TARANTO – Ha ucciso Alessio Marinelli per vendetta. Vincenzo Venza, trentasettenne già conosciuto dalle forze dell’ordine, ha crivellato di colpi il giovane pugile perchè si sentiva perseguitato, minacciato. Qualche ora prima della spedizione punitiva compiuta nel centro della città delle ceramiche un commando aveva sparato colpi di pistola contro la macchina di Venza, una Renault Megane. Quest’ultimo avrebbe riconosciuto Marinelli tra i componenti del gruppo che aveva compiuto l’avvertimento a suon di piombo e allora si è voluto vendicare.

L’operazione è stata illustrata stamattina durante una conferenza stampa a cui hanno preso parte il questore Enzo Mangini, il capo della Squadra Mobile, Roberto Giuseppe Pititto e il dirigente del Commissariato di Grottaglie, Vincenzo Maruzzella. Ora gli investigatori della Questura stanno lavorando per accertare i motivi che avrebbero scatenato il conflitto tra Marinelli e Venza. Il pugile di 19 anni, era rimasto gravemente ferito nell’agguato messo a segno sabato sera in piazza Principe di Piemonte. Era stato condotto all’ospedale “SS. Annunziata” e sottoposto ad un delicatissimo intervento chirurgico. Domenica mattina era deceduto per le gravissime ferite riportate nell’agguato a suon di piombo. Gli investigatori avevano subito ascoltato numerosi testimoni poi avevano visionato le immagini riprese dai sistemi di videosorveglianza della zona. Una spedizione punitiva sulla quale hanno fatto luce gli agenti diretti dai dottori Pititto e Maruzzella. Venza ha ucciso il giovane pugile sparandogli contro sette colpi. Ha utilizzato una pistola calibro 7.56 ed ha agito a volto scoperto. I proiettili hanno centrato Marinelli alla testa, al torace, all’ inguine e alle gambe. Subito dopo il killer si è dileguato sotto gli occhi terrorizzati della gente che a quell’ora affollava la centralissima piazza. Vincenzo Venza che è difeso dagli avvocati Fabrizio Lamanna e Salvatore Sanarica nelle prossime ore sarà interrogato dal giudice delle indagini preliminari nell’udienza di convalida del fermo.

Giovanni Nicolardi

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