14 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Aprile 2021 alle 15:33:31

Cronaca

Suicidio per stalking. L’ora della verità per i 2 sott’accusa

quartiere Tamburi
quartiere Tamburi

TARANTO – Un ultimo sms alla madre: “Non ho più forza per continuare, perdonami. Ti porterò sempre con me”. Quindi, a ventidue anni, la decisione di impiccarsi con un cavo elettrico in una casa in ristrutturazione. Vittima dello stal-king. Un ragazzo suicida, la sua compagna costretta a fuggire via dalla città in cui è nata e cresciuta: una storia drammatica, che torna in tribunale per il processo. In due sono sott’accusa, già arrestati per la vicenda, mentre altri imputati rispondono di favoreggiamento. Le manette scattarono, nel settembre del 2010, per gli “atti persecutori”, lo stalking appunto.

Dietro violenze e minacce, secondo la ricostruzione degli inquirenti, il desiderio di vendetta per essere stato lasciato dalla donna con la quale aveva convissuto sette anni e che gli aveva dato una figlia. Una storia andata avanti sino a che lei, ventisei anni, si è stancata di botte e vessazioni ed ha deciso di lasciarlo per andare a vivere con un ragazzo di quattro anni più giovane. Un amore che ha scatenato una reazione da parte dell’ex compagno, e che si è trasformato in un incubo per quel ragazzo pronto anche ad occuparsi della figlia avuta dalla sua donna nella precedente relazione. Una spedizione punitiva culminata in un pestaggio; l’incendio dell’auto; quindi in due occasioni, la vittima che viene prelevata da casa, minacciata con due pistole, picchiata. Uno scenario d’inferno, che ha lentamente corroso la mente di un giovane come tanti trovatosi catapultato in una situazione sempre più ingestibile. Un dramma acuitosi dal momento in cui la coppia è andata a vivere a casa della sorella di lui e del suo convivente, legato all’ex della giovane da amicizia e, soprattutto, interessi, così tanto da potersi permettere messaggi come questo: “Ti scrivo perché ho saputo che tieni la puttana dentro casa. Ti sto avvisando che se non la togli da dentro casa, passi i guai”. Sarebbe stato lo stesso uomo a consegnare due volte il cognato al suo aguzzino. Sconvolto da mesi di angherie, la vittima di questo dramma trovò ‘rifugio’ in una casa in ristrutturazione nel suo quartiere, i Tamburi. Con sé soltanto un cavo elettrico e la decisione ormai presa di togliersi la vita. Quindi, il suicidio, preceduto da una telefonata alla madre: “Non ho più niente da perdere, il mio cervello ormai è diventato acqua”. Poi il messaggio finale.

G.D.M.

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