13 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Maggio 2021 alle 18:30:05

Cronaca

​Stano assassinato dall’indifferenza​

​Lo scrittore Giuse Alemanno: «Questa è una città meravigliosa e infame, capace di bellezza e nefandezze. Come tante città del Sud»​


C’è un video caricato su You Tube e c’è una
data di pubblicazione che da sola vale una condanna: 18
maggio 2012. Esattamente sette anni fa.

Il video – migliaia
di visualizzazioni – è di quelli girati con un cellulare: un
manipolo di ragazzini poco più che bambini, incoraggiati
dalla presenza di una fanciulla un po’ più grande, attraversa ridendo e scherzando via San Gregorio Magno. La
meta è precisa: la casa de lu pacciu.
Lu pacciu è Antonio Stano e loro, i ragazzini, si dirigono
verso quella abitazione per sferrare un calcio alla porta
di ingresso e attendere la reazione di questo povero pensionato afflitto dai suoi disagi psichici. E così accade, tra
risate, schiamazzi e fuga generale. Tutto in pieno giorno,
non nelle ore oscure della notte, non nel gelido buio dei
video finiti nell’inchiesta che ha portato all’arresto di otto
giovani per le angherie inflitte a questo ex dipendente
dell’Arsenale.

Ecco cosa era Antonio Stano: un divertimento, un passatempo, un giocattolo per ragazzini, una vittima designata
da bullizzare. Come sapevano in tanti, tantissimi. Da anni.
E lui, come sua unica arma di difesa, non aveva potuto
fare altro che trincerarsi nella sua avvilente solitudine.
A Manduria si sapeva e quel video di sette anni fa è un
ulteriore atto di accusa verso una comunità nella quale
oggi in troppi pronunciano dichiarazioni autoassolutorie,
istituzioni comprese, ad ogni livello.
Si cercano alibi imbarazzanti per giustificare i silenzi
e l’inazione di chi forse poteva intervenire per tempo e
non lo ha fatto. A leggere alcune dichiarazioni sembra
che ognuno abbia fatto il suo burocratico dovere, come
se mettere fine alle tremende vessazioni subite da Stano
fosse il disbrigo di una pratica e non un atto di civiltà e
umanità.
Prima di rimanere vittima della crudeltà di un gruppo
di giovanissimi balordi, Antonio è rimasto vittima di
qualcosa di ancora più profondo e disumano: l’indifferenza. Di lui se ne sono semplicemente fottuti.

Di questa esistenza disagiata e angosciosamente solitaria non è
importato nulla a nessuno. Le sue disperate invocazioni
d’aiuto hanno finito per spegnersi nel mare contemporaneo dell’assuefazione al male di vivere, alla violenza che
profana la dignità altrui. Lu pacciu della porta accanto
(o di fronte) era semplicemente la “normale” tessera di
un mosaico di disgregazione sociale fatto di fallimenti
familiari ed educativi, incapacità istituzionali, generale
insensibilità alle sorti dell’altro. Di una generale sordità sociale all’interno di un contesto dove il disagio di
quest’uomo è stato avvolto dall’indifferente abitudine
alla sua “anomala” presenza. Mentre “normali” devono
essere state considerate in questi anni le ragazzate di chi
scalciava alla sua porta per il solo gusto di sentirlo urlare.

Ora questo agghiacciante velo di assuefazione e normalità
è stato squarciato da una variabile non contemplata: la
fine atroce di questo poveretto abbandonato dal mondo.
Ma attenzione, perché credere che questa vicenda abbia
una connotazione antropologica tutta manduriana sarebbe
un errore. Manduria è città difficile, certo. Il suo consiglio
comunale è stato sciolto a causa dei «collegamenti diretti
ed indiretti degli amministratori locali con la criminalità
organizzata di tipo mafioso», ma questa – per dirne una
– è anche la città del Primitivo, di una eccellenza che
non poteva emergere se non ci fossero state intelligenze,
operosità e cultura adeguate.
«Manduria – dice lo scrittore Giuse Alemanno – è una
città meravigliosa e infame, come tante altre città del Sud.
È una città capace di straordinaria bellezza e purtroppo
anche di certe nefandezze. Ma respingo il giustizialismo
becero che si è scatenato in questi giorni».

Oggi, però, la vergogna per quanto accaduto è difficile da
contenere. La morte di Stano può innescare tuttavia una
catarsi collettiva se la città saprà fare una riflessione tanto
dolorosa quanto profonda. Se Manduria saprà rifuggire
dall’ansia di autoassoluzione avrà modo di costruire una
comunità migliore. Anche qui, ci vorranno intelligenze
e cultura adeguate.

Enzo Ferrari
Direttore responsabile

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