Il caso

​L’abusivismo edilizio non può diventare legge​

Con il “decreto Ischia” lo stato di diritto fa un passo indietro

Cronaca
Taranto lunedì 14 gennaio 2019
di Aldo Perrone
Lama, 1973. Le prime villette costruite sul litorale
Lama, 1973. Le prime villette costruite sul litorale © Tbs

Si parla ormai molto di padri, in Italia. Anch’io vorrei tanto parlare di mio padre. Eravamo poco dopo la metà degli anni Cinquanta, in quegli anni andavamo a villeggiare a Lama. Ai tempi era quattro casette, due o tre ville anni Trenta che noi ragazzetti consideravamo con una certa invidia, per noi lontane e non frequentabili.

Tutto il resto verde e poi scogliere ed uno splendido affaccio a Mar Grande; e tanti campi coltivati. Mio padre, maresciallo di marina, tarantino “delle cozze”, aveva iniziato come marinaio volontario, prendeva d’estate in fitto una casetta di campagna da qualche contadino del luogo. La mattina ci incamminavamo per una strada che scendeva al mare mentre un refolo di vento saliva con l’odore di salsedine. Un paradiso. Il mare era libero, bastava scegliere un punto qualsiasi. Prendevamo il sole e facevamo i bagni, tuffandoci da qualche scoglio più isolato ed alto sul mare.

Terminate le due o tre ore lì, sulla scogliera “prendevamo la strada sotto i piedi” e tornavamo a casa, lontana due o trecento metri, in piccole comitive nelle quali scherzi e risate erano l’accompagnamento quotidiano. Avevo fra i quindici e i sedici anni. In quel tempo mio padre fu avvicinato da alcuni conoscenti del luogo. Gli proposero di acquistare un bel po’ di terreno. “Così vi fate una villetta”. Per invogliarlo lo informarono che fra l’anticipo e qualche rata un bel pezzo di suolo diventava suo, con facilità. “Poi rivendete una parte (la lottizzate, oggi diremmo) e con quei soldi vi fate la villetta, senza problemi”. Mio padre chiese se lì fosse poi consentito costruire. “Probabilmente!” Nell’incertezza, con la sua fissazione di rispettare la legge (“noi poi, siamo militari …”), andò in Comune e si informò. Incontrò quei conoscenti e raccontò che gli avevano spiegato che con la costruzione su terreno agricolo, cosa vietata dalla legge, diventava abusivo e poteva essere anche denunziato penalmente. L’affare non si fece: sarebbe stata una bella cosa avere una villetta, ma non a quelle condizioni.

“Non contro legge”; discorso chiuso. Il resto non è storia di famiglia. Lama, come tanti posti del litorale, si riempì di case abusive una più kitsch dell’altra, e il paesaggio in vent’anni andò … a ramengo. Come in molte parti d’Italia. Mia madre negli anni si infastidì non poco vedere “semplici operai” che s’erano fatti la villetta, persino sulla scogliera, “e noi invece…”. Anni dopo acquistammo una casa in città, con il mutuo; tutto lì. Dei tre figli (una femmina e due maschi) uno, appena diplomato, ebbe la fortuna di diventare docente di ruolo. Questo figlio, che sono poi io, si impegnò nelle associazioni di protezione del paesaggio e negli anni Sessanta ed Ottanta (con Antonio Rizzo, in Italia Nostra, e poi nel Gruppo Taranto), si recava dagli abusivi dei litorali, spiegava che avrebbero per sempre distrutto la possibilità delle nostre splendide spiagge e scogliere di farci diventare come Rimini, ricca e distributrice di posti di lavoro nel turismo balneare. I litigi con gli abusivi erano quotidiani.

Litigi, ma anche rischi, perché questa gente si incattiviva: “perché non vi fate i fatti vostri?” Articoli sui giornali, polemiche. Il Comune?, poco quanto niente. Ottenemmo finalmente l’ordinanza di demolizione delle villette abusive di Lama, ma un’opposizione della gente - con i bambini - che diceva di abitare lì per necessità (ma invece era un albergo) fermò la ruspa che aveva cominciato a sbocconcellare un angolo del tetto del grande ristorante (per famiglie?). I carabinieri, presenti per consentire l’abbattimento, furono richiamati, e tutto finì lì. Il sig. Antonio di Maio negli anni Ottanta aveva sopraelevato, facendosi un grande appartamento abusivo e si ritiene nel giusto “perché qui tutti fanno così”.

L’abusivismo precedeva la nascita di Luigi, vicepresidente del Consiglio dei ministri: il figlio non c’entra nulla. Trovandosi in difficoltà il padre di Luigi di Maio organizzò una società a Mariglianella immettendo il figlio Luigi (proprietario al 50 per cento) e, credo, sua moglie (docente statale). Prestanomi, a quanto pare, per evitare un salasso dall’Agenzia delle Entrate. Essere prestanome non è mai bello, ed è pessima cosa se serve per aggirare le tasse. Ma quale figlio nega di aiutare il padre? per dovere filiale? Ma la sua carriera politica al grido di “onestà onestà”, quindi rispetto integrale della legge, pretendeva che l’essere “prestanome” andava segnalato, dopo la sua elezione a parlamentare. Tuttavia non è tanto inaccettabile il Luigi di Maio dell’episodio familiare. Inaccettabile è il decreto Genova, nel quale il Vicepresidente Di Maio ha costretto Genova ad avere … Ischia nella sua provincia. Ha preteso un aiuto di Stato per le case crollate per il terremoto ischitano, ma il contributo prevede che possa andare anche alle case abusive. Con una protervia del potere che neppure gli Andreotti, i Rumor, i Tanassi della primissima Repubblica.

Oggi, se mio padre fosse vivo, dovrebbe pagare le tasse anche per ricostruire ville abusive che hanno offeso il territorio di Ischia, e la legge; e con il decreto “Ischia”, anch’io, come tutti gli italiani, con le mie tasse dovrò contribuire a ricostruire le ville abusive ischitane. Insomma, con Di Maio Vicepresidente l’abusivismo vince; nella campagna elettorale aveva declamato “la casa è un diritto”, a tutti i costi quindi, anche di fare l’abusivo dell’edilizia., cioè violare la legge. Come gli arrabbiati abitanti di Mariglianella, con le urla ai giornalisti “di non rompere”, perché da sempre “hanno fatto così”: avere una casa è un diritto anche se abusiva. No: avere casa è un diritto, ma non lo ha stabilito il medico che te la devi costruire per forza, anche abusivamente.

Quanti sono andati in fitto come mio padre? per non infrangere la legge? Tanti. Di questi non si parla mai Ma è tanto difficile per gli italiani capire che il rispetto della legge è la base del viver civile? Aggiungo qui una considerazione, diciamo, antropologica: chi ha vissuto “normalmente” in quei manufatti abusivi ha ricordi, sensazioni felici ecc.; comprendo. Quindi sarà restìo a considerarli negativamente, a riflettere sul danno che l’abusivismo edilizio ha fatto all’Italia. Se non si percepisce l’enormità dell’ingiustizia ed il suo danno allora si parte dal “lasciateci vivere a modo nostro!” Da abusivi. Ma chi dirige lo Stato dovrebbe capirlo, altrimenti marcisce anche lo stato di diritto.

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