è, o è divenuta
“scomoda”, distruggendola psicologicamente
e socialmente, in modo da provocarne il
licenziamento o da indurla alle dimissioni.
Le forme che può assumere sono molteplici:
dalla completa emarginazione ed esclusione
dai processi produttivi, alla diffusione di
maldicenze, dalle continue critiche alla sistematica
persecuzione, dall’assegnazione di
compiti dequalificanti, o senza senso, o al di
sopra delle competenze, alla compromissione
sociale di fronte a clienti e superiori. Si arriva
anche al sabotaggio del lavoro, ad azioni
illegali e perfino ad aggressioni fisiche. Il più
delle volte si tratta di una strategia subdola. Il
Mobbing, dunque, non ha nulla a che vedere
con la competizione, anche dura, che spesso
esiste nel mondo del lavoro, soprattutto tra
i dirigenti, nella quale non è deciso a priori
chi vince e chi perde, né con litigi e conflitti
tra colleghi, o con i malumori episodici che
fanno parte della vita quotidiana. Alcuni di
questi comportamenti si possono trovare
anche nella comunicazione umana in maniera
normale; solo se queste azioni vengono
ripetute di proposito, frequentemente e per
molto tempo, si può parlare di Mobbing.

Sbaglia chi pensa che le vittime siano persone
predestinate, psicologicamente deboli.
Al contrario, vengono in genere colpite le
persone che emergono dal gruppo per le
loro capacità e non si prestano però alle regole
tacite di quest’ultimo, che, come è noto
dagli studi sulla comunicazione umana nei
piccoli gruppi hanno più valore delle regole
ufficiali. Tranne che in pochi casi, non ho
riscontrato disturbi preesistenti, né mentali,
né caratteriali. Importante, inoltre, è la logica
del branco e l’asservimento al capo, cioè
la presenza di individui psicologicamente
conformisti e subalterni nei confronti di
capi carismatici, per cui si allineano subito
sull’aggressività contro qualcuno. Fra le
vittime, i più colpiti sono i soggetti con un
forte investimento psicologico sul lavoro,
che amano il proprio lavoro e vivono con
dolore una situazione di emarginazione.
Tra le donne vi sono numerosi casi iniziati
con molestie sessuali o con la gravidanza.
Il Mobbing comporta anche malattie somatiche,
quali ipertensione, artrite, ulcera,
dermatiti e, persino, tumore, perché lo stress
riduce le difese immunitarie. Il Mobbing,
anche se veniva chiamato diversamente, si
è sempre fatto verso i “malati di mente”, nel
lavoro e non solo, ecco perché è importante
battersi comunque contro ogni forma di
emarginazione che crea malattia. Sia il Mobbing
che le malattie mentali, curiosamente,
si ritrovano solo nelle società occidentali
dove il lavoro e i diritti sono tutelati per
legge. E’ evidente che lo scarso livello etico
di un’azienda, per cui la dignità umana non
ha valore come filosofia aziendale, acuisce
fenomeni come quelli appena descritti.

Marisa Lieti
Ex Responsabile del Centro
di Salute Mentale Taranto 1
e dell’unico
Centro nel Meridione per la Prevenzione,
Diagnosi e Cura per le Malattie da stress
da lavoro e disadattamento lavorativo

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