20 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 19 Ottobre 2021 alle 22:59:00

Cronaca

La guerra sul don

Luigi Larizza e il bando per i migranti


Don Luigi Larizza è ossessionato dall’idea che la perfida mano della massoneria stia muovendo il traffico dei migranti con l’obiettivo di demolire la
Cristianità. Una trama che starebbe bene in un libro di Dan Brown o in
quella vasta letteratura pseudo esoterica della quale ora sappiamo essere
inzuppato anche qualche senatore della Repubblica.
Don Luigi Larizza è sicuramente un prete originale.

Una delle sue passioni,
alle quali ha dedicato più di un post non proprio affettuoso su facebook,
è stata a lungo una “migrantista” doc come l’ex presidente della Camera,
Laura Boldrini. Il don, di certo, è sanguigno. Non teme di uscire allo scoperto
e sebbene ci siano ampie testimonianze delle sue qualità caritatevoli, proprio
per le sue dichiarazioni azzardate e sopra le righe sul tema dei migranti è
forse il sacerdote oggi più inviso ad una vasta area cattolica e/o di sinistra.
Ormai è etichettato come “prete fascista” e “nemico dei migranti”. Il “prima
gli italiani” lui lo ha declinato in “prima i poveri di Taranto”. Un precetto che
ha messo in pratica nei lunghi anni in cui è stato parroco al Corpus Domini,
cioè alle “case bianche” del quartiere Paolo VI, e ora che è al Sacro Cuore,
nel… cuore di Tre Carrare. Non proprio un prete da Parioli, insomma.

Nel
suo curriculum non mancano attività solidali in Albania, negli anni della
grande fuga dal paese delle aquile dopo la caduta del regime comunista.
Da qualche giorno don Larizza è tornato a far parlare di sé, perché proprio
una cooperativa sociale della quale è presidente si è aggiudicata un bando
comunale da oltre un milione di euro per i servizi di protezione ai richiedenti asilo. Un fatto che ha destato sconcerto e che ha sollevato una ondata
di sdegno ideologico. Come, il prete anti-migranti si aggiudica i servizi di
accoglienza per i migranti? Di sicuro, il fatto che don Larizza abbia partecipato al bando di gara è di per sé una notizia e quindi o fino ad oggi si è
espresso male ed è stato largamente frainteso oppure verrebbe da dire che
abbia avuto una conversione sul tema dell’accoglienza: una smussatura non
da poco rispetto al “prima i poveri tarantini”.

Ma un appalto non si vince o
si perde in base alle proprie convinzioni ideologiche: quali che siano state
le ragioni che hanno spinto don Larizza a partecipare alla gara, l’iter per
l’aggiudicazione è un fatto squisitamente tecnico-amministrativo e solo su
questo aspetto va valutato. Chi si ritiene leso dall’esito dell’aggiudicazione
ha a disposizione gli strumenti della giustizia amministrativa per far valere
le proprie ragioni. E in effetti c’è stato chi, legittimamente, ha presentato
ricorso al Tar, il cui pronunciamento è atteso nelle prossime settimane.

E
sarà un giudizio tecnico-giuridico a dire se la coop di don Larizza abbia o
meno titolo per aggiudicarsi la gara.
Ma se è sorprendente la partecipazione del don al bando per i migranti,
non meno sconcertante è lo sdegno ideologico e moralistico che si è levato
contro di lui. In questi anni di enorme flusso di denaro pubblico intorno ai
servizi di accoglienza abbiamo avuto, qui a Taranto, cooperative sfiorate da
inchieste dell’Antimafia per aver intrattenuto rapporti con società in odore
di clan; abbiamo avuto altri soggetti che si sono visti chiudere le proprie
strutture di accoglienza perché ritenute prive dei requisiti richiesti; altre
situazioni sono finite all’attenzione dell’Autorità Nazionale Anticorruzione
per via del discutibile spacchettamento degli appalti che ha consentito di
procedere di proroga in proroga senza una nuova gara; altri ancora sono
rimasti coinvolti in vicende giudiziarie per presunte irregolarità nella gestione dei fondi; c’è stato anche chi ha provato a stipare trecento migranti in
un malandato edificio in un contesto urbano già profondamente disagiato:
una bomba sociale.

Tutte situazioni che paiono piuttosto lontane da principi
di solidarietà cristiana o laica. Eppure non si ricordano, in tutte queste vicende, moti di sdegno o campagne di stampa particolarmente accese come
sta accadendo per don Larizza. Nessuno che si sia scandalizzato di quelle
situazioni, almeno pubblicamente. Un silenzio che stride con il clamore
sollevato in questi giorni. Che ci sia un fondo di ipocrisia in tutto ciò? Che
l’intrusione di don Larizza abbia messo in crisi posizioni consolidate e fatto
scattare una sorta di solidarietà corporativa da parte degli esclusi, cioè
coloro i quali da anni operano nei servizi di accoglienza? In ogni caso, la
cagnara ideologica imbastita sul presupposto di negare il diritto a vincere
una gara d’appalto sulla base di un pregiudizio politico – è roba da stato
totalitario. Più che vicine alla solidarietà queste posizioni appaiono lontane
dallo stato di diritto. Don Larizza, in questa vicenda, va considerato nella
sua veste laica di imprenditore che ha tutto il diritto di partecipare ad una
gara e di vincerla.

Che poi – nel caso – sia stato folgorato anche lui sulla
strada del business è cosa che appartiene alla sfera della sua coscienza,
alla sua coerenza, al suo rapporto con i fedeli. Certo, se nulla dovesse essere
cambiato nel suo punto di vista sui migranti, per linearità di pensiero sarebbe stato per lui più opportuno non partecipare al bando. Ma queste sono
questioni che nulla hanno a che fare con un procedimento amministrativo.
Il polverone, invece, sembra molto avere a che fare con un benpensantismo
di dubbia genuinità.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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