Cronaca

Cannabis light, dopo lo stop della Cassazione parola ai negozianti

«Non siamo delinquenti. Abbiamo pagato tasse e fatto investimenti»

Cannabis light
Cannabis light

«Non possiamo essere denunciati come comuni delinquenti, costretti ad abbassare le saracinesche, sopportare spese legali e perdere tutti i capitali investiti. Abbiamo il diritto di essere tutelati». È il grido di dolore lanciato da Davide Tratto, uno dei rivenditori di cannabis light colpito dalla sentenza emessa dalla Cassazione: “la commercializzazione di cannabis sativa e, in particolare, di foglie, inflorescenze, olio, resina, ottenuti dalla coltivazione della predetta varietà di canapa, non rientra nell’ambito di applicazione della legge 242 del 2016, che qualifica come lecita unicamente l’attività di coltivazione di canapa delle varietà iscritte nel catalogo comune delle specie di piante agricole, ai sensi dell’art. 17 della direttiva 2002/53 Ce del Consiglio, del 13 giugno 2002, e che elenca tassativamente i derivati dalla predetta coltivazione che possono essere commercializzati”.

Alla luce di queste considerazioni, le sezioni unite penali osservano che “integrano il reato di cui all’art. 73, commi 1 e 4 del dpr 309/1990, le condotte di cessione, di vendita e in genere la commercializzazione al pubblico, a qualsiasi titolo, dei prodotti derivati dalla coltivazione della cannabis sativa, salvo che tali prodotti siano privi di efficacia drogante”. Una decisione che, di fatto, mette al bando l’intera filiera della produzione e commercializzazione della cannabis light. Abbiamo incontrato Davide Tratto nel suo punto vendita di Grottaglie. «Ho deciso di intraprendere questo percorso dopo aver lavorato per 18 anni nello stabilimento siderurgico. Ho perso il posto di lavoro e investito le uniche risorse che avevo in una attività a rischio perchè ho sempre creduto nella legittimità dell’argomento». Secondo il suo parere «è la confusione ad alimentare il pregiudizio, innescando meccanismi di condanna a priori. È doveroso, infatti, fare una distinzione tra quelli che sono stati definiti i due principi attivi della pianta. Ed è una classificazione scientifica, analitica, che vede da un lato il famoso Thc e dall’altro il Cbd. Il primo è un composto psicoattivo, quello che in gergo è responsabile “dello sballo”, ritenuto drogante. Il secondo, totalmente privo della connotazione psicoattiva, è risultato essere molto efficace nell’attenuare in modo significativo malesseri fisici di varia natura, anche rilevanti, dovuti a malattie croniche e/o degenerative.

Ovviamente – spiega – non è possibile scindere entrambi i principi, né sintetizzarli separatamente, perchè si tratta di un fiore, non di un farmaco creato in laboratorio. Si è potuto però coltivare alcune varietà che consentono di tenere sotto controllo i livelli di Thc, adeguandosi alle leggi vigenti in materia, quindi mantenendo la percentuale al di sotto dello 0,6». «La mia clientela – ci racconta Davide Tratto – si è rivelata più varia di quanto mi aspettassi. Ho ricevuto in negozio anche persone affette da gravi malattie (fibromialgia cronica, Sla e Parkinson per citare i più comuni) ma anche liberi professionisti e medici che hanno richiesto l’acquisto di infiorescenze, per sé stessi o per parenti, ben consapevoli dei benefici che se ne ricavano». Quindi, giovedì scorso, la notizia riguardante la sentenza della Cassazione. «Attualmente ci viene consentito di aprire partite Iva con la dicitura “commerciante di cannabis”, di fare pratiche nei comuni di appartenenza, di pagare e apporre insegne con loghi del settore, di pagare tasse e versare contributi, di acquistare merce “ivata” al 22%, ma qualcuno ci dichiara fuorilegge levandoci anche ciò che ci ha prima consentito. Siamo disposti – aggiunge Davide Tratto – ad accettare clausole e leggi che regolamentino in maniera chiara e definitiva la materia di cui ci occupiamo. Chiediamo di lavorare in un settore in forte espansione, che oggi dà lavoro a più di 1.000 negozianti ma anche a chi opera nell’indotto: agricoltori e aziende di trasformazione del prodotto».

Di segno opposto il commento, sulla decisione della Cassazione, del Movimento Italiano Genitori. «Una risposta chiara e netta contro il supermarket della droga, quella arrivata dalla Cassazione in merito alla commercializzazione della cannabis – attacca Antonio Affinita, direttore generale del Moige – Siamo lieti di questa decisione mirante a tutelare i nostri figli dall’accesso alla cannabis. La cannabis è una droga che va combattuta senza se e senza ma». «Chiediamo al governo l’immediata chiusura dei cannabis shop ed un divieto rigoroso verso tutti i prodotti contenenti cannabis».

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