Cronaca

​Macabre foto su internet, fermiamo questo gioco al massacro​

Il danno irreparabile di immagini che distruggono il turismo


La storia ormai è nota: una
fotografa free lance ha improvvisamente
acquisito una certa notorietà sui social
grazie ad una foto notturna nella quale una
nuvola dalle forme che richiamano quella
di un teschio incombe sulla città di Taranto.

La foto ha ricevuto una menzione d’onore
ad una gara fotografica on line. C’è stato
chi, anche tra i giornali, maldestramente e
senza alcuna verifica, ha ricondotto questo
concorso nientemeno che alla Nikon. In
realtà si tratta di un clamoroso equivoco,
uno di quelli nei quali con una buona dose
di sprovvedutezza si incappa nelle trappole
del web.
La fotografia in questione, infatti, non ha
vinto alcun concorso Nikon.

Basta aprire il
link pubblicato dalla stessa autrice sul suo
profilo facebook per capire di cosa stiamo
parlando. Il link rimanda infatti alla pagina
nikonclubitalia.com. Basterebbe vedere il
logo – una scimmiottatura di quello originale della Nikon – per capire che la nota
casa produttrice di macchine fotografiche
con questo concorso non c’entra nulla. E
infatti sullo stesso logo di questo club on
line è riportata, a scanso di fraintendimenti,
la dicitura “community indipendente”.
Niente di più quindi che una pagina alla
quale sono iscritti appassionati di fotografia, magari seguaci di quel marchio. La
pagina è riconducibile ad un network, una
rete di pagine similari ognuna delle quali si
richiama vagamente, con allusioni grafiche
al logo, a note marche di prodotti per la
fotografia. I cosiddetti concorsi fotografici
di queste pagine si risolvono nella pubblicazione di foto a tema che possono essere
votate da chiunque. Basta un clic. Vince chi
acchiappa più clic.

Un banalissimo modo
per catturare visualizzazioni, nulla di più.
Basterebbe questo a sgomberare il campo
da ogni equivoco e valutazioni di merito.
Ma fin qui siamo soltanto ad un gioco sul
web abilmente voltato a vantaggio di chi
ne ha tratto notorietà e di chi accumula clic
sul proprio sito.
Il punto, piuttosto, è un altro. È bastata
infatti l’ingannevole associazione con la
Nikon per dare prestigio alla “menzione
d’onore” ricevuta dalla fotografa in questione. Materiale sufficiente per far nascere
il caso mediatico: la morte che incombe
su Taranto rappresentata da una nube a
forma di teschio che punta il suo sguardo
minaccioso sulla città dell’Ilva.

Certe frange ambientaliste – in queste
settimane già particolarmente eccitate per
il sequestro delle collinette ecologiche, la
chiusura precauzionale di due scuole e i
dati sulle emissioni di diossina sparati (in
modo «improprio», dice l’Arpa) da alcuni
esponenti politici – si sono tuffate a capofitto su questa fotografia, diventata virale
in men che non si dica.
Così Taranto è tornata ad offrire al mondo
il suo volto più macabro e lugubre. Sembra
di essere tornati al 2012 quando questa città
era diventata carne da macello per i media
di ogni dove e in giro per l’Italia venivano
spediti manifesti 6×3 che descrivevano
Taranto come un inferno di morte per i
propri abitanti e in particolare per i propri
bambini, anche in seguito usati come arma
di propaganda e immortalati con maschere
antigas: immagini sconcertanti e di forte
impatto emotivo, ma che, per la loro infondatezza scientifica, avevano suscitato
l’indignazione dell’ex direttore generale
dell’Arpa, Giorgio Assennato, un’autorità
in materia, che senza mezzi termini definì
come «Terrorismo fotografico» quella
spregiudicata operazione mediatica.

Una
operazione rilanciata con altrettanta spregiudicatezza dal presidente della Regione,
Michele Emiliano, forse dimentico che da
chi ha responsabilità istituzionali e di governo ci si aspetta che dia risposte, non che soffi sul fuoco della protesta e della paura.
La storia si sta ripetendo adesso, nonostante la stessa Arpa (Agenzia regionale
per l’ambiente) e l’Ispra (Istituto superiore
per la protezione e la ricerca ambientale)
abbiano chiarito che i dati sulla qualità
dell’aria al rione Tamburi, il più esposto alle
emissioni della grande industria, non hanno
fatto registrare un superamento dei limiti
fissati dalle norme europee. E nonostante,
proprio sulla diossina, Arpa e Asl abbiano
chiarito che «non risultano superati i limiti
previsti dalla normativa e contenuti nelle
linee guida dell’Organizzazione mondiale
della Sanità, per cui non si può parlare di
aumento del rischio per la salute umana».

Tornare quindi a mostrare questo volto
macabro di Taranto a che serve? O forse
sarebbe meglio chiedersi a chi serve?
Quale beneficio trae la città da questa
divulgazione compulsiva di immagini che
non corrispondono, stando alle valutazioni
delle istituzioni scientifiche, ad un attuale
allarme ambientale?
È vero: siamo in clima elettorale. Probabilmente c’è chi vuole occupare il vuoto
di consenso lasciato dai Cinquestelle, che
per anni hanno sputato sentenze di morte
contro l’Ilva per poi rendersi autori di un
clamoroso dietro front non appena arrivati
al governo.

Oggi è impensabile che l’area ambientalista rivolga nuovamente le sue attenzioni
al partito di Luigi Di Maio. Il dubbio che
qualcuno voglia approfittarne è quantomeno lecito.
Ma soprattutto: siamo sicuri che identificare la città con un teschio faccia bene a
Taranto e ai tarantini? Nessuno degli autori
di questi capolavori è assalito dal timore
che continuando a diffondere questa idea
malefica di città si finisca per ammazzare,
ancora prima che nasca, quella economia
turistica che si vorrebbe come alternativa
alla dipendenza dalla cosiddetta monocultura dell’acciaio? O la spasmodica ricerca di
visibilità e del consenso virtuale sui social
è così inarrestabile da divorare l’obiettivo
di rendere questa città migliore e più sana?
Gli incendiari di professione hanno mai
provato a scambiare due chiacchiere con gli
operatori turistici? Lo sanno che arrivano
disdette di prenotazioni da turisti italiani e
stranieri assaliti dal terrore che fermandosi
a Taranto per una manciata di giorni ci si
possa ammalare di tumore? Sono consapevoli che con questo tipo di propaganda
contribuiscono a uccidere presente e futuro
di questa città già di suo provata per gli
effetti negativi non controllati che ha subito
prima dall’industrializzazione militare e
poi da quella siderurgica? Sono davvero
così eccitanti queste forme di masochismo?
Davvero si pensa di tutelare così la salute
dei bambini di Taranto?


Una cosa è tenere alta l’attenzione, altra
è sfregiare la città. Paghiamo decenni di
distrazioni collettive e quindi è doveroso
restare allerta. Da questa attenzione si deve
ripartire per costruire una prospettiva di
vita a misura d’uomo, ma questo insensato
bombardamento che, allo stato, non trova
riscontro nelle analisi istituzionali, è un colpo mortale per ogni possibilità di rinascita.
Questo circo del macabro che distrugge
Taranto quando Taranto cerca faticosamente di rialzarsi equivale ad una raffica di
fiocine sparate in faccia ai nostri delfini del
Golfo, è un masso scaraventato con violenza sulle teche del MarTa, è una gragnuola
di picconate inferte al Castello Aragonese,
è una valanga di fango che inonda i vicoli
e gli ipogei della Città Vecchia. Per sensibilizzare? No. Questo è solo esercizio di
vanità per strappare manciate di effimera
gloria e di like. Qualcuno, forse, oltre ai
like è pure in cerca di voti.
Andare orgogliosi per queste esibizioni o
credere scioccamente che questa autoflagellazione mediatica possa fare bene alla
città è semplicemente mostruoso.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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