Cronaca

​Di Maio a Taranto e la giravolta del M5S​

Dall’odio contro l’Ilva alla fustigazione degli allarmisti


«Il Vice Presidente del
Consiglio e Ministro dello Sviluppo
Economico e del Lavoro, Luigi Di
Maio, in qualità di Presidente del
Tavolo Istituzionale Permanente ai
sensi del D.P.C.M. 26 febbraio 2019,
convoca per le ore 10,30 di mercoledì
24 aprile 2019, presso la Prefettura
di Taranto, la riunione del Tavolo,
per confrontarsi sui nuovi obiettivi
strategici ed operativi del Contratto
Istituzionale di Sviluppo».

L’annuncio è arrivato direttamente
dal Ministero dello Sviluppo. Dunque Luigi Di Maio sarà a Taranto.
Sette mesi dopo aver annunciato
che sarebbe sceso da queste parti
per spiegare ai tarantini l’epilogo del
caso Ilva. Lo aveva fatto a settembre
del 2018, nel momento in cui aveva
suggellato con la sua firma il passaggio dell’Ilva ad Arcelor Mittal. Nessuna chiusura dello stabilimento, ma
al contrario piena attuazione di ciò
che avevano già impostato i governi
precedenti. Di fatto, con l’accordo del
6 settembre firmato da Di Maio si è
sostanzialmente compiuto il piano
Calenda.
Alto tradimento per quanti, con una
imperdonabile dose di ingenuità,
avevano davvero creduto che con il
M5S al governo sarebbe stata chiusa
la più grande acciaieria d’Europa. A
Taranto per anni le frange più esagitate dei militanti pentastellati – e
con loro quanti si sono astutamente
serviti del treno grillino in corsa –
avevano sputato odio contro quella
fabbrica e contro tutti i governi che
a turno avevano prodotto i cosiddetti
decreti salva Ilva.

Una campagna
martellante e spregiudicata, infarcita spesso di slogan e luoghi comuni che
però avevano alimentato il convincimento che votando Cinquestelle
sarebbe stata sancita la condanna a
morte dello stabilimento siderurgico. E invece è arrivata la clamorosa
riabilitazione della fabbrica. Il capovolgimento di fronte è stato tanto
radicale quanto repentino, anche se
le avvisaglie c’erano state proprio in campagna elettorale e proprio
ad opera dello stesso Di Maio, che
a Taranto venne a dire che l’Ilva
avrebbe dovuto continuare ad esistere e a dare posti di lavoro, sebbene
in un contesto di una piuttosto vaga
riconversione. Affermazioni che
suscitarono l’imbarazzo del popolo
pentastellato al punto che i candidati
al Parlamento si sentirono in dovere
di firmare un documento per ribadire
la linea della chiusura e che Di Maio
era stato frainteso.

Oggi è del tutto evidente che non
c’era stato alcun fraintendimento: Di
Maio non avrebbe mai chiuso l’Ilva.
Oggi il M5S è su una linea diametralmente opposta rispetto al
passato. Se un qualsiasi esponente
del Pd avesse pronunciato le parole
di Vianello contro gli allarmisti di
professione, i pentastellati di ieri lo
avrebbero sbranato. Le fauci sono
sempre le stesse, è cambiata la preda.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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