22 Aprile 2021 - Ultimo aggiornamento il: 22 Aprile 2021 alle 15:06:21

Cronaca

PERCHE’ I COILS SONO FERMI


TARANTO – Le agenzie di stampa hanno battuto la notizia nel primo pomeriggio di ieri: Il tribunale di Taranto, in funzione di giudice dell’Appello, ha depositato un’ordinanza con la quale solleva questione di legittimità costituzionale sulla legge 231 del 2012, inviando gli atti alla Consulta. L’ordinanza è stata emessa dal tribunale (presidente Detomasi, a latere Ruberto e De Michele) sciogliendo la riserva sul ricorso presentato dai legali dell’Ilva finalizzato al dissequestro dei prodotti finiti e semilavorati depositati sulle banchine dell’area portuale di Taranto. I giudici hanno così accolto la richiesta della Procura. Nelle more della decisione della Consulta, i prodotti restano nel porto.

La questione di legittimità costituzionale dell’art. 3 L.n. 231 del 24.12.2012 è rilevante e non manifestamente infondata.

(…) Ad avviso del Collegio, l’applicazione della norma prevista dallart.3, co.3, L. 231/2012 – che impone, come si è detto, il dissequestro del prodotto finito e/o semilavorato attualmente sottoposta a sequestro preventivo in forza di (legittimo) prowedimento del Gip emesso il 22.11.2012 – merita un preventivo vaglio da parte della Corte Costituzionale, essendo non manifestamente infondate alcune questioni di costituzionalità sollevate a riguardo dal PM procedente o, comunque, rilevabili d’ufficio.

Solo la questione di legittimità costituzionale della predetta norma, infatti, per le considerazioni sopra esposte, appare rilevante nel presente giudizio (nel senso che l’appello non può essere de?nito indipendentemente dalla risoluzione di essa), atteso che le altre norme su cui si sono appuntati i rilievi della Procura, in particolare quelle contenute negli articoli 1 e 2 del d.l. 207/2012 e nella parte iniziale del medesimo articolo 3, hanno esclusiva rilevanza con riferimento alla vicenda inerente il sequestro degli impianti dello stabilimento ILVA di Taranto, avendo imposto la immissione in possesso della società nei beni dell’impresa (anche se sottoposti a misura cautelare reale) e la prosecuzione della attività produttiva, ma non riguardano il dissequestro del prodotto finito, oggetto della presente impugnazione.

SULLA NON MANIFESTA INFONDATEZZA DELLA QUESTIONE

Orbene l’art. 3, comma 3, L. 231/2012 presenta evidenti profili di contrasto innanzitutto con l’art. 3 della Costituzione, ossia con il principio di uguaglianza, dal momento che identici fatti-reato (quali, in ipotesi, quelli contestati nel decreto di sequestro del 22.11.2012), se commessi da alcune imprese, possono determinare il sequestro del prodotto del reato medesimo e la conseguente incommerciabilità dei beni, se commessi, invece, da ILVA S.p.A. non comportano analogo effetto, determinandosi in questo modo, ad avviso dell’odierno Collegio, una inammissibile disparità di trattamento. La legge si presenta pertanto come “legge del caso singolo”. A riguardo la Corte Costituzionale ha, da tempo, statuito che il principio di eguaglianza è violato anche quando la legge, senza un ragionevole motivo, faccia un trattamento diverso a cittadini che si trovino in situazione eguale (cfr. Corte Cost. sent. n. 15 del 1960). Nella sentenza n. 1009 del 1988, quasi si trattasse di enunciare una regola generale, la Corte costituzionale esprime chiaramente questo concetto: “il principio di cui all’art. 3 Cost. è violato non solo quando i trattamenti messi a confronto sono formalmente cantraddittori in ragione dell’identità delle fattispecie, ma anche quando la differenza di trattamento è irrazionale secondo le regole del discorso pratico, in quanto le rispettive fattispecie, pur diverse, sono ragionevolmente analoghe”. Ebbene, nel caso di specie l’impugnata norma contrasterebbe con il principio di eguaglianza, in quanto sottrae alla situazione di illegale commerciabilità del prodotto, sequestrato, di un reato, di norma punito ai sensi dell’art. 334 c.p., esclusivamente ILVA S.p.A., mentre lascia assoggettata al divieto (ed alle relative sanzioni penali) tutte le altre imprese che, nelle stesse condizioni, esercitino un’attività economica e verso le quali sia stato disposto il sequestro preventivo della merce. Ove, come si è detto, l’art. 3, comma 3, L. 231/2012 introduca una ipotesi di revoca del sequestro preventivo, ulteriore e diversa da quella comunemente prevista dall’art. 321, comma 3, c.p.p., secondo cui il sequestro va revocato “quando risultano mancanti, anche per fatti soprawenuti, le condizioni di applicabilità” del vincolo, vi sarebbe ulteriore disparità di trattamento tra tale evenienza, veri?cabile solo per ILVA S.p.A. e non tutte le altre imprese per le quali il dissequestro può essere disposto solo alle condizioni previste dall’art. 321, comma 3, c.p.p. La previsione di un trattamento penale più favorevole per i presunti responsabili di illeciti che contribuiscono a creare o mantenere una situazione di emergenza ambientale (incidendo gravemente su beni di rilevanza costituzionale, quali l’ambiente e la salute dei cittadini, esposti a grave pericolo proprio per effetto di quei comportamenti) appare manifestamente irragionevole e si pone, altresì, in contrasto con il criterio di scelta comunemente adottato dal legislatore, nella regolamentazione penale della materia ambientale, allorquando ha predisposto una tutela rafforzata al fine di garantire le popolazioni coinvolte [si pensi all’art. 6, lett. a ) e d ), del d.l. 6 novembre 2008, n. 172, convertito, con modi?cazioni, dall’alt. 1, comma 1, della legge 30 dicembre 2008, n. 210, nella parte in cui, limitatamente alle aree geogra?che in cui vige lo stato di emergenza nel settore dello smaltimento dei ri?uti, con?gura come delitto condotte che, nel restante territorio nazionale, non sono penalmente rilevanti (lett. a) o sono punite a titolo di contravvenzione (lett. d)]. Il principio di uguaglianza appare, altresì, violato sotto il profilo della “ragionevolezza – razionalità” della disparità di trattamento (aderendo a quell’orientamento dottrinario secondo cui la ragionevolezza, in questa differente prospettiva, sembra esigere, più nettamente, “razionalità” nelle scelte legislative, confondendosi, più propriamente, con la più generale esigenza di coerenza dell’ordinamento giuridico: cfr. Corte Cost. sent. n. 204/1982, ove si dice che il valore essenziale dell’ordinamento giuridico di un paese civile sta nella coerenza tra le parti di cui si compone, “valore nel dispregio del quale le norme degradano al livello di gregge senza pastore”). Se l’art. 321 c.p.p. prevede la sequestrabilità delle cose che costituiscono il prodotto del reato e che sono con?scabili, ai sensi del primo comma dell’art. 240 c.p., all’esito del processo (owero di quelle, pertinenti al reato, che possono aggravare o protrarre le conseguenze di esso reato owero agevolare la commissione di altri) e se l’effetto “naturale” del sequestro è la indisponibilità giuridica della res, appare davvero dif?cile comprendere perché sia stato consentito ex lege a ILVA S.p.A. di commercializzare i prodotti in sequestro, non apparendo tale facoltà funzionale neanche a quella “assoluta necessità di salvaguardia dell’occupazione e della produzione” che, a norma dell’art. 1 L. 231/2012, può determinare il Ministero dell’Ambiente “in sede di riesame della autorizzazione integrata ambientale” (nell’ambito, cioè, di un procedimento amministrativo istituzionalmente deputato al bilanciamento di opposti interessi, ravvisabili nel caso de quo nella tutela dell’ambiente e della salute) ad autorizzare la prosecuzione dell’attività produttiva degli stabilimenti “di interesse strategico nazionale”, anche in caso di sequestro sui beni dell’impresa titolare dello stabilimento (autorizzazione che è stata legislativamente disposta nei confronti di ILVA S.p.A., a mente del successivo articolo 3). In realtà l’applicazione dell’art. 3 L. 231/2012 sembra violare, anche sotto altro aspetto, il principio costituzionale di uguaglianza, nei termini sopra indicati (per la ingiusti?cata disparità di trattamento tra situazioni analoghe e per la irrazionalità-incoerenza della diversità di disciplina). E invero la suddetta legge, all’art. 1, introduce una fattispecie, quella di “stabilimento di interesse strategico nazionale” – prescrivendo che deve trattarsi di stabilimento individuato con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri e che presso di esso devono essere occupati non meno di 200 lavoratori dipendenti, compresi quelli ammessi al trattamento di integrazione dei guadagni – in relazione alla quale prevede, per le imprese che abbiano le suddette caratteristiche, una particolare disciplina, in particolare la possibilità di ottenere l’autoriizzazione, da parte del Ministero dell’Ambiente, alla prosecuzione dell’attività produttiva (per un periodo non superiore a 36 mesi), anche se l’autorità giudiziaria abbia adottato prowedimenti di sequestro che, a norma del comma 4 del predetto articolo 1, “non impediscono, nel periodo di tempo indicato nell’autorizzazione, l’esercizio dell’attività di impresa”. A parte qualunque rilievo sulla generalità potenziale della suddetta norma, trattandosi di legge solo formalmente generale e astratta, ma il cui ?ne precipuo immediatamente evidente – per la tempistica e le modalità di approvazione del prowedimento – è stato quello di regolamentare un caso singolo (ma si tratta di un pro?lo non rilevante nel presente giudizio), emerge chiaramente che la “prosecuzione dell’attività produttiva” e/o “l’esercizio dell’attività di impresa” degli stabilimenti di “interesse strategico nazionale” (ove ne fossero individuati altri, diversi da quello di ILVA S.p.A.) sono realtà concettuali, casi della vita, differenti rispetto a quello della prevista commercializzazione dei prodotti, realizzati antecedentemente al prowedimento ministeriale autorizzativo emesso ex art. 1 L. 231/2012, eventualmente posti sotto sequestro dall’autorità giudiziaria che, dunque, non possono essere immessi in commercio dagli ulteriori stabilimenti di interesse strategico nazionale, nonostante l’autorizzazione alla prosecuzione dell’attività imprenditoriale, in assenza di speci?ca deroga all’art. 321 c.p.p. introdotta da altra norma di rango primario. Ebbene la norma inserita nel successivo art. 3, comma 3, della L. 231/2012 introduce solo per ILVA S.p.A., tra gli stabilimenti di interesse strategico nazionale, una disciplina di ulteriore favore (diversamente da quanto dedotto dalla difesa nella memoria difensiva depositata il 10 gennaio c.a.), prevedendo espressamente ed ex lege la prosecuzione dell’attività produttiva nel siderurgico (mentre per gli altri tale facoltà può essere concessa solo con decreto ministeriale, previa valutazione della necessità di salvaguardare l’occupazione e la produzione, da bilanciare con altri interessi eventualmente contrapposti); e decretando, soprattutto, la commercializzazione dei prodotti realizzati anche antecedentemente alla entrata in vigore del D.L. 207/2012, laddove tale analoga possibilità non è (segue)

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