Cronaca

Città/fabbrica, un rapporto da ripensare

Lavorare per una Taranto di speranza e futuro

L'ex Ilva di Taranto
L'ex Ilva di Taranto

”Che cos’è oggi la città per noi? Penso di aver scritto qualcosa come un ultimo poema d’amore alle città, nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città. Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana, e Le città invisibili sono un sogno che nasce dalle città invivibili”. (da una conferenza di Calvino tenuta a New York nel 1983). Questo incipit di Italo Calvino sembra essere ritagliato per la crisi attuale della nostra città di Taranto, una crisi che perdura da ormai troppo tempo, quasi da diventare strutturata al tessuto urbano tarantino. È abbastanza evidente che se si parla di crisi di Taranto immediatamente il pensiero va al grande, grandissimo problema ambientale legato fondamentalmente all’ex Ilva (oserei dire non solo), oggi Arcelor Mittal. La crisi di Taranto, però, è ben più profonda e radicata e contempla non solo questioni economiche, ma sociali e culturali ad ampio spettro. Senza dubbio, le problematiche economiche hanno un peso rilevante, ma lo sono ancor di più quando si traducono in derive di lacerazione sociale e di povertà culturale.

È in questa cornice che, a mio parere, va affrontato il rapporto tra la Città e l’industria, per analizzare il quale non bisogna usare categorie rigide (demonizzare l’industria né esaltarla come unica possibile fonte di sviluppo) ma flessibili e orientate alla comprensione piuttosto che alla semplice spiegazione, ancorché ben argomentata. Ebbene, fatte queste necessarie premesse veniamo al dunque. Sempre per rifarci a Calvino e alle sue città invisibili e riprendendone l’impianto scrittorio, proviamo a tratteggiare (analizzare è troppo ambizioso) il rapporto tra Taranto e la grande industria servendoci di alcune parole chiave: memoria, storia, crisi, speranza/futuro. La memoria, passata e recente, ci porta indietro nel tempo e spesso è motivo di nostalgia. Essa offre due immagini: la Taranto di un tempo, suggestiva, poetica nelle cartoline che la riprendono, vecchie fotografie ingiallite dal tempo e la città attuale multifocale, complessa e articolata. Quale preferire? Forse il cambiamento intervenuto porta ad evocare il passato come un paradiso perduto.

Ma se Taranto fosse rimasta quella che era non avrebbe avuto sviluppo (se qualcuno lo ha dimenticato, ricordiamo che l’industria siderurgica di Taranto è la più grande d’Europa ed è pari all’1,5 del PIL italiano). Se il ricordo è leggerezza e bellezza, il presente è pesantezza e bruttezza. Tuttavia, vivere di leggerezza è parziale e, forse, inverosimile. Occorre la pesantezza del presente per riportarci alla storia, che è poi l’altra parola chiave. La storia ci fa fare i conti con quello che Taranto era e poi è stata. Il 9 luglio del 1960 è una data spartiacque per la Taranto contemporanea. In quel giorno, infatti, fu posta la prima pietra del IV centro siderurgico e sulla stampa locale si parlo di “giornata storica” (Corriere del giorno) non solo per Taranto, ma per tutto il Mezzogiorno d’Italia “che vede realizzarsi la secolare aspirazione delle nostre popolazioni di un concreto inserimento nel ciclo produttivo della nazione”. Taranto, insomma, assurge ad emblema di riscatto per la “quistione meridionale” (Gramsci). E non solo questo.

Taranto grazie alla grande industria è diventata una roccaforte operaia, un operaismo nobile, di elevati principi morali e sociali. Di questa forte e qualificata presenza operaia Taranto è andata orgogliosa; era forte il peso di Taranto nel sindacato nazionale e nelle forze politiche di sinistra (PCI e PSI) come anche nelle correnti democristiane attente alla questione sociale. L’industria ha trasformato Taranto nel bene e, purtroppo, anche nel male. Quest’ultimo lo si è visto nella crisi perché prima, per dirla con Vico, era “sentito senza essere avvertito”. La grande industria ha fatto sì che Taranto volasse alto, ha consentito che tutti potessero proseguire gli studi, ha reso possibile l’ascensore sociale, ha portato anche cultura, ma una cultura che è rimasta superficiale, che non si è strutturata. E questo avrà un peso notevole nella crisi. Da questa fase in poi il rapporto tra Città→industria cambia e diventa industria→Città. E parliamo di questa crisi che non a caso coincide con la crisi dell’Italsider. Le dismissioni da parte dell’IRI e la cessione delle grandi manifatture ai privati apre una nuova stagione tra Città e industria. È la stagione dei pensionamenti anticipati, delle energie spente, dei sogni infranti, delle “passioni tristi”.

La città diventa grigia, ma non solo per l’inquinamento atmosferico, essa è triste, è delusa, è senza speranza. Quest’ultima non è stata data perché la classe dirigente e politica della Città non ha saputo intravedere il futuro, non ha seminato per far maturare quell’ “altro” oltre la monocultura dell’acciaio di cui tanto si parla, ma di cui poco si è fatto. Questo “altro” non doveva essere manicheamente contrapposto all’industria, tutt’altro doveva camminare con l’industria perché è solo quest’ultima che può fare veramente da traino per creare alternative a se stessa, ma in maniera intelligente non autodistruggendosi, ma modificandosi ed evolvendosi. Bisognava puntura su centri di ricerca, anche per lo studio dell’acciaio di qualità, e sulla presenza universitaria. Se a Taranto qualcosa è mancata è stata proprio la capacità di creare nei momenti più floridi le condizioni per un futuro migliore, più stabile, più elevato qualitativamente. La città di Torino in tal senso è un vero modello di buona pratica.

E veniamo all’oggi con le altre due parole indissolubilmente legate: speranza/futuro. Alimentare la speranza e guardare al futuro vuol dire sognare ad occhi aperti. Il rapporto tra città e industria oggi deve essere bilaterale. Come si vede non escludo affatto la presenza dell’industria a Taranto (ovviamente un’industria rispettosa dell’ambiente) né questo è immaginabile in una società come quella attuale, evoluta e complessa. Se Taranto è stata città simbolo per la questione meridionale, oggi deve tornare ad esserlo per le nuove emergenze del Mezzogiorno. Taranto deve proiettarsi nel Mediterraneo, deve farsi portavoce di un Sud che non aspetta prebende, ma che chiede di avere quello che merita. Una Taranto inclusiva, aperte alle culture altre, centro tecnologico avanzato, spazio vitale per i giovani dell’area mediterranea, città che ha piena consapevolezza di sé e di ciò vuol essere. Saremmo ingenui se pensassimo che nel nostro percorso non c’è che luce, leggerezza, felicità, ma la luce, la leggerezza, la felicità bisogna saperle cercare.

Può essere come la immaginiamo Taranto? Non lo sappiamo. Ma – è il suggerimento di Marco Polo in Le Città invisibili- non dobbiamo mai smettere di cercarla questa città. “E, se invece di arrivare alla città perfetta, si finisse col cadere nella città infernale? È la preoccupazione di Kublai Kan. Perché lasciarsi prendere da tale paura e poi, gli risponde M. Polo, già qui sulla Terra, tra i viventi l’inferno è di casa. E, quel che è peggio, abituati a viverci, non lo si vede più. L’inferno “(I. Calvino, Le città invisibili).

di Riccardo Pagano
Docente Università di Bari

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