L'inchiesta

​Collinette, una “bomba” conosciuta già dal ‘72​

​L’Italsider affidò il progetto al grande paesaggista Porcinai che si ispirò agli esempi della Ruhr: colline con loppa e scarti d’altoforno​

Cronaca
Taranto domenica 10 febbraio 2019
di Enzo Ferrari*
​Collinette, una “bomba” conosciuta già dal ‘72​
​Collinette, una “bomba” conosciuta già dal ‘72​ © Tbs

Sorprende la sorpresa. Sor­prende che solo ora si scopra che quelle col­linette altro non sono che una montagnola di loppa e scarti di altoforno.

Già, perché basta essere tarantini con una discreta memoria storica per sapere che fin dal principio era noto cosa contenessero quelle colline artificiali. Di più: era messo nero su bianco sui progetti. Nulla di clan­destino, quindi. Tutto alla luce del sole. E quelle colline, quasi mezzo secolo prima della mastodontica copertura in costruzione dei parchi minerali, erano già l’emblema della difficoltà di far coesistere la più grande fabbrica d’acciaio d’Europa con schiere di case preesistenti.

L’archistar.
Per realizzare quelle barriere vegetali che avrebbero dovuto proteggere il rione Tam­buri dalle polveri di minerale fu scomodato uno dei più grandi architetti paesaggisti di fama internazionale: Pietro Porcinai, la cui specialità era proprio la progettazione di giardini e aree verdi.

Era il 1972 e l’Italsider incarica, appunto, l’architetto Porcinai di progettare una soluzione che impedisca agli abitanti dei Tamburi di respirare e ingoiare polvere minerale. Porcinai - ricorda la figlia Paola sul sito dedicato al padre - si ispira ad una esperienza tedesca: «Propone, in base allo spazio disponibile, la realizzazione di col­line alte 30-35 metri, inclusa l’altezza degli alberi, con funzione di barriera frangivento che ha come effetto la deviazione verso l’alto del flusso d’aria proveniente dallo stabilimento, secondo un metodo usato nei centri abitati della Ruhr».

E arriviamo al cuore del problema portato alla luce dal provvedimento di sequestro firmato dal Sostituto Procuratore Mariano Buccoliero e dal Procuratore Carlo Maria Capristo ed eseguito dai Carabinieri del Noe di Lecce: «La collina (...) viene uti­lizzata utilizzando le stesse loppe e scorie d’altoforno e ricoprendo tutto con terreno fertile e vegetale». Era nel progetto, quindi, che quelle colline avessero nella loro pancia gli scarti di lavorazione.

«Il maggior difetto della loppa - scriveva l’architetto Porcinai - è quello di divenire compatta e pressochè impermeabile dopo essere stata ammassata per parecchio tem­po. È sperabile che mescolando alla loppa le scorie d’altoforno, molto permeabili, si pos­sa ottenere una soddisfacente permeabilità di tutta la massa». L’architetto studia anche il tipo di vegetazione da mettere a dimora sulle colline: alberi di grandi dimensioni purché fossero create le condizioni adeguate per lo sviluppo delle radici.

«La vegetazione - scrive Porcinai - dovrà essere resistente, anziché alla salsedine, alla polvere formata da elementi e particelle provenienti dai minerali e dai materiali im­piegati nelle varie lavorazioni e cioé: ferro, cemento, argilla». Il paesaggista prevede due tipi di vegetazione: a rapido sviluppo ma non longeva (Eucalyptus, Phitolacca) e a lento sviluppo, ma longeva (Quercus ilex, Quercus calloprinos, Pinus halepensis). Per coprire i 50 ettari sui quali dovranno estendersi le colline, l’architetto Porcinai stima anche i costi di realizzazione: 1,5 miliardi di lire.

Scorie green.
Il progetto suscita perplessità, per due ra­gioni: l’altezza delle colline, ritenuta troppo bassa, e l’impiego della loppa. In una lettera inviata all’Italsider, Porcinai fornisce le sue controdeduzioni: «La realizzazione di una collina di 60 mt renderebbe necessaria una base larga 200/250 mt e questo spazio non mi sembra che sia oggi disponibile. Per quanto riguarda gli aspetti ambientali pos­siamo facilmente dimostrare che la modifi­cazione del microclima dovuta alla creazio­ne della collina piantata verrebbe a portare un miglioramento e non un peggioramento. A proposito invece del materiale costituente la collina, la “loppa”, non esistono difficoltà per le piante in quanto la superficie della loppa sarà “corretta” da uno strato di terra». Di più: l’architetto allega alla sua lettera le copie di alcuni articoli pubblicati su riviste tedesche specializzate «per poter mostrare come i rifiuti degli stabilimenti siderurgici similari al Vostro siano utilmente impiegati per la formazione di colline destinate al rimboschimento, al tempo libero».

Fai da te.
Il progetto Porcinai non fu eseguito come immaginato dall’autore. I rapporti tra il paesaggista e l’Italsider si interrompono, in modo anche piuttosto insolito: mentre i consulenti che collaboravano con Porcinai studiano il progetto, dall’Italsider arrivano già i camion carichi di loppa che riempio­no lo spazio delle collinette. L’episodio è riportato da Tonio Attino nel suo libro “Generazione Ilva” (Besa editore). Uno dei protagonisti di quella vicenda è il chimico Aldo Stante, che all’epoca, appunto, era stato chiamato come consulente per collaborare con Porcinai.

«Quel progetto - racconta oggi a Taran­toBuonasera - era molto più articolato. Comprendeva uno studio dei venti che permetteva di convogliare i fumi e le pol­veri all’interno dello stabilimento e non sul rione Tamburi. Ma mentre noi eravamo a studiare, vedemmo arrivare i camion che scaricavano la loppa».

Insomma, qualcuno decise di procedere alla realizzazione delle collinette senza attende­re il lavoro definitivo del grande paesaggista che era stato incaricato di rendere meno problematica la vita degli abitanti del rione Tamburi. Le collinette, almeno stando alle testimonianze, furono quindi partorite in modo meno ambizioso di quanto previsto da Porcinai. La copertura con terreno vegetale e la messa a dimora degli alberi furono, infine, affidate ad una ditta di Pistoia.

«L’architetto Porcinai disegnava i suoi schizzi su un semplice quaderno», ricorda Giuseppe Todaro, architetto anche lui, che in quegli anni era in servizio nel famoso Tes, l’ufficio tecnico dell’Italsider. Todaro, anima ambientalista (da anni presiede la sezione tarantina di Italia Nostra), fu tra coloro i quali si ritrovarono a collaborare gomito a gomito con il famoso paesaggista.

«Quel progetto, del quale mi interessai sen­za tuttavia prendere parte alla fase esecutiva - spiega oggi Todaro a TarantoBuonasera - fu accantonato perché in fase di esecuzione emersero difficoltà tecniche. Le colline erano comunque una... “pezza”. Mi spiego: c’era subbuglio al rione Tamburi, già in quegli anni. La presentazione in grande stile di quell’intervento servì soltanto a mettere a tacere chi si lamentava». E quelle colline, completate intorno al 1974, furono riempite di loppa, scarti di lavorazione e, presumbil­mente, del materiale di risulta derivato dai lavori di raddoppio dello stabilimento, in corso proprio in quel periodo.

La grande muraglia.
Gli abitanti del rione Tamburi sanno bene che le collinette non sono servite a granchè. Circa dieci anni dopo, però, Sergio Noce, allora direttore dello stabilimento Italsider, tentò una strategia per isolare la fabbrica dal rione e dal resto della città: un muro. Una gigantesca muraglia che avvolgesse e sepa­rasse una volta per tutte la grande acciaieria dal centro abitato. Noce era reduce dalla condanna a quindici giorni di reclusione per il reato di getto pericoloso di cose.

«Credo - dice Biagio De Marzo, l’ingegne­re che all’epoca guidava l’ufficio tecnico dell’Italsider - che alla derubricazione del reato non fosse estranea la revoca, decisa dal sindaco Cannata, della costituzione di parte civile del Comune».

Erano anche gli anni della... contaminazio­ne giapponese: i dirigenti tarantini mandati a Kimitzu per visitare uno stabilimento gemello a quello di Taranto che, però, non sputava fumo dalle ciminiere.

Noce allora convocò proprio De Marzo chiedendogli di studiare come costruire la grande muraglia intorno alla fabbrica. An­che questo episodio è riportato nel libro di Tonio Attino. Dunque: bisognava costruire un muro che cirondasse un perimetro di millecinquecento ettari. De Marzo si mette al lavoro e prepara una stima dei costi. Prez­zo: 13.400 euro al metro (ai prezzi attuali). Totale: 200 milioni di euro. Troppi. Noce decide allora di rimaneggiare il muro al solo tratto che separa la fabbrica dai Tamburi. Si scende quindi a 40 milioni di euro.

L’ingegnere si presenta al cospetto del direttore con i suoi studi e con le simula­zioni elaborate da una società specializzata: niente da fare, il muro non sarebbe servito a niente. Le polveri, in un modo o nell’altro, avrebbero comunque finito per ricadere sulla testa dei tamburini.

Bisognerà attendere quasi quarant’anni e uno sconquasso giudiziario senza preceden­ti per arrivare alla copertura dei parchi di minerale che ora sta realizzando la Cimolai per circa 300 milioni di euro.

Tanti anni, troppi. Troppo tempo trascorso invano. Così una città che poteva diventare una moderna capitale industriale si è lace­rata nelle sue sofferenze e in un conflitto sociale che ne ha consumato l’anima.

«Il problema di Taranto - è il commento amaro dell’architetto Todaro - è di non aver mai avuto una classe politica in grado di affrontare il problema alla sua radice».

Aggiungiamoci che anche nel resto d’Italia la sensibilità ambientale è affiorata in tempi relativamente recenti. «Basta ricordare - osserva l’ingegner De Marzo, che poi ha guidato Altamarea - che il Ministero dell’Ambiente è stato istituito solo nel 1986». Quando le colline ormai svettavano rigogliose da più di dieci anni.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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