Cronaca

L’Ilva verso l’addio


TARANTO – I vertici dell’Ilva di Taranto domani da Clini. Un incontro decisivo per il futuro del colosso siderurgico. I dirigenti e il presidente Bruno Ferrante sono stati convocati dal ministro dell’Ambiente che vuole verificare le loro reali intenzioni, visto che dopo la pubblicazione dell’Aia, l’azienda avrebbe già dovuto impegnarsi concretamente per adeguare le tecnologie di produzione ai più elevati standard europei. Al momento quindi c’è l’Aia e parallelamente c’è, dal 26 luglio, il sequestro giudiziario dell’area a caldo senza la facoltà d’uso. Ma di fatto il sequestro è rimasto solo virtuale e l’Aia solo sulla carta, visto che l’Ilva sta continuando a produrre come un anno fa e senza aver aggiornato e risanato alcun impianto. Una sfida e un braccio di ferro con la Procura, che si dovrebbe formalizzare nei prossimi giorni con la richiesta da parte dell’Ilva di dissequestro.

E’ difficile però ipotizzare che i giudici possano fare un passo indietro e rimuovere il sequestro, anche perchè le cause che hanno portato al provvedimento giudiziario non sono state rimosse. Se e come l’azienda intende rispettare l’Aia dovrà dirlo domani davanti al ministro Clini, al quale evidentemente non è bastata la lettera che martedì il presidente Bruno Ferrante e il direttore dello stabilimento di Taranto, Adolfo Buffo, hanno inviato al Ministero. Una nota nella quale l’Ilva ribadisce che sin quando rimarrà il sequestro degli impianti dell’area a caldo non potrà attuare l’Aia. E aggiunge “che le disposizioni impartite dalla Procura della Repubblica impongono ai custodi, come unica misura necessaria alla eliminazione delle emissioni inquinanti, lo spegnimento di diverse parti degli impianti in sequestro. Questa disposizione, che è in via di attuazione, risulta incompatibile e in evidente contrasto con le attività disposte dall’Autorizzazione integrata ambientale, e prescinde da qualsiasi volontà o decisione dell’azienda”. E sul sequestro che la magistratura ha disposto per disastro ambientale, l’Ilva, il 26 ottobre, aveva lanciato un altro “segnale”, quando con una nota stampa, comunicava di accettare l’Aia, applicando quanto richiesto dal provvedimento, ma aggiungeva che “condizione imprenscindibile per l’attuazione del piano è la piena disponibilità degli impianti” per la quale si accinge a presentare istanza di dissequestro ai giudici. Un altro passo indietro dell’azienda è desumibile dal fatto che gli avvocati dell’Ilva sembrerebbero intenzionati a rinunciare agli incidenti di esecuzione, fissati per il 12 e 19 novembre, sul ricorso alla bocciatura da parte del gip Todisco del piano di investimenti da 400 milioni di euro proposto da Ferrante. Alta tensione dunque, anche dopo l’infortunio mortale della scorsa settimana, lo sciopero al Mof e l’imminente cassa integrazione. Un’alternativa all’Aia non c’è, quindi se l’Ilva non vuole elaborare un piano industriale e finanziario per il risanamento degli impianti, non può o non vuole adempiere alle prescrizioni dell’Autorizzazione, significa che non può produrre e che, in estrema sintesi, cessa l’attività. Decisivo dunque per il futuro dello stabilimento tarantino è il vertice di domani, durante il quale potrebbe anche essere presa in considerazione la disponibilità di privati a collaborare. Al momento “le mosse” fatte dall’Ilva non lasciano presagire nulla di buono per il futuro dell’acciaieria e un disimpegno della famiglia Riva non è più da considerarsi tabù, quindi.

Serena Scarinci

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