13 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 13 Maggio 2021 alle 18:30:05

Cronaca

Ilva, alla fine paghiamo noi


Materie prime dello stabilimento Ilva di Taranto, 22 ottobre 2012. ANSA/UFFICIO STAMPA ILVA +++ NO SALES, EDITORIAL USE ONLY +++

L’Ilva espropriata ai Riva e nazionalizzata? Per adesso, ad essere ‘nazionalizzati’ sono soltanto gli stipendi di praticamente metà degli operai del siderurgico tarantino, che dal 3 marzo non saranno più pagati dai Riva, bensì dallo Stato, tramite la cassa integrazione.

 

Ovviamente, le retribuzioni saranno ridotte, con le ricadute facilmente immaginabili per la già asfittica economia ionica. La proprietà della grande fabbrica rimane alla famiglia lombarda, che si vedrà dimezzate le uscite per gli stipendi ed in questa maniera, di fatto, pagherà l’adeguamento degli impianti all’Aia che le permetteranno di avere in mano uno stabilimento più avanzato, produttivo e, quindi, redditizio.

 

E’ lo scenario che si va delineando nella vicenda che ruota attorno allo stabilimento siderurgico più grande d’Europa, l’Ilva di Taranto, “asset determinante per la produzione industriale e per l’equilibrio economico-finanziario dell’intera Società”, come si legge nelle dodici pagine con le quali “Ilva Spa richiede l’avvio della procedura per la richiesta di Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria per ristrutturazione aziendale”.

 

Sino alla tarda mattinata le voci non ufficiali, riportate da Taranto Buonasera, vedevano ballare cifre intorno alle 4.000 unità. E’ stato necessario aspettare le 19 di ieri sera per una comunicazione ufficiale dell’azienda. “Ilva ha presentato la richiesta di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione nell’ambito degli adempimenti richiesti dall’AIA. Il numero dei lavoratori interessati va da circa 4.400 a un massimo di 6.500 circa. La richiesta, che è di cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione, dovrebbe avere una durata di 24 mesi, a partire dal 3 marzo prossimo. Il piano di ristrutturazione aziendale presentato dalla Società prevede anche la chiusura di alcune linee produttive, in particolare dell’altoforno 1, già chiuso, e dell’altoforno 5. Con tale richiesta, l’Azienda conferma l’impegno previsto dall’Autorizzazione Integrata Ambientale”.

Domani alle 10, a Roma, la riunione con i sindacati e con i ministri Passera (Sviluppo Economico) e Fornero (Welfare): questo mentre domenica e lunedì si vota per il nuovo Parlamento, ed il governo dimissionario vive i suoi ultimi giorni. La bonifica degli impianti dell’acciaieria tarantina, conti alla mano, ‘rischia’ di essere a carico pubblico, ma c’è preoccupazione sull’effettiva reperibilità dei fondi per finanziare una cassa integrazione di massa come quella prospettata, in termini concreti dopo gli allarmi lanciati nelle scorse settimane dal presidente Ferrante, dal Gruppo Riva.

 

Già ieri sera c’è stata la prima levata di scudi da parte del mondo politico e sindacale, con una raffica di interventi. “La richiesta di cassa integrazione straordinaria a zero ore per 6.417 dipendenti dello stabilimento siderurgico di Taranto conferma ciò su cui avevamo messo in guardia: la volontà dell’Ilva di far pagare ai lavoratori l’ambientaliz-zazione dell’azienda” dice la Uilm; “riteniamo che il confronto nei prossimi giorni debba essere finalizzato alla riduzione dell’impatto delle persone coinvolte nella Cigs anche, attraverso il ricorso a piani di formazione e rotazione e l’impiego nei piani di bonifica e ambientalizzazione” scrive la Fim Cisl. 

 

L’Usb prosegue lo sciopero. Da lunedì sera, ad ogni buon conto, il nuovo Presidente del Consiglio, chiunque sia, non potrà ignorare il caso Taranto.

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