Cronaca

​Collinette, le voci che si levarono contro​

Realizzate negli Anni ‘70, ora sono finite sotto sequestro perché fatte con loppa e scorie di altoforno


“Nun ce bisogna ‘a zingara
p’andivinà Cuncé”, canta Napoli! La verità di come l’ha fatta la mamma la sanno
tutti. Non c’è bisogno della zingara. Così
è per le famigerate colline “frangivento”,
che sono state finalmente riconosciute
come una discarica della peggior specie
travestita da colline.

Certo, nonostante qualche panchina
messa qua e là, pochi tarantini (quanti
nessuno) hanno mai pensato fossero
un regalo “ecologico”; tutti sapevano
fossero una minaccia alla salute, e le
hanno evitate e sopportate come per le
disgrazie delle quali non ti puoi liberare. Il maggior danno di quest’ennesimo
regalo dell’Acciaieria in questo caso è
andato ai campetti di calcio ed alle scuole
limitrofe, frequentate da giovanissimi,
sportivi ed alunni.
Ma com’è avvenuto che si sia potuto arrivare a tanto scempio?

Un interessante
articolo di Enzo Ferrari (pubblicato
sabato 9 febbraio su TarantoBuonasera)
racconta che, sin dal 1972, l‘ “Azienda”
decise di innalzare delle “splendide”
colline attorno alla fabbrica, che avrebbero consentito di fermare i fumi e di
“saltare” i Tamburi e l’intera città. Una
balla. L’associazione “Italia Nostra” (presidente era Antonio Rizzo, il sottoscritto
agiva da segretario) non ci cascò. Ma la
enorme tragedia, in quel momento, era
la precipitosa costruzione del “raddoppio” Italsider, partito di botto: al di là di
leggi autorizzative e permessi erano stati
espiantati (anche nottetempo) centinaia
e centinaia di ulivi secolari per i nuovi
spazi. Volantinaggi, articoli, manifestazioni in piazza, dibattiti (anche in case
… avversarie). Il nostro gruppo in “Italia
Nostra” si spese moltissimo: qualcuno
ci capì e seguì. Corremmo a Roma da
Giorgio Bassani (presidente nazionale)
e con il suo aiuto riuscimmo a far venire a Taranto il celebre giornalista del
“Corriere della Sera” Antonio Cederna,
che scrisse tre pezzi magistrali, che timbrarono la tragica realtà tarantina di quei
giorni.

“Taranto in balìa dell’Italsider”
(13 aprile 1972- che fu scritto alla mia
scrivania nella zona di periferia degradata – via Lucania – che lui narrò come
la più brutta d’Italia); “L’ascia sui pini
del Metaponto”; e “Taranto strangolata
dal ”.
Lo scempio rallentò per qualche mese,
poi tutto riprese a galoppare. Qui in loco
– Puglia compresa – tutto un coro di lodi
all’Azienda, L’intera stampa pugliese, i
partiti, i sindacati, le poche altre associazioni ecologiche (ai tempi non c’era
ancora LegaAmbiente, che arrivò nel
1986), erano tutti per “il prezzo del Progresso da pagare”.

Qualche distinguo nei
convegni ma nei fatti tutti aziendalisti.
Per le colline arrivò pure la carta vincente, per incantare i provinciali: l’archistar
Porcinai – paesaggista: “Ma se l’hanno
fatto anche alla Rhur!” Finalmente
Taranto diventava come la Germania,
e avrebbe avuto le colline! Entravamo
nel grande mondo internazionale! Si
superò ogni limite quando un diffusissimo nostro giornale titolò: “L’Italsider
mobilitata per l’Ecologia”. Era il colmo.
“Italia Nostra” produsse un cartoncino con quest’articolo bene in vista e,
a fronte, un articolo de “La Stampa”
torinese che diceva invece “L’ecologia
all’Italiana”. Unica voce libera locale,
il settimanale dei Rizzo (la Voce del
Popolo) titolò “Il Moloh distrugge Taranto”; mentre, con altri giornali locali, si
impegnava contro la politica che cercava
(allora come oggi) di chiudere i piccoli
giornali locali “artigianali” (purtroppo
dopo quasi cent’anni la gloriosa “Voce”
dovette chiudere quattro anni dopo). E segnalò dal “Times”, l’importante giornale
londinese, un monito che, letto oggi, fa
venire i brividi: “L’Italsider è una punizione per Taranto e per il Mezzogiorno”.

Peter Nichols.
Nell’assenza di un ministero per l’ambiente (che arrivò solo nel 1986) la lotta
impari di Antonio Rizzo e dei suoi amici
di Italia Nostra poté solo richiamare l’attenzione verso quel “raddoppio” dell’Acciaieria (statale=irizzata) che nasceva in
completo abusivismo e con “una legge
in bianco” datale dal Governo: una vera
inciviltà giuridica, della quale è sorella
quella attuale, dell’immunità concessa ai
nuovi padroni, per favorirli nell’acquisto.
Il “raddoppio Italsider” (che poi fu quattro volte di più) si sviluppò in completo
abusivismo Sollecitamente servile, la
Regione Puglia, regalò al “maggior
complesso edilizio abusivo d’Italia” una
“leggina”, le celebri “licenze in precario”
(1971).

Per fornire una parvenza di legittimità ad un gigantesco complesso industriale (il più grande d’Europa), abusivo e
che nulla aveva di precario (tant’è che sta
lì vivo e vegeto ancora oggi). Sindacati
e partiti? A spartirsi il successo, colline
frangivento comprese. Se si aggiunge
la totale disponibilità dell’ASI (area di
sviluppo industriale) inginocchiata a regalare all’ Azienda suoli in abbondanza,
il quadro è completo. In quegli spazi, di
volta in volta, spuntava poi il desiderio di
mettervi una “Centrale termoelettrica ad
olio non desolforato” (fu bocciata, dopo
tante fatiche); un’altra volta, una “Centrale carbolelettrica”, sempre “nell’area
Italsider”. Questa volta fu una sorta di
rivoluzione, svolta dal “Gruppo Taranto”, che riuscì a spuntarla.

Purtroppo
quest’ultimo bubbone l’Enel riuscì a
portarlo a Cerano, ai poveri brindisini.
Terminato il “raddoppio Italsider”
migliaia e migliaia di operai delle costruzioni furono di colpo licenziati: non
servivano più. Venne fuori la “Vertenza
Taranto” che alla fine dovette ratificare
migliaia di famiglie sul lastrico: l’Italsider ricca, e i disoccupati (quasi ventimila)
in regalo ai tarantini. Prezzo del Progresso, con 353 morti bianche (fino al 1978).
Intanto, dopo essersi pavoneggiati con
il nome del grande paesaggista internazionale, l’architetto Porcinai che, finito il
progetto, lautamente pagato, scomparve,
le colline frangivento presero a innalzarsi
lentamente: perché il vero scopo era di
nascondere in una discarica a portata
di mano la loppa ed altre schifezze che
l’acciaieria quotidianamente produceva e che, a mandarle in discariche vere, e lontane, chissà quanto sarebbe costato.

Ma la
cosa più assurda fu che un paesologo, che
ci s’immagina protegga il paesaggio, venisse chiamato per “creare” delle colline,
cioè per modificare il paesaggio: ridicolo
anche dal punto di vista teorico. Ma
tant’è, c’è sempre un archistar disponibile
per padroni, specie politici, quando si
vuol regalare caramelle per abbindolare
gli ingenui provincialotti.
Così Taranto vide le prime colline “frangivento” con il silenzioso assenso del
centrosinistra. Poi il Comune passò al
sindaco Pci, che non solo si allineò, ma
tirò fuori un manifesto che minacciava
di multare chiunque si fosse bagnato “nel
canale Italsider perché inquinato”: ma
non comminava nessuna multa all’inquinatore.
Le colline prosperarono del tutto incontrollate finché nel 1984 fu lo stesso
Comune (ora di centrosinistra) a volere
un accordo tra sindaco e Azienda. Con
un pomposo accordo, “Fondo per l’ambiente”, che oltre che lasciare mano libera
all’azienda portava l’Amministrazione
comunale a diventare collaboratrice ufficiale dell’Azienda stessa!

Nel silenzio generale un documento il
Gruppo Taranto la disse chiaro chiaro:
“Il Fondo per l’ambiente dissolverà le
competenze e renderà irresolubile la politica ecologica comunale”. Apriti cielo!
Nei volantinaggi di fronte alla fabbrica
ci ricevemmo più di un occhio nero. Ma,
non contento, il Comune arrivò addirittura a proporre all’Azienda di prendersi la
civica Biblioteca Comunale “Acclavio”.
Insomma, è mancato solo che proponessero di cambiare la voce “Taranto”
e di sostituirla con la voce “Azienda”.
La nostra classe politica non ci ha fatto
mancare niente!
Dopo i debiti insostenibili dell’Italsider
(statale), ogni anno ripianati dagli italiani
a migliaia di miliardi (di lire), ecco la
vendita all’Ilva (un privato).

Lo sfruttamento divenne fors’anche superiore, e
la situazione ambientale insostenibile.
Finché qualche anno fa il corale risveglio
della Città, dopo tanti malati e morti; e
si mosse la Magistratura, con tutto quel
che sappiamo. Le associazioni contro il
Mostro si sono moltiplicate e nei cittadini
c’è la coscienza di fidarsi solo di se stessi.
Ad oggi il sequestro delle colline. L’Arpa,
che in tanti anni non aveva scoperto nulla, ora farà le sue analisi. Nel frattempo
“il frutto del reato” è stato … arrestato ed
affidato dalla Magistratura all’ex Ilva o,
meglio, ad Arcelor Mittal: naturalmente
come si poteva fare altrimenti? Questi
sono “i nuovi” padroni, e tocca a loro,
che certo non le hanno fatte loro le colline. Ma come tacere che questo “affido”
somiglia al consegnare la sorveglianza
del bottino agli amici del ladro? E che
vuoi fa’?
Ma almeno, se è una discarica – come di
fatto è – che venga smontata pezzo pezzo e avviata lontano, in vere discariche.

Dopo di che: che si ripristino i luoghi
com’erano; che lo Stato progetti e attui
un risanamento dei territori. Affinché Taranto possa tornare all’antica economia,
il mare, la pesca, il riutilizzo ecologico di
Mar Piccolo e Mar Grande, le produzioni
agricole ecc., le attività della Marina
Militare, il neonato turismo. E si faccia il
possibile per aggiungere piccole industrie
di tecnologia d’avanguardia. Il ritorno ad
un mondo normale, che possa utilizzare
i beni che madre natura ci ha dato e che
ci hanno rubati e devastati.

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