La requisitoria

​Racket delle cozze, le condanne richieste dalla pubblica accusa

Il processo “Piovra” che si sta celebrando con il rito abbreviato

Cronaca
Taranto martedì 16 aprile 2019
di La Redazione
Il racket delle cozze
Il racket delle cozze © Tbs

Racket delle cozze: le richieste di condanna del pm nel processo “Piovra” che si sta celebrando con il rito abbreviato.

Il pubblico ministero Enrico Bruschi ha chiesto una condanna a sei anni e nove mesi di reclusione per il 35enne Nicola Blasi, cinque anni per suo padre il 53enne Cosimo. Due anni chiesti invece per il ventottenne Angelo Blasi, un anno e due quattro mesi per il trentacinquenne Christian Morrone. I Blasi sono difesi dall’avvocato Maurizio Besio, Morrone dall’avvocato Gianluca Sebastio. Nel processo che si sta celebrando dinanzi al gup, dott.ssa Romano, prossima udienza il 19 novembre in cui sarà data la parola al collegio di difesa. Gli altri imputati vengono processati con il rito ordinario. L’operazione Piovra condotta ad aprile del 2016 da carabinieri e guardia costiera di Taranto aveva portato all’arresto di 13 persone, cinque delle quali accusate di associazione per delinquere, estorsione, furti e rapine. Otto di loro erano finite agli arresti domiciliari. In tutto 23 le persone indagate.

Tra le accuse anche quella di commercio di sostanze alimentari nocive, per aver venduto cozze senza alcuna documentazione sanitaria e fiscale. Per alcuni indagati anche l’accusa di danneggiamento per aver deturpato interi tratti di scogliera per la pesca di datteri di mare, che è vietata. Diversi i mitilicoltori ripresi dalle telecamere dei carabinieri mentre pagavano il pizzo. Decine gli episodi estorsivi contestati dagli investigatori che riguardavano solo alcuni mesi del 2014. Decine i sacchi di cozze ricettati durante l’estate del 2014 ed acquistati da commercianti compiacenti, finiti ai domiciliari, che rivendevano la merce nonostante fosse priva di alcun controllo e certificazione igienico-sanitaria da parte della Asl.

Le indagini avviate nel 2014 dai carabinieri del Nucleo investigativo del Reparto operativo e dalla Capitaneria di porto di Taranto e coordinate dalla Procura, avevano consentito di denunciare numerose persone e delineare un collaudato meccanismo di imposizione di “guardiania fittizia” sulle coltivazioni di mitili, i cui operatori che non soggiacevano al gruppo subivano danneggiamenti e furti. Il prodotto, secondo quanto riferito dopo il blitz dagli investigatori, veniva poi immesso sul mercato grazie a commercianti compiacenti, che evitavano gli obbligatori controlli igienicosanitari, vendendo anche i datteri di mare, molluschi di cui è vietata la pesca per il rilevante danno all’ambiente marino che veniva procurato. L’attività investigativa era stata supportata da riprese eseguite con teleobiettivi e da registrazioni audio captate con microfoni collocati anche a bordo di imbarcazioni.

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