26 Settembre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 25 Settembre 2021 alle 22:33:00

Cronaca

L’ex “Grande Fratello” Nardi denuncia un tarantino


L’ex gieffino Filippo Nardi porta davanti al giudice di pace un ventenne tarantino che lo avrebbe diffamato su Facebook.

 

Frasi lesive della sua onorabilità dopo una ospitata in una nota discoteca della Città dei Due Mari, nel settembre del 2011. Nardi che quel giorno stava lavorando a Taranto, insieme a Fabrizio Corona, ha letto sul social network commenti pesantissimi postati dal giovane tarantino.

 

Il dj e conduttore tv, che ha partecipato alla seconda edizione del Grande Fratello di Canale 5, ha presentato querela nei confronti del 18enne, ai carabinieri di Rimini.

 

L’udienza è stata fissata per mercoledì 20 febbraio dinanzi al giudice di pace di Taranto. L’ex gieffino, che è stato anche un inviato delle “Iene” di Italia Uno, si è costituito parte civile tramite gli avvocati Maurizio Besio e Francesca Campo. “La diffamazione su facebook deve essere considerata un reato di diffamazione aggravata ed equiparato alla diffamazione commessa con il mezzo del stampa e quindi trattata dai giudici del Tribunale” ha tenuto a sottolineare l’avvocato Maurizio Besio.

Per il legale tarantino, quindi, il processo dovrebbe tenersi davanti al giudice del Tribunale di via Marche e non dinanzi al giudice di pace. “La richiesta di citazione a giudizio è stata avanzata nell’ottobre del 2012 prima che un giudice del Tribunale di Livorno in una sua sentenza stabilisse che insultare qualcuno sulla propria pagina Facebook può essere considerato un delitto di diffamazione aggravato dell’aver arrecato l’offesa con un mezzo di pubblicità” ha aggiunto l’avvocato Besio.

 

Al centro del caso le affermazioni di una donna che dopo essere stata licenziata dal centro estetico in cui lavorava, ha pubblicato sulla sua bacheca Facebook affermazioni offensive contro l’ex datore di lavoro. Il giudice ha richiamato l’articolo 595, terzo comma del codice penale, in cui il reato di diffamazione è punito più severamente nel caso in cui l’offesa sia recata con il mezzo della stampa così come attraverso “qualsiasi altro mezzo di pubblicità”. Secondo la sentenza esprimersi su Facebook implica una “comunicazione con più persone alla luce del carattere pubblico dello spazio virtuale in cui si diffonde la manifestazione del pensiero del partecipante che entra in relazione con un numero potenzialmente indeterminato di partecipanti e quindi la conoscenza da parte di più persone e la possibile sua incontrollata diffusione”.

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