Cronaca

​Racket delle cozze, le condanne richieste dalla pubblica accusa

Il processo “Piovra” che si sta celebrando con il rito abbreviato


Racket delle cozze: le richieste di condanna del pm
nel processo “Piovra” che si sta celebrando con il rito abbreviato.

Il pubblico ministero Enrico Bruschi ha chiesto una condanna a sei
anni e nove mesi di reclusione per il 35enne Nicola Blasi, cinque
anni per suo padre il 53enne Cosimo.
Due anni chiesti invece per il ventottenne Angelo Blasi, un anno e
due quattro mesi per il trentacinquenne Christian Morrone. I Blasi
sono difesi dall’avvocato Maurizio Besio, Morrone dall’avvocato
Gianluca Sebastio. Nel processo che si sta celebrando dinanzi al
gup, dott.ssa Romano, prossima udienza il 19 novembre in cui sarà
data la parola al collegio di difesa. Gli altri imputati vengono processati con il rito ordinario. L’operazione Piovra condotta ad aprile
del 2016 da carabinieri e guardia costiera di Taranto aveva portato
all’arresto di 13 persone, cinque delle quali accusate di associazione
per delinquere, estorsione, furti e rapine.
Otto di loro erano finite agli arresti domiciliari. In tutto 23 le persone indagate.

Tra le accuse anche quella di commercio di sostanze
alimentari nocive, per aver venduto cozze senza alcuna documentazione sanitaria e fiscale.
Per alcuni indagati anche l’accusa di danneggiamento per aver deturpato interi tratti di scogliera per la pesca di datteri di mare, che è
vietata. Diversi i mitilicoltori ripresi dalle telecamere dei carabinieri
mentre pagavano il pizzo. Decine gli episodi estorsivi contestati
dagli investigatori che riguardavano solo alcuni mesi del 2014.
Decine i sacchi di cozze ricettati durante l’estate del 2014 ed
acquistati da commercianti compiacenti, finiti ai domiciliari, che
rivendevano la merce nonostante fosse priva di alcun controllo e
certificazione igienico-sanitaria da parte della Asl.

Le indagini avviate nel 2014 dai carabinieri del Nucleo investigativo del Reparto operativo e dalla Capitaneria di porto di Taranto
e coordinate dalla Procura, avevano consentito di denunciare
numerose persone e delineare un collaudato meccanismo di
imposizione di “guardiania fittizia” sulle coltivazioni di mitili,
i cui operatori che non soggiacevano al gruppo subivano danneggiamenti e furti.
Il prodotto, secondo quanto riferito dopo il blitz dagli investigatori, veniva poi immesso sul mercato grazie a commercianti
compiacenti, che evitavano gli obbligatori controlli igienicosanitari, vendendo anche i datteri di mare, molluschi di cui è
vietata la pesca per il rilevante danno all’ambiente marino che
veniva procurato.
L’attività investigativa era stata supportata da riprese eseguite
con teleobiettivi e da registrazioni audio captate con microfoni
collocati anche a bordo di imbarcazioni.

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