L'approfondimento

​I soldi dell’Ilva alla Curia, Don Marco Gerardo: «La verità ha trionfato»

Dopo l’assoluzione parla il parroco del Carmine «Quanto fango su di me, ma ora ho perdonato»​

Cronaca
Taranto domenica 02 dicembre 2018
di Annalisa Latartara
Don Marco Gerardo
Don Marco Gerardo © Tbs

Ritenere che don Marco Gerardo abbia mentito “appare una forzatura frutto di un pregiudizio”, mentre “da una serena lettura delle carte processuali” emerge la veridicità delle circostanze da lui riferite. Nelle 129 pagine delle motivazioni della sentenza di assoluzione la Corte d’Assise d’Appello non lascia dubbi e definisce il comportamento del sacerdote “lineare e conforme alla logica” e “riscontrato in tutti i suoi passaggi”.

Frasi che rendono giustizia al sacerdote, accusato ingiustamente (lo dicono le motivazioni) e condannato in primo grado a 10 mesi di reclusione per un reato inesistente. Dopo averla letta attentamente, don Marco tira un sospiro di sollievo: “Finalmente anche in ambito giudiziario è stata ricostruita quella verità storica che era già presente nelle mie dichiarazioni e nel mio cuore. Ora anche la verità processionale coincide con quella reale. I giudici della Corte d’Assise d’appello hanno compreso come si sono svolti i fatti. Non ho mai favorito alcun imputato e non avevo alcun interesse a farlo. Mi sono limitato a collaborare col massimo di correttezza e lealtà; sono contento che i giudici me lo abbiano riconosciuto mettendo nero su bianco”.

Don Marco, parroco della Madonna del Carmine, principale chiesa del Borgo di Taranto, viene coinvolto nell’inchiesta per fatti risalenti al 2010, come segretario dell’arcivescovo Benigno Papa, per un’offerta (lecita) dell’Ilva alla Curia di diecimila euro, in occasione della Pasqua. Offerta elargita, stando alle ricostruzioni processuali, negli stessi giorni in cui è avvenuto un incontro fra l’ex pr dell’Ilva Archinà e il professor Liberti (consulente della Procura sulle emissioni inquinanti) su cui si sono concentrati i sospetti degli inquirenti. Circostanza sconosciuta ai due religiosi all’epoca delle indagini. Quando viene convocato come persona informata sui fatti, don Marco riferisce alla Guardia di Finanza quello che è a sua conoscenza ma, spiega, l’arcivescovo conosce i dettagli perché le offerte venivano consegnate a lui. Non immaginava certo che quel giorno, il 2 febbraio 2012, sarebbero cominciati i suoi guai, quando, su richiesta di qualcuno dei finanzieri, si reca a Casa San Paolo a Martina, dove risiede l’arcivescovo in pensione.

Tornato dalla Finanza, riporta quello che gli era stato raccontato ma nel corso delle indagini viene accusato di aver mentito e di non essere mai andato dal presule. La sua cortesia diventa un boomerang, anzi un capo d’imputazione: favoreggiamento. “Quando mi è stato chiesto di andare da monsignor Papa, pensavo fosse una cortesia e per questo non l’ho rifiutata, inoltre non conoscevo né il motivo né il meccanismo giudiziario. Ho pensato ad un accertamento sul denaro contante delle offerte su cui non c’era ovviamente niente da nascondere, anche perché non passavano da me. Quindi mi sono recato da monsignor Papa, l’unica cosa che non rifarei se tornassi indietro. Ho capito dalla sentenza, infatti, che quella richiesta non mi poteva essere rivolta”.

I giudici di appello (presidente Giovanna de Scisciolo, giudice estensore Susanna De Felice) censurano la richiesta degli investigatori delle Fiamme Gialle: “Ciò che non appare né logico né comprensibile è che gli investigatori abbiano rimesso al Gerardo l’acquisizione di tali informazioni anziché provvedere direttamente” alla ricerca dei riscontri. Infatti, sottolineano, “è stata la Guardia di Finanza ad incaricare il Gerardo - in maniera del tutto anomala e irrituale, trattandosi di fonte de relato, che aveva testé indicato la fonte di riferimento delle informazioni da assumere - di recarsi da monsignor Papa per accertare se quest’ultimo avesse ricevuto la somma di 10.000 euro”. La veridicità delle circostanze riferite da don Marco è stata confermata da altre testimonianze e da una consulenza tecnica sulle celle agganciate prodotta dai suoi difensori, Antonio Raffo e Carlo Raffo.

Consulenza che “ha posto in luce gli errori nei quali è intercorsa la Guardia di Finanza e ha dato puntualmente conto del percorso e delle celle agganciate dall’utenza in uso al Gerardo”. Il deposito delle motivazioni, a distanza di un anno dall’assoluzione “perché il fatto non sussiste”, pone fine ad una vicenda iniziata nel 2010, balzata al centro delle cronache (anche nazionali) nel 2012 con l’exploit dell’inchiesta Ilva. Don Marco, sacerdote conosciuto soprattutto come parroco del Carmine, racconta lo stato d’animo con cui ha vissuto la vicenda: “L’ho vissuta con tanta sofferenza non solo per il coinvolgimento ma per la macchina del fango e per la gogna mediatica spropositata che ho subito anche quando non sapevo ancora se fossi indagato. Ho appreso sempre tutto dai giornali, sia dell’iscrizione nel registro degli indagati sia della conclusione delle indagini.

Dopo l’iniziale smarrimento, perché non mi si aspettavo di ritrovarmi in una situazione del genere, mi sono sempre affidato alla volontà del Signore e ho trovato conforto in un episodio che fa parte dei miei ricordi più cari. Il 21 febbraio 1998 prestavo servizio al Concistoro di Giovanni Paolo II per la creazione dei nuovi cardinali. Reggevo il libro al Papa, ero a pochi centimetri da lui e quando ho incrociato i suoi occhi azzurri mi sono sentito radiografato dal suo sguardo. Alla fine mi ha preso in disparte e mi ha detto, quando sarai sacerdote ti verrà messa addosso una croce. Tu non capirai il perché ma sarà Dio a liberarti. Dovrai solo fidarti di lui. Riuscii a dire solo Santità dica una preghiera per me, perché io sia capace di dire sia fatta la Tua volontà. Ho pensato ad una malattia non immaginavo questa vicenda. Quando il pg Nicolangelo Ghizzardi ha chiesto la mia assoluzione eravamo intorno al 18 maggio, giorno del compleanno di Wojtyla. Il Papa evidentemente, con quella sua introspezione spirituale, doveva avere intuito che mi sarebbe capitato qualcosa e sarebbe stato di estrema sofferenza. In quei giorni, quando il pg ha chiesto l’assoluzione, mi è tornato in mente questo episodio.

Poi il giorno del verdetto, un anno fa - continua il sacerdote - durante la lettura del dispositivo ero in aula e quando ho sentito la formula di assoluzione pronunciata dal presidente del collegio, ho ringraziato il Signore. Quella sera stessa celebrando la Messa ho detto al Signore ti offro questi cinque anni di sofferenza per Taranto”. Nella sua vita di sacerdote non è cambiato nulla. Anzi da tutta questa vicenda, dai tanti veleni che l’hanno accompagnata, don Marco spiega di aver imparato la grande lezione della sofferenza: “Ho imparato soprattutto che cosa vuol dire perdonare. Ho dovuto perdonare molto e molti in questi cinque anni, soprattutto chi emetteva sentenze prima che il processo si celebrasse, chi non mi credeva. In parrocchia, invece, abbiamo continuato il nostro lavoro e i ragazzi iscritti all’Azione Cattolica, al catechismo e agli Scout, si sono triplicati.

La comunità parrocchiale non ha mai avuto nessun tentennamento nessun dubbio. Il consiglio pastorale dopo l’assoluzione mi ha riconosciuto una grande correttezza verso le istituzioni, immutata fiducia nel Signore e mi ha considerato un esempio di pazienza e umiltà. In tanti mi sono stati vicini e non lo dimenticherò mai”. Certo non sono mancati gli attacchi dei soliti forcaioli: “La vicenda giudiziaria è stata anche strumentalizzata. Molti hanno equivocato la storia delle offerte. Dall’esterno, qualcuno ha tentato di dare spallate con manifestazioni scomposte davanti alla chiesa, con megafoni, disturbando anche le celebrazioni religiose. Capisco la rabbia della città di Taranto ma le norme del vivere civile e il rispetto non possono essere dimenticati. E’ giusto rivendicare i propri diritti ma va fatto nei luoghi opportuni e senza cercare capri espiatori”.

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