27 Novembre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 27 Novembre 2020 alle 11:41:49

Cronaca

La Confcommercio all’attacco di Monti e Vendola: Ora basta. Non siamo solo Ilva


Stanchi di essere abbandonati al proprio destino. Un destino fatto di salti mortali per tenere in piedi un’impresa – e gli sforzi molto spesso non bastano, come dimostrano i numeri delle attività chiuse nel 2012. Stanchi di sentirsi additare come il territorio inquinato, dove il turismo stenta a decollare.

 

“Non faremo sconti a nessuno” ha ripetuto due giorni fa un arrabbiato Leonardo Giangrande alla platea delle imprese che hanno partecipato alla mobilitazione nazionale. Le motivazioni del fermento sono messe nero su bianco in una lunga lettera che ha come destinatario il presidente della Regione Nichi Vendola. A firmarla, insieme al presidente di Confcommercio Leonardo Giangrande, il presidente provinciale Federalberghi Francesco Palmisano, il presidente dei ristoratori Gianpiero Laterza e il presidente degli stabilimenti balneari Vincenzo Leo.

 

L’accento è sulla “precarietà che da qualche tempo sta caratterizzando i rapporti tra le istituzioni, la politica, le forze socio economiche del territorio tarantino”.

“E’ come se vivessimo su un terreno paludoso, pieno di insidie che da un momento all’altro può trasformarsi in mostro famelico ed ingoiare nelle sabbie mobili ciò che incontra sul suo percorso. Una sorta di tributo che si sta consumando nel silenzio assordante della politica e delle istituzioni. La vicenda dell’Ilva sta contribuendo a mietere vittime – le piccole imprese – di cui nessuno mai parla. Sono le 1.100 imprese del terziario che hanno cessato di vivere nei primi nove mesi del 2012”. Non è solo il recentissimo passato a preoccupare le imprese. “I mesi che verranno probabilmente saranno anche peggiori. Per il resto del Paese, Taranto e la sua provincia sono una terra malata, la terra della diossina e del cancro dalla quale tenersi alla larga. L’immagine del territorio delineata in mesi e mesi di prime pagine su stampa e tv nazionali sta impoverendo la nostra economia, e sta svuotando di valore le nostre produzioni agricole, il nostro mare, i nostri centri storici le nostre bellezze, le nostre attività imprenditoriali, i nostri sacrifici, forse più di quanto non abbia fatto l’inquinamento stesso della grande industria”.

 

Il nocciolo della questione è racchiuso in queste righe: “A tutto ciò, presidente, finora non è stato opposto nulla nè da parte del Governo, nè della Regione. Non un piano di marketing, non un’iniziativa mirata a mitigare la tragedia che si sta consumando silenziosamente sul nostro territorio e sulla pelle degli imprenditori e dei lavoratori delle attività del commercio e del turismo”.

 

“Se è vero che Taranto deve costruire percorsi economico-produttivi alternativi alla grande industria, se è vero che la politica è convinta che questa sia la strada da percorrere, come è possibile che ancora oggi si possa consentire di pensare al mare come una possibile discarica di acque reflue solo perchè l’investimento pubblico è già stato programmato in tal senso?”.

 

Ancora: “Come è possibile che un prodotto di pregio come la ‘cozza di Taranto’ celebrata in Italia e all’estero lasci la sua casa naturale, il mar Piccolo, perchè chi ha inquinato (e non si tratta di un’industria privata) e contribuito a distruggere quel mare continua a non volersi assumere le sue responsabilità?”. Solo alcune delle tante domande che “esprimono la rabbia degli operatori del territorio, delle organizzazioni di categoria Federalberghi, Fipe e Sib, e di chi comunque ancora vuol credere nella possibilità di un modello alternativo di sviluppo economico”.

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