12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 06:11:00

Cronaca

​«Eliminare le polveri a Tamburi? Non si può»​

​L’interrogatorio dell’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso: la sua verità choc ​


«Eliminare completamente
le polveri del siderurgico dal quartiere
Tamburi è impossibile. L’ex direttore dello
stabilimento Luigi Capogrosso, uno dei
principali imputati di reati ambientali nel
processo “Ambiente svenduto”, lo ha detto
senza timore di smentita nel corso del suo
interrogatorio.

Ingegnere, in servizio a Taranto dal lontano novembre 1986 nell’allora
Italsider a gestione statale, formatosi in uno
stabilimento in Giappone gemello di quello
tarantino, dirigente dell’area cokerie a Taranto fino al 1995, poi responsabile degli
altiforni e dal 1° dicembre 1996 direttore
dello stabilimento, incarico ricoperto fino al
3 luglio 2012, poche settimane prima della
bufera giudiziaria. Capogrosso, sottopostosi
alle domande di accusa, difesa e delle varie
parti processuali, ha ripercorso le tappe
storiche della fabbrica più grande d’Europa,
a partire dal passaggio dalla gestione pubblica a quella privata, della famiglia Riva,
iniziata nel 1995. Stando alla deposizione
di Capogrosso, i Riva non ereditarono un
gioiello, sotto il profilo ambientale, in quanto
“le cokerie erano messe abbastanza male
per carenza di interventi e personale non
specializzato”, anche perché gli investimenti
erano stati concentrati sugli altiforni, era
stato rifatto l’ Afo 5, nel 1994 dopo fine
campagna.

Capogrosso, nel corso dell’esame (molto
tecnico), ha ripercorso gli atti d’intesa
sottoscritti nel corso degli anni e, secondo
l’accusa, quasi sempre disattesi, sollecitato
dalle domande del pm Mariano Buccoliero,
ha fornito la sua spiegazione sugli interventi
effettuati e su quelli non effettuati. Uno dei
temi principali ha riguardato i parchi minerali e le emissioni di polveri provenienti
dai grandi cumuli. La copertura dei parchi
era il principale intervento previsto dall’atto d’intesa del 2004. Da quanto riferito da
Capogrosso, l’impegno dell’azienda non
è mancato. “Per i parchi abbiamo fatto il
giro del mondo per vedere quali soluzioni venivano adottate in casi analoghi al
nostro, soprattutto in Giappone, perché
tranne a Rotterdam nel resto dell’Europa
le siderurgie sono nate vicino alle miniere.

L’unica soluzione adottata erano le barriere
frangivento. Abbiamo commissionato uno
studio al CNR per il lato esposto al vento,
per verificare la fattibilità di una barriera
frangivento che limitando l’impatto delle
correnti contrastasse il risollevamento delle
polveri sedimentabili, perché era questa la
questione nodale. Questa sarebbe stata la
soluzione per diminuire lo spolverio con un
beneficio stimato fra il 30 e il 40%. Si era
deciso di realizzare delle barriere ecologiche
ma fu firmato l’accordo Regione, Provincia,
Comune, con Fitto Commissario straordinario Ambiente il quale spiegò che quest’opera
sarebbe stata realizzata dagli enti con l’Ilva
perché finanziabile con dei fondi”. Un’opera rimasta sulla carta. Capogrosso (difeso
dall’avvocato Enzo Vozza) ha riferito che
nell’ambito di un ridimensionamento delle
emissioni sono stati realizzati “impianti per
lo scarico della loppa direttamente sulle
navi, eliminando il trasporto a bordo dei
camion”.

Un’altra innovazione riguarda la
realizzazione di “strade interne ai parchi”,
l’acquisto e l’utilizzo di “spazzatrici automatiche”, “macchine dei parchi, automatizzate
e con tecnologia che consentiva l’utilizzo
senza personale”. A ciò si aggiungono “le
pratiche operative e la centralina che rilevava
la polverosità e faceva scattare l’intervenire
il sistema di ‘spruzzaggio’ e il sistema filmante”. Quando il pubblico ministero gli
ha fatto notare che gli interventi sono stati
insufficienti e le polveri sono arrivate ugualmente al quartiere Tamburi, l’ex direttore
dello stabilimento si è difeso spiegando che
eliminare lo spolverio è impossibile: “Non
possiamo ottenere che le polveri siano zero
ai Tamburi”.
Sul perché, al di là degli atti d’intesa rimasti
inattuati, l’azienda non abbia realizzato le
coperture dei parchi, Capogrosso si è difeso sostenendo che nessuna Bat prevedeva
la copertura se non per parchi di limitate
dimensioni.

E sulla soluzione copertura è
apparso scettico: “Bisognerebbe attendere
i risultati”.L’installazione delle centraline?
“Non avevamo problemi a installarle, le
avremmo installate ma intervenne l’incidente probatorio e i legali ci consigliarono
di fermarci di fronte agli accertamenti in
corso in quel periodo”. Per lunghe ore, in
tre udienze, Capogrosso ha mostrato grande
sicurezza su tutti gli argomenti al centro del
contraddittorio. Il pm Buccoliero gli ha riconosciuto “una grande correttezza nel dire
come stanno le cose”. Il processo dinanzi
alla Corte d’Assise di Taranto proseguirà
la prossima settimana con l’esame di altri
dirigenti Ilva.

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