L'editoriale

​Macabre foto su internet, fermiamo questo gioco al massacro​

Il danno irreparabile di immagini che distruggono il turismo

Cronaca
Taranto domenica 17 marzo 2019
di Enzo Ferrari*
La foto diventata virale sul web
La foto diventata virale sul web © Maria Suma

La storia ormai è nota: una fotografa free lance ha improvvisamente acquisito una certa notorietà sui social grazie ad una foto notturna nella quale una nuvola dalle forme che richiamano quella di un teschio incombe sulla città di Taranto.

La foto ha ricevuto una menzione d’onore ad una gara fotografica on line. C’è stato chi, anche tra i giornali, maldestramente e senza alcuna verifica, ha ricondotto questo concorso nientemeno che alla Nikon. In realtà si tratta di un clamoroso equivoco, uno di quelli nei quali con una buona dose di sprovvedutezza si incappa nelle trappole del web. La fotografia in questione, infatti, non ha vinto alcun concorso Nikon.

Basta aprire il link pubblicato dalla stessa autrice sul suo profilo facebook per capire di cosa stiamo parlando. Il link rimanda infatti alla pagina nikonclubitalia.com. Basterebbe vedere il logo – una scimmiottatura di quello originale della Nikon – per capire che la nota casa produttrice di macchine fotografiche con questo concorso non c’entra nulla. E infatti sullo stesso logo di questo club on line è riportata, a scanso di fraintendimenti, la dicitura “community indipendente”. Niente di più quindi che una pagina alla quale sono iscritti appassionati di fotografia, magari seguaci di quel marchio. La pagina è riconducibile ad un network, una rete di pagine similari ognuna delle quali si richiama vagamente, con allusioni grafiche al logo, a note marche di prodotti per la fotografia. I cosiddetti concorsi fotografici di queste pagine si risolvono nella pubblicazione di foto a tema che possono essere votate da chiunque. Basta un clic. Vince chi acchiappa più clic.

Un banalissimo modo per catturare visualizzazioni, nulla di più. Basterebbe questo a sgomberare il campo da ogni equivoco e valutazioni di merito. Ma fin qui siamo soltanto ad un gioco sul web abilmente voltato a vantaggio di chi ne ha tratto notorietà e di chi accumula clic sul proprio sito. Il punto, piuttosto, è un altro. È bastata infatti l’ingannevole associazione con la Nikon per dare prestigio alla “menzione d’onore” ricevuta dalla fotografa in questione. Materiale sufficiente per far nascere il caso mediatico: la morte che incombe su Taranto rappresentata da una nube a forma di teschio che punta il suo sguardo minaccioso sulla città dell’Ilva.

Certe frange ambientaliste - in queste settimane già particolarmente eccitate per il sequestro delle collinette ecologiche, la chiusura precauzionale di due scuole e i dati sulle emissioni di diossina sparati (in modo «improprio», dice l’Arpa) da alcuni esponenti politici – si sono tuffate a capofitto su questa fotografia, diventata virale in men che non si dica. Così Taranto è tornata ad offrire al mondo il suo volto più macabro e lugubre. Sembra di essere tornati al 2012 quando questa città era diventata carne da macello per i media di ogni dove e in giro per l’Italia venivano spediti manifesti 6x3 che descrivevano Taranto come un inferno di morte per i propri abitanti e in particolare per i propri bambini, anche in seguito usati come arma di propaganda e immortalati con maschere antigas: immagini sconcertanti e di forte impatto emotivo, ma che, per la loro infondatezza scientifica, avevano suscitato l’indignazione dell’ex direttore generale dell’Arpa, Giorgio Assennato, un’autorità in materia, che senza mezzi termini definì come «Terrorismo fotografico» quella spregiudicata operazione mediatica.

Una operazione rilanciata con altrettanta spregiudicatezza dal presidente della Regione, Michele Emiliano, forse dimentico che da chi ha responsabilità istituzionali e di governo ci si aspetta che dia risposte, non che soffi sul fuoco della protesta e della paura. La storia si sta ripetendo adesso, nonostante la stessa Arpa (Agenzia regionale per l’ambiente) e l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) abbiano chiarito che i dati sulla qualità dell’aria al rione Tamburi, il più esposto alle emissioni della grande industria, non hanno fatto registrare un superamento dei limiti fissati dalle norme europee. E nonostante, proprio sulla diossina, Arpa e Asl abbiano chiarito che «non risultano superati i limiti previsti dalla normativa e contenuti nelle linee guida dell’Organizzazione mondiale della Sanità, per cui non si può parlare di aumento del rischio per la salute umana».

Tornare quindi a mostrare questo volto macabro di Taranto a che serve? O forse sarebbe meglio chiedersi a chi serve? Quale beneficio trae la città da questa divulgazione compulsiva di immagini che non corrispondono, stando alle valutazioni delle istituzioni scientifiche, ad un attuale allarme ambientale? È vero: siamo in clima elettorale. Probabilmente c’è chi vuole occupare il vuoto di consenso lasciato dai Cinquestelle, che per anni hanno sputato sentenze di morte contro l’Ilva per poi rendersi autori di un clamoroso dietro front non appena arrivati al governo.

Oggi è impensabile che l’area ambientalista rivolga nuovamente le sue attenzioni al partito di Luigi Di Maio. Il dubbio che qualcuno voglia approfittarne è quantomeno lecito. Ma soprattutto: siamo sicuri che identificare la città con un teschio faccia bene a Taranto e ai tarantini? Nessuno degli autori di questi capolavori è assalito dal timore che continuando a diffondere questa idea malefica di città si finisca per ammazzare, ancora prima che nasca, quella economia turistica che si vorrebbe come alternativa alla dipendenza dalla cosiddetta monocultura dell’acciaio? O la spasmodica ricerca di visibilità e del consenso virtuale sui social è così inarrestabile da divorare l’obiettivo di rendere questa città migliore e più sana? Gli incendiari di professione hanno mai provato a scambiare due chiacchiere con gli operatori turistici? Lo sanno che arrivano disdette di prenotazioni da turisti italiani e stranieri assaliti dal terrore che fermandosi a Taranto per una manciata di giorni ci si possa ammalare di tumore? Sono consapevoli che con questo tipo di propaganda contribuiscono a uccidere presente e futuro di questa città già di suo provata per gli effetti negativi non controllati che ha subito prima dall’industrializzazione militare e poi da quella siderurgica? Sono davvero così eccitanti queste forme di masochismo? Davvero si pensa di tutelare così la salute dei bambini di Taranto?

Una cosa è tenere alta l’attenzione, altra è sfregiare la città. Paghiamo decenni di distrazioni collettive e quindi è doveroso restare allerta. Da questa attenzione si deve ripartire per costruire una prospettiva di vita a misura d’uomo, ma questo insensato bombardamento che, allo stato, non trova riscontro nelle analisi istituzionali, è un colpo mortale per ogni possibilità di rinascita. Questo circo del macabro che distrugge Taranto quando Taranto cerca faticosamente di rialzarsi equivale ad una raffica di fiocine sparate in faccia ai nostri delfini del Golfo, è un masso scaraventato con violenza sulle teche del MarTa, è una gragnuola di picconate inferte al Castello Aragonese, è una valanga di fango che inonda i vicoli e gli ipogei della Città Vecchia. Per sensibilizzare? No. Questo è solo esercizio di vanità per strappare manciate di effimera gloria e di like. Qualcuno, forse, oltre ai like è pure in cerca di voti. Andare orgogliosi per queste esibizioni o credere scioccamente che questa autoflagellazione mediatica possa fare bene alla città è semplicemente mostruoso.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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I commenti degli utenti
  • Cosimo ha scritto il 18 marzo 2019 alle 15:57 :

    Tutto l'acciaio del mondo non vale la vita di un solo bambino! Rispondi a Cosimo

  • Erardo Carducci ha scritto il 17 marzo 2019 alle 18:20 :

    Che saranno mai tumori, morti e inquinamento rispetto all’immagine turistica della nostra città? Fondo agghiacciante, che la dice lunga sul livello del giornalismo a Taranto. Credo che mai nessuno, neanche ai tempi di Archina’ e Riva, sia arrivato a tanto... Rispondi a Erardo Carducci

  • LUIGI ha scritto il 17 marzo 2019 alle 16:43 :

    Che VERGOGNA! Stanno facendo di tutto per distruggere Taranto. Vorrei vedere se le fabbriche chiudessero come sfamerebbero le famiglie di chi ci lavora. Invece di lamentarsi dell' inquinamento e creare fotomontaggi cerchino soluzioni per mantenere le industrie operative e meno dannose Rispondi a LUIGI

  • piero marasco ha scritto il 17 marzo 2019 alle 13:45 :

    ma la smetta e faccia il serio, quanto è stato pagato per scrivere queste porcherie? Avete distrutto Taranto e fate finta che adesso vada tutto bene....Che tristezza ma non per voi...per il nostro futuro , che sarà condiviso con gente becera come voi Rispondi a piero marasco

  • Gianluigi Tilgher ha scritto il 17 marzo 2019 alle 07:22 :

    Complimenti. Allora a Taranto c'è ancora qualcuno che ragiona. Rispondi a Gianluigi Tilgher