TARANTO – Decadono i custodi giudiziari, ma restano i sigilli. L’Ilva può produrre, perchè, di fatto, siamo in presenza di un sequestro con facoltà d’uso, dopo l’emissione del decreto legge ribattezzato salva-Ilva. E’, in sintesi, la nuova cornice giudiziaria in cui opera – in attesa di nuovi, imminenti sviluppi – il siderurgico più grande d’Europa. Ieri la Procura della Repubblica di Taranto ha emesso un provvedimento con il quale reimmette l’Ilva nel possesso degli impianti sequestrati il 26 luglio per disastro ambientale, così come chiesto dall’azienda in base al decreto legge del 3 dicembre. Il provvedimento è stato notificato dai carabinieri, ed è firmato dal procuratore, Franco Sebastio, dal procuratore aggiunto Pietro Argentino e dai sostituti procuratori Mariano Buccoliero, Giovanna Cannarile e Remo Epifani.

I primi lanci di agenzia, nel pomeriggio, parlavano di dissequestro, formula che però è da ritenersi inesatta. “Per espressa disposizione di legge permane comunque il vincolo del sequestro (…) conseguentemente devono essere mantenuti i sigilli in quanto necessari ad attestare la sottoposizione dei beni al vincolo di indisponibilità (…) in ogni caso la permanenza degli stessi non è di alcun ostacolo alla prosecuzione dell’attività produttiva nello stabilimento” si legge nelle due pagine del provvedimento. I pm “dispongono che la Società Ilva S.p.a. di Taranto, in persona del Presidente dott. Bruno Ferrante sia immessa nel possesso dei beni dell’impresa sottoposti a sequestro preventivo con provvedimento del 25.07.2012, fermo restando il vincolo del sequestro come previsto dall’art.1, c.4, del Decreto Legge n.207 del 03.12.2012, con conseguente esercizio dell’attività d’impresa nei limiti e con le modalità stabilite dal medesimo decreto”. La partita, però, non è chiusa. La Procura ha espresso parere negativo al dissequestro di quanto prodotto dall’azienda in assenza di facoltà d’uso (il decreto non è retro attivo) e, soprattutto, attende le mosse del gip Patrizia Todisco in merito al ricorso (anzi, ai ricorsi) alla Consulta per la presunta incostituzionalità del decreto e per il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato. Ieri il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, sembrava davvero cantare vittoria: “E’ una cosa assolutamente normale, va bene. I magistrati stanno applicando la norma, non c’è nulla di straordinario” le sue parole. “Naturalmente – ha spiegato il ministro – ora devo attivare tutte le iniziative già previste, perciò anche qui niente di nuovo e strano, per il monitoraggio del rispetto degli impegni che l’Ilva ha preso per il risanamento”. Intanto, in tarda mattinata è iniziata dinanzi al tribunale del Riesame l’udienza per discutere sulle richieste di scarcerazione avanzate dai difensori dell’ex dirigente dell’Ilva Girolamo Archinà (avvocati Gianluca Pierotti e Giandomenico Caiazza) e dell’ex preside del Politecnico di Taranto Lorenzo Liberti (avvocati Francesco Paolo Sisto e Enzo Vozza), arrestati il 26 novembre scorso nell’ambito dell’inchiesta sull’Ilva per disastro ambientale. Archinà, accusato di associazione per delinquere e corruzione in atti giudiziari, è in carcere; Liberti, che risponde di questo secondo reato, è ai domiciliari. Secondo l’accusa, Archinà avrebbe consegnato a Liberti nel 2010 una busta contenente 10.000 euro per “ammorbidire” una perizia sulle fonti di inquinamento che Liberti doveva redigere in qualità di consulente della Procura. L’udienza avrebbe dovuto occuparsi di un ricorso dell’Ilva per il dissequestro dei prodotti finiti e semilavorati, ma l’azienda ha ritirato il ricorso dopo l’approvazione del decreto legge.

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