13 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Aprile 2021 alle 15:33:31


TARANTO – L’ex direttore dell’Ilva, Luigi Capogrosso, lascia il carcere e va ai domiciliari; confermata, invece, la detenzione cautelare (sempre ai domiciliari) per il patron Emilio Riva. E’ quanto ha deciso il Tribunale del Riesame in merito ai ricorsi dei legali dei due indagati accusati di associazione per delin-quere finalizzata al disastro ambientale. Il collegio composto dai giudici De Tomasi, Ruberto, Di Todaro ha depositato solo il dispositivo dell’ordinanza, riservandosi le motivazioni. Riva, assistito dagli avvocati Marco De Luca e Francesco Mucciarelli, e Capogrosso (nella foto) difeso dagli avvocati Egidio Albanese e Tullio Padovani, sono stati destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare il 26 novembre scorso, secondo provvedimento dopo quello che li aveva già raggiunti il 26 luglio.

Patron ed ex direttore dello stabilimento di Taranto sono accusati anche di emissione di sostanze nocive e avvelenamento da diossina di sostanze alimentari. Rimane all’estero, invece, Fabio Riva, ufficialmente latitante e destinatario di un mandato di cattura internazionale. Sul caso del siderurgico tarantino ha fatto il suo ormai quotidiano intervento anche il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini. Per il ministro, stavolta, non c’è stato (per ora) il solito passaggio in tv o in radio, l’occasione è stata presentazione di un rapporto all’Enea: “La prossima settimana è prevista la prima riunione sul monitoraggio, sullo stato dell’arte, delle misure già prese”. Parola di ministro. A parlare, oggi, pure i sindacati – la Fiom, per la precisione – stavolta in merito alla sentenza per la morte nell’acciaieria dell’operaio Antonino Mingolla (sei condanne). “Il Tribunale ha emesso la sentenza dopo aver rigettato tutte le eccezioni degli imputati, relativi a pretesi vizi di forma della costituzione parte civile della Fiom-Cgil e ne ha accolto tutte le deduzioni e conclusioni. Questa sentenza è importante perché si afferma che la morte di un lavoratore non è il frutto della casualità ma è la risultante di una grave violazione non solo dell’azienda appaltante ma anche di quella committente. Il lavoratore Mingolla è morto perché non era stato sufficientemente formato e informato in materia di sicurezza sul lavoro. Questa sentenza che almeno rende giustizia si è raggiunta per la caparbia volontà della moglie del lavoratore Mingolla, per la competenza e dedizione dell’avv. Del Vecchio legale della Fiom-Cgil, che ha impedito che risultassero vincenti i tanti ostacoli posti al raggiungimento della verità”.

Giovanni Di Meo

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