22 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 22 Ottobre 2020 alle 16:48:29

Cronaca

La vicenda Ilva: I documenti di accusa e difesa


 

Pagine e pagine di carte. Accuse e difesa che incrociano le armi. Oggetto del contendere: l’aderenza al dettato costituzionale del legge 231/2012, quella che permette all’Ilva di proseguire le proprie attività e dispone l’adeguamento degli impianti alle prescrizioni dell’Aia, l’Autorizzazione integrata ambientale.

 

Per la Procura, il provvedimento legislativo varato dal governo e poi convertito in legge dal Parlamento rappresenta un’invasione di campo dei poteri esecutivo e legislativo nei confronti del potere giudiziario.

 

Da qui il ricorso per conflitto di attribuzione presentato alla Corte Costituzionale, che il 13 febbraio ne discuterà l’ammissibilità.

 

Scrivono i pm: “A far data dal 1998 nei confronti di alcuni dirigenti della S.p.a. ILVA – gestore dello stabilimento siderurgico di Taranto – venivano emesse sei sentenze, anche di condanna, divenute irrevocabili, per violazione della normativa antiinquinamento e degli artt. 437, 674 e 635- co.2 n. 3-c.p. A seguito di segnalazioni provenienti dall’A.R.P.A. Puglia, dall’ A.S.L., dall’ispettorato del Lavoro e dalla Questura di Taranto, alcune delle quali risalenti all’anno 2007, e a seguito di numerosissime denunzie-querele di privati cittadini e del Sindaco di Taranto, il nostro Ufficio iniziava attività d’indagine in parte consistente neIl’acquisizione di documenti e nell’espletamento di varie C.T. e in parte delegata ai CC. dei N.O.E. di Lecce.

 

Dagli accertamenti compiuti emergeva che dallo stabilimento ILVA si sprigionava, con continuità, una quantità imponente di emissioni diffuse e fuggitive nocive, provenienti dalla c.d. “area a caldo” (e, cioè, dall’area parchi, cokeria, agglomerato, altiforni, acciaieria e GRF); che all’interno dello stabilimento veniva posta in essere, con continuità un’attività di sversamento nell’aria- ambiente di varie sostanze nocive per la saluto umana, animale e vegetale (in particolare IPA, benzo[a]pirene, diossine, metalli e altre polveri) che si diffondevano nelle aree interne del siderurgico, nonché in quelle rurali e urbane circostanti, idonee a cagionare eventi di malattia e di morte tra i lavoratori e la popolazione residente nei quartieri viciniori; che si era già verificato l’avvelenamento di 2.271 capi di bestiame (ovini), poi abbattuti. Venivano ipotizzati, oltre ai reati previsti dal D.L.vo n.152/2006 e dal codice penale per i quali si era proceduto in passato (artt. 674, 635 e 437 c.p., anche i delitti di cui agli artt. 434, e 439 c.p.

A seguito di richiesta di incidente probatorio, avanzata ai sensi dell’art. 392 – co. 2 – c.p.p., il G.l.P. disponeva perizie chimico-ambientale e medico-epidemiologica che evidenziavano non solo l’esistenza dei gravissimi fenomeni innanzi indicati, ma anche (e soprattutto) limpossibilità di ovviare agli stessi senza il previo risanamento (dal punto di vista ambientale) degli impianti funzionanti all’interno dello stabilimento. Sulla scorta del materiale probatorio acquisito, venivano dal nostro Ufficio avanzate richieste di misure cautelari personali e reali. Con ordinanza e decreto resi il 25/07/2012, il G.I.P. applicava la custodia cautelare nei confronti degli indagati e disponeva il sequestro preventivo di tutta l’area a caldo nominando custodi-amministratori con il compito di “avviare immediatamente le procedure tecniche di sicurezza per il blocco delle speci?che lavorazioni e lo spegnimento degli impianti”.

 

Con riferimento a tale ultimo punto, il Tribunale del Riesame, adito dal legale rappresentante pro-tempore della S.p.a. lLVA, con ordinanza del 07-20/O8/2012, disponeva, in parziale modifica dei provvedimento del G.l.P., “l’utilizzo degli impianti solo in funzione della realizzazione di tutte le misure tecniche necessarie per eliminare la situazione di pericolo e della attuazione di un sistema di monitoraggio in continuo delle emissioni inquinanti”, confermando, nel resto, il decreto impugnato e ribadendo il divieto di uso degli impianti predetti per finalità produttiva. Avverso detta ordinanza non veniva proposta impugnazione e, pertanto sulla stessa si fermava il c.d. “giudicato cautelare”.

 

A distanza di quattro mesi dall’esecuzione del provvedimento in esame, i dirigenti della S.p.a. lLVA non solo non ottemperavano allo stesso, ma continuavano anche a produrre tanto che, su richiesta del nostro Ufficio , il 22/11/2012, veniva disposto , ex art. 321 co. 1 e 2 – c.p.p., il sequestro preventivo di tutto il materiale ?nito e/o semilavorato prodotto sino a detta data. Nel contempo veniva inviata a tali dirigenti, (diversi dagli originari indagati), informazione di garanzia per i medesimi reati già ipotizzati. in ordine alla situazione suddescritta, ha ritenuto di dover intervenire il Governo della Repubblica adottando il Decreto-Legge O3/12/2012 n. 207 (G.U. n.282 del O3/12/2012).

 

Nell’intento di realizzare un bilanciamento tra la tutela della salute e la tutela dell’ambiente da un lato, e le esigenze di salvaguardia dell’occupazione e della produzione dall’altro, è stato previsto che “l’A.I.A. e il Piano Operativo assicurano l’immediata esecuzione di misure ?nalizzate alla tutela della salute e della protezione ambientale …”, (mediante) graduali ulteriori interventi sulla base di un ordine di priorità finalizzato al risanamento progressivo degli impianti con possibilità, però, per il Ministro dell’Ambiente, in presenza di stabilimenti industriali di interesse strategico nazionale e qualora vi sia “assoluta necessità di salvaguardia dell’occupazione e della produzione”, di autorizzare, mediante A.l.A., la prosecuzione dell’attivita produttiva di uno o più stabilimenti per un periodo determinato non superiore a 36 mesi e a condizione che vengano adempiute le prescrizioni contenute nella medesima A.l.A…. al fine di assicurare la più adeguata tutela dell’ambiente e della salute secondo le migliori tecniche disponibili”.

 

Il Decreto riconosce poi, che “la continuità del funzionamento produttivo dello stabilimento siderurgico ILVA S.p.a. costituisce una priorità strategica di interesse nazionale”. Il quarto comma dell’art. 1 stabilisce che “le disposizioni di cui al comma primo trovano applicazione anche quando I’A.G. abbia adottato provvedimenti di sequestro sui beni dell’impresa titolare dello stabilimento. In tale caso i provvedimenti (suddetti) non impediscono, nel corso del periodo di tempo indicato nell’autorizzazione, l’esercizio dell’attività d’impresa”. L’art. 2 prevede che, nei limiti consentiti dallo stesso decreto, rimangano in capo ai titolari dell’A.l.A. la gestione e la responsabilità della conduzione degli impianti di interesse strategico nazionale. L’art. 3, infine, fa espressamente salva l’efficacia dell’A.l.A. già precedentemente rilasciata alla società ILVA. Con riferimento alle disposizioni in esame vi è già chi ha evidenziato un impiego “abnorme” della funzione normativa, dando luogo ad una sorta di “revoca legislativa” di un provvedimento giudiziario di sequestro (adottato nell’ambito di un procedimento in corso); e, per di più, si tratta di materia penale, ove “l’esigenza di una tutela immediata e diretta del bene giuridico rafforza le ragioni di garanzia della certezza del diritto e dell’integrità delle attribuzioni costituzionali dei diversi poteri delle Stato”.

 

Tanto che, in analoghe situazioni, la giurisprudenza costituzionale è ferma nel vietare al legislatore di adottare provvedimenti che incidano sulla “funzione giurisdizionale in ordine alla decisione delle cause in corso” [v. tra le tante sent. n. 267/2007]. Si può quindi, “incidenter tantum”, affermare sin d’ora che le disposizioni in esame si pongono in termini di assoluta incompatibilità con gli artt. 101, 102, 103, 104, 111, 118 e 117 – co.1 – Cost. (quest’ultimo in relazione all’art. 6 CEDU), cioè, con i principi che caratterizzano la funzione giurisdizionale e con quelli del “giusto processo” e della separazione dei poteri. Trattasi, comunque, quella suesposta, di questione che potrà e dovrà formare oggetto di un giudizio costituzionale in via incidentale, poiché non sfugge allo scrivente come la Corte Costituzionale abbia sempre ritenuto il conflitto di attribuzioni uno strumento residuale da attivare in assenza di altro rimedio.

 

Anzi, il principio è stato evidenziato proprio in relazione ai conflitti tra poteri originati da atti legislativi i quali possono essere oggetto di conflitto “solo nel caso in cui non esista un giudizio nel quale questi debbano trovare applicazione e, quindi, possa essere sollevata la questione di legittimità costituzionale in via incidentale” (sent. n. 221/2002 e n. 457/1999). Quello che non appare tollerabile nella fattispecie è il grave “vulnus” operato dal Decreto ai principi di obbligatorietà dell’azione (art. 112 Cost.) e di indipendenza del P.M. (art. 107 Cost)”. (…). “Il Procuratore della Repubblica di Taranto e gli altri ricorrenti lamentano, con il presente atto, con riferimento all’adozione del Decreto Legge in esame, la lesione dei principi costituzionali previsti dagli artt. 112 e 107 – co. 4 – della Costituzione secondo i quali il Pubblico Ministero: a) ha l’obbligo di esercitare l’azione penale; b) gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario. Nel merito: violazione dell’art. 112 della Costituzione e delle disposizioni legislativo che na costituiscono attuazione ed integrazione ( artt. 50, 405, 423, 517 – co. 1 – e 518 c.p.p.).

 

ll Principio dell’obbligatorietà dell’azione penale incontra il solo limite della formulazione della richiesta di archiviazione. Da ciò deriva che l’organo dell’accusa non ha la facoltà di astenersi dall’agire sulla scorta di valutazioni differenti dalla constatazione dell’oggettiva infondatezza della sua iniziativa (…) “Il Decreto-Legge impugnato oltre ad annullare l’efficacia del provvedimento cautelare adottato dal G.l.P. per evitare l’aggravamento o la commissione di altri reati ha anche legittimato mediante la prosecuzione dell’attività produttiva per un periodo di tempo determinato, la sicura commissione quanto sopra detto in ordine alle caratteristiche degli impianti, di ulteriori fatti integranti i medesimi reati per cui è procedimento. Tali fatti, per detto periodo, non potranno essere perseguiti, né potranno essere addebitati ai loro autori, in violazione del principio innanzi richiamato (…) Peraltro, non può non evidenziarsi come le norme contenute nel d.l. 207, ponendosi in contrasto con il proncipio della separazione dei poteri, rendendo impossibile per l’Ordinamento l’applicazione delle misure preventive previste quando, secondo l’insindacabile giudizio di merito degli organi giurisdizionali, si accerti che vi è forte pericolo di lesione di beni alla cui protezione gli strumenti cautelari sono appositamente previsti, violano il dovere dell’Ordinamento di reprimere e prevenire i reati, dovere che pare ricavabile dal combinato disposto degli artt. 25, 27 e 112 della Costituzione”.

 

La legge cosiddetta Salva Ilva viola la Costituzione. Per la precisione, gli articoli 3, 9, 24, 25, 27, 32, 101, 102, 103, 104, 117. E’ la convinzione del pool guidato dal procuratore Sebastio, messa nero su bianco nella richiesta di “sollevare questione di legittimità costituzionale” riportata in due documenti similari, uno indirizzato al gip, l’altro al tribunale dell’appello, con i quali si motiva il parere negativo alla richiesta dell’Ilva di riavere i coils e semilavorati posti sotto sequestro. Un milione e 700.000 tonnellate d’acciaio, valore un miliardo di euro, prodotte prima del sequestro preventivo del 22 novembre.

 

“Appare evidente” si legge nel documento della Procura “come il prodotto di cui discutiamo sia il risultato di un’attività produttiva già descritta da diversi prowedimenti giurisdizionali come criminosa ed, allo stato, ancora sottoposta alle norme penali ivi contestate. Sotto tale pro?lo l’applicazione della normativa di cui sopra appare chiaramente di dubbia costituzionalità, atteso che consente da un lato un’attività produttiva illecita e dall’altro la commercializzazione del frutto di tale attività, peraltro, anche con efficacia retroattiva. Alla luce di quanto sopra chiarito appare doveroso esprimere parere contrario all’accoglimento dell’istanza presentata, rimettendo la questione (…) e chiedendo di sollevare le questioni di costituzionalità in ordine alle disposizioni della normativa del decreto legge n. 207/12, così come convertito nella legge n. 231/12, per le ragioni che di seguito si espongono” (…) “Risulta chiarissima la violazione dell’art. 3 (… ) è possibile affermare che, nell’ambito del limite temporale dei 36 mesi previsti dal decreto, identici fatti (di reato) se commessi da alcune imprese (quelle previste nei decreto) non sono soggetti alla sanzione penale, se commessi da altre imprese (non indicate nel decreto) sono invece soggetti alla sanzione penale (…) Si ha una “sospensione” ingiustificata dell’operatività della legge solo per alcune imprese e non per altre.

 

Tutto ciò sulla base di criteri eccessivamente generici. Invero, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri che dovrebbe individuare “Io stabilimento di interesse strategico nazionale” appare caratterizzato da una eccessiva astrattezza ove si ponga mente alla circostanza che tale provvedimento è il presupposto per stabilire se un’impresa ed i suoi amministratori debbano essere sottratti ai provvedimenti giurisdizionali penali e non. Non risulta chiaro cosa il legislatore abbia voluto indicare con la definizione di stabilimento di interesse strategico nazionale. Quali sono i parametri? Quali le caratteristiche? Tutto sembra rimesso alla più ampia discrezionalità dell’autorità amministrativa (…) La normativa allora non è più caratterizzata dalla generalità ed astrattezza, ma da una chiarissima individualità e concretezza, nemmeno stabilita da criteri già individuati, ma sulla base di un provvedimento amministrativo idoneo a spazzare via addirittura un provvedimento giurisdizionale in atto. Viene cosi a crearsi una disparità di trattamento senza precedenti con situazioni identiche trattate in modo differente sotto il profilo sanzionatorio (…) Il profilo di incostituzionalità sopra indicato, peraltro, si riflette, da un lato sugli articoli 101, 102, 103, 104 della Costituzione, dall’altro sugli articoli 25 e 27 della stessa Carta Costituzionale.

 

Come è noto tali articoli descrivono un sistema giurisdizionale di chiara autonomia ed indipendenza della magistratura ordinaria da ogni altro potere dello stato, con il giudice soggetto solo alla legge. Appare chiaro come le disposizioni del decreto di cui sopra così come convertito consentono ad una determinata impresa di violare impunemente la legge senza alcuna possibilità di intervento della magistratura, anzi addirittura vietando tale intervento, ed ancora più assurdamente bloccando qualsiasi iniziativa giurisdizionale tesa ad impedire la commissione di reati derivanti dall’attività produttiva di tali imprese (…) la stessa A.G. è espropriata del potere di accertare eventuali responsabilità penali legate al cattivo funzionamento degli impianti determinato da aspetti non previsti dalle misure indicate dall’autorizzazione integrata ambientale.

 

Trattasi, come è evidente, di un totale ed illegittimo, sotto il profilo costituzionale, esproprio della funzione giudiziaria e giurisdizionale (…) Risulta compromesso anche un altro principio cardine del nostro ordinamento costituzionale, e cioè quello sancito dall’art.24 “Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi” (…) Altro dubbio di incostituzionalità presentano le disposizioni del decreto di cui discutiamo, così come convertito, in relazione agli articoli 32 e 41 della Costituzione, nonché in relazione all’ormai riconosciuto (dalla Corte Costituzionale) valore costituzionale del diritto ad un ambiente salubre attraverso il combinato disposto degli articoli 2, 9 e 32 della Costituzione (…) la tutela della salute appare chiaramente messa da parte in favore delle ragioni legate alla produzione ed all’occupazione. (…) E’ di tutta evidenza come tale disciplina non realizza un bilanciamento dei diversi interessi in gioco; salute e ambiente da un lato e produzione e occupazione dall’altro, ma annienti completamente il diritto alla salute e ad un ambiente salubre a favore di quello economico e produttivo. Scelta assolutamente irragionevole sotto il profilo costituzionale. (…) I 36 mesi concessi all’impresa in realtà costituiscono una vera e propria “cappa” di totale “immunità” dalle norme penali e processuali che non ha eguali nella storia del nostro ordinamento e che pone un pericoloso precedente (…) alla luce di tale assetto costituzionale risulta evidente anche la violazione dell’art. 117 della Costituzione in relazione alla normativa comunitaria.

 

Appare chiaramente violate la Carta dei diritti fondamentali dell’UE (tenuto conto di quanto stabilito dall’articolo 6 dei Trattato di Lisbona) sia con riferimento all’ar. 3 ove è fatto riferimento al diritto all’ntegrità fisica e psichica, sia con riferimento all’art. 35 ove è fatto riferimento al diritto alla salute. Ovviamente i pro?li di incostituzionalità sono riferiti al rispetto per lo Stato Italiano degli obblighi internazionali, così come statuito dal primo comma dell’art. 117 (…) Inoltre, appare chiaramente violato l’articolo 6 della CEDU ove è previsto il diritto ad un equo processo (…) Risulta violato il Trattato di Lisbona, nella parte in cui ha modificato i due Trattati fondamentali (…) A Taranto la “fase di rischio” è già stata superata da anni a cusa dell’attività del sideurgico”. O si pone la questione della legittimità costituzionale, aggiunge la Procura, o va revocata la nomina dei quattro custodi-amministratori giudiziari, visto che la legge “esclude ed addirittura vieta ai custodi amministratori di individuare ulteriori criticità idonee ad imporre misure aggiuntive e diverse rispetto a quelle previste dall’AIA”.

 

La replica dell’Ilva è affidata ad una memoria difensiva, depositata dall’avv. Egidio Albanese e firmata dall’avv. Marco De Luca. “I singoli profili d’ipotetica (ma irrilevante e manifestamente infondata) illegittimità costituzionale ne rivelano l’origine autentica: vale a dire, il ri?uto del principio di unità dell’ordinamento giuridico” si legge nella ‘memoria’. “Decisiva è l’esaustività della disciplina generale e astratta contenuta nell’art. 1: tutti i pro?li d’ipotetica illegittimità, come tratteggiati dall’Accusa, attengono unicamente ai contenuti di quella disciplina. Sicché non può darsi una autonoma questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, se non in quanto mero rifesso del dubbio paventato rispetto all’art. 1: a quest’ultimo occorre dunque rivolgere l’attenzione (…) Ciascuno degli ipotetici prolili d’illegittimità costituzionale, come paventati dall’Accusa, attiene all’autorizzazione alla prosecuzione alla produzione: da essa discenderebbero una violazione del diritto alla salute, una irragionevole diversità di disciplina per fattispecie omologhe, una violazione dell’autonomia dell’Autorità giudiziaria la quale abbia, come nel caso di specie, inteso “bloccare” l’attività produttiva stessa, poiché in ipotesi costituente reato.

 

Cosicchè, quando pur rilevante e non manifestamente infondata, siffatta questione non potrebbe in ogni caso condurre a una indiscriminata pronuncia di illegittimità costituzionale; bensì, in via del tutto astratta, essa potrebbe al più portare alla dichiarazione d’illegittimità di quelle sole disposizioni che incidono sulla prosecuzione dell’attività: risultando in ogni caso legittime e pienamente applicabili nel presente giudizio le norme che impongono la restituzione del prodotto già stoccato (…) Con riferimento al principio di uguaglianza. Sostengono i Pubblici Ministeri che “identici fatti di reato se commessi da alcune imprese (quelle previste nel decreto) non sono soggetti alla sanzione penale, se commessi da altre imprese (non indicate nel decreto) sono invece soggetti alla sanzione penale”. L’oblio dell’intero Tit. lll-bis invero permane (o finge di permanere): è infatti chiaro che la sottocategoria delle imprese contemplate nell’art. 1 del D. L. convertito è in ogni caso interna alla più generale categoria delle imprese già destinatarie di una A.I.A. e di un provvedimento di riesame ex art. 21-octies, comma 4, D. Lgs. 152/2006.

 

Si tratta, insomma, delle imprese il cui esercizio è già condizionato al rispetto di parametri previamente individuati, in modo puntuale e concreto, dal Ministero dell’Ambiente: e ciò in base a criteri e procedimenti definiti in via generale e astratta nelle citate disposizioni normative (…) Superfluo aggiungere che tutti i limiti definiti nel regime autorizzatorio, nonché le sanzioni, anche penali previste per il caso di violazione, mantengono il proprio valore vincolante (art. 1, commi 2 e 3). Ogni contraria affermazione, oltre che apodittica, sembra poggiare sull’omessa lettura delle disposizioni citate (…) Negata in radice la fondatezza della questione relativa alla presunta violazione dell’articolo 3 della Costituzione, appare chiara l’incosistenza degli argomenti concernenti i profili di incostituzionalità delle nonne del D.L. n. 207/2012 rispetto agli articoli 101, 102, 103, 104 della Carta Costituzionale.

 

Se, infatti, non può non condividersi la premessa descrittiva di un sistema che sancisce l’indipendenza del potere giudiziario da ogni altro potere dello Stato e la definizione dei compiti ad esso assegnati, che attribuisce alla sola magistratura l’applicazione della legge, non è chi non veda come nel caso di specie tale principio sia stato rispettato. Invero, l’intervento legislativo di cui viene predicata l’incostituzionalità non incide, né intende farlo, sull’applicazione della legge penale, ma sulla definizione del suo contenuto”.

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