Cronaca

​Il giallo delle foto di Michele Conserva​

​ Il caso emerso nel corso del processo​


Una certezza e un giallo sono emersi dall’ultima udienza del
processo Ilva.
La certezza: l’ex assessore provinciale Michele Conserva è stato più
volte fotografato da alcuni uomini in
borghese appostati vicino agli uffici
del settore Ambiente della Provincia,
nell’area di servizio in viale Magna
Grecia.

Un testimone oculare li ha
notati e glielo ha riferito. Era il 2010.
Lo stesso testimone ha confermato in
maniera dettagliata il suo racconto
ieri dinanzi alla Corte d’Assise di Taranto. Citato dalla difesa di Conserva,
Rocco Renè Locantore all’epoca dei
fatti titolare della stazione di servizio
in viale Magna Grecia, rispondendo
alle domande degli avvocati Michele
Rossetti e Laura Palomba, ha spiegato
di essersi accorto in diverse occasioni
di due uomini in borghese che “fotografavano Conserva davanti alla
sede della Provincia, quando usciva,
quando entrava negli uffici e anche
quando veniva a prendere il caffè al
bar”.

La scena si è ripetuta più volte,
ha affermato il testimone parlando
testualmente di ”accanimento nei
confronti di Conserva” e mostrandosi
infastidito dalla frequente presenza
dei due individui nell’area carburanti:
“Notando che scattavano delle foto,
un giorno mi sono avvicinato chiedendo il motivo della presenza su
un’area che non era pubblica. Loro
mi hanno liquidato rispondendomi
‘questo a lei non interessa’. Ho avvertito Conserva negli stessi giorni
in cui avvenivano gli appostamenti”.
La deposizione in aula del teste
ha confermato quanto l’assessore
Conserva ha più volte ribadito negli
interrogatori durante le indagini e
smentito, ancora una volta, l’ipotesi
della fuga di notizie già smontata dal
gup con l’assoluzione degli imputati.
Conserva, accusato di concussione
col presidente Florido e il pr Ilva
Archinà, nei confronti del dirigente
Luigi Romandini, ha affermato in più occasioni, l’ultima delle quali
in dibattimento, di aver compreso
di essere sottoposto a indagini sulla
scorta di quanto riferitogli dal gestore
dell’area di servizio, oltre che dalle
voci circolanti in alcuni uffici della
Provincia.

La conclusione più ovvia
a cui era giunto sentendosi l’anello
debole di una catena.
Le foto venivano scattate davanti agli
uffici della Provincia nello stesso periodo delle indagini della Guardia di
Finanza come dimostrano le intercettazioni del 2010 in cui lo stesso assessore non esitava a ironizzare con frasi
del tipo: “Salutiamo il maresciallo”.

Nel poderoso carteggio acquisito
dalla difesa a indagini concluse non
ci sono immagini. Il giallo resta.
La Corte presieduta dal giudice
Stefania D’Errico (a latere Fulvia
Misserini) ha ascoltato il direttore
regionale vicario dell’Inail Giuseppe
Gigante, uno dei testi citati da Gianni
Florido. Gigante, all’epoca dei fatti
dirigente dell’Inail a Taranto, ha
sinteticamente ricostruito il percorso
terminato nel 2006 con l’istituzione,
all’interno dello stabilimento siderurgico, di un centro medico-legale
dell’Inail. Percorso che, ha ricordato
Gigante, “ci vide impegnati in una
serie di incontri nell’ufficio del presidente della Provincia Florido con i
sindacati metalmeccanici e i vertici
Ilva”. L’iniziativa fu caldeggiata dallo
stesso Florido e dall’Istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro
in seguito ad un convegno tenuto nel
2005.
“In Ilva c’erano numerosi infortuni,
spesso dovuti a mancanza di esperienza e di una formazione adeguata.

Sembrava che i più giovani dovessero pagare un tributo di sangue
alla siderurgia italiana. Il numero di
incidenti era elevatissimo in quegli
anni, in media circa 2000 e avevano
il sospetto che alcuni sfuggissero al
nostro controllo. Non potevamo limitarci, come Inail, a pagare infortuni e
a risarcire vedove. Per cui quello fu
un punto di arrivo molto importante
poiché – ha evidenziato il teste – il
centro medico-legale è molto di più
di un’infermeria”.
L’Ilva, ha raccontato il testimone,
acconsentì ma non gradì molto la
presenza della struttura medicolegale e la sua autonomia: “Avevamo
medici e specialisti Inail, quando
l’Ilva ci chiese di accedere ai registri
rispondemmo picche”.
Quella di Gigante è una delle testimonianze su cui fanno leva i difensori
Carlo e Claudio Petrone per confutare
la tesi accusatoria dei favori all’Ilva
da parte di Florido e dimostrare come
l’atteggiamento del loro assistito sia
stato tutt’altro che accomodante verso
l’Ilva e i Riva.

Prossima udienza martedì prossimo
19 marzo con l’esame di altri testi
della difesa.

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