27 Ottobre 2021 - Ultimo aggiornamento il: 27 Ottobre 2021 alle 16:59:00

Cronaca News

“Fari”, l’altro volto dell’assistenza ai migranti

La storia: dall’inferno della Libia a Taranto

Ngom Baye e Silvia Rizzello
Ngom Baye e Silvia Rizzello

«In Libia uno straniero ri­schia di essere rapito per strada da bande criminali, che poi chiedono alla famiglia soldi per il riscatto, oppure finisci nelle mani della polizia che ti sbatte in galera senza neppure avvisare i tuoi stessi fami­liari. Puoi restare dentro anche anni. Se sei fortunato riesci a fuggire. Chi finisce in Libia viene trattato così male che poi si preferisce non ricordare le violenze subite. Persino se lavori, e non vieni pagato, sei costretto a tacere».

Ngom Baye è un ragazzone di 26 anni che l’inferno della Libia è riuscito ad attraver­sarlo indenne. «Ho lasciato il mio paese, il Senegal, nella prospettiva di trovare un lavoro come muratore in Libia. I muratori e i saldatori sono molto richiesti. Non sape­vo quasi nulla della situazione di disordine che c’è lì. Sono stato due mesi a Sabha, poi a Tripoli».

La via di fuga, per Ngom come per tanti altri che cercano la salvezza sospinti dai flutti del Mediterraneo, ha preso le forme di un gommone. 825 dinari (all’incirca 600 euro) il prezzo del biglietto per ritagliar­si qualche centimetro di spazio a bordo di quell’arca della disperazione. Poi la nave dell’Ong e lo sbarco a Taranto, sei anni fa. Per Ngom comincia una nuova vita. Come mediatore interculturale. Lui al servizio degli altri.

Lo troviamo al Padiglione Vinci del San­tissima Annunziata a offrire assistenza a tanti come lui arrivati da lontano e che di Taranto e dell’Italia non sanno nulla, a cominciare dalla lingua. Soli in terra stra­niera. E qui si alzano le quinte su quel che accade dietro il palcoscenico della cronaca consumata nello scatto fotografico al por­to e nel contare quanti, questa volta, sono scesi sulla terraferma dopo giorni di mare e paure. Storie sulle quali cala l’oblio e che invece meritano si essere riportate alla luce anche per illuminare l’oscuro lavoro di chi a queste persone offre assistenza.

Un lavoro che vede protagonisti i media­tori interculturali del Progetto Fari (For­mazione Accoglienza Risposta Inclusione) condotto dalla Asl di Taranto con l’asso­ciazione Camera a Sud. Un progetto av­viato lo scorso anno sotto la direzione del responsabile dell’area socio-sanitaria della Asl, Vito Giovannetti. Obiettivo: offrire un servizio mirato che esca dalla logica del solidarismo fine a se stesso per offrire un supporto professionale non solo ai migran­ti. Questo non facile intervento di media­zione serve infatti anche ad agevolare il la­voro degli stessi medici, infermieri, addetti allo sportello che hanno ovvie difficoltà a relazionarsi con persone di lingue e cultu­re diverse. «Sì – spiega Silvia Rizzello, tra i cinque mediatori impiegati nel proget­to – bisognerebbe avere un approccio più istituzionale verso queste problematiche. Ad esempio sarebbe molto meglio parlare di “arrivi” e non di “sbarchi”, questo per uscire dalla logica della misericordia ed entrare in una prospettiva di servizio istitu­zionalizzato e strutturato. Tutta la gestione degli arrivi andrebbe vista in un’ottica di organizzazione complessiva».

L’ultimo intervento in ordine di tempo è stato quello del 29 gennaio: oltre quattro­cento migranti scesi dalla Ocean Viking. Tra loro un centinaio di bambini e dodici donne incinte. «Abbiamo finito alle due di notte, dalle otto del mattino», racconta Sil­via. Un lavoro enorme svolto dai mediatori e, nella circostanza, dal ginecologo Fioren­zo Oliva. Una intera giornata trascorsa al Pronto Soccorso, perché è quello il naturale approdo sanitario. Ed è lì, in quelle circo­stanze, che il lavoro del mediatore svela la sua complessità. «Bisogna cercare di com­prendere il vissuto delle persone. Come si fa a valutare lo stato di salute di qualcuno se non se ne conosce il vissuto? Non è sem­plice, perché a volte le storie di violenze subite non vengono raccontate per paura, perché non si conoscono le procedure». Non si tratta quindi solo di un mero lavoro di mediazione linguistica, che già di per sé costituisce un servizio fondamentale. Basti considerare che tra i mediatori a Taranto sono conosciute le lingue inglese, france­se, russo, polacco, arabo e alcuni dialetti africani. A monte, però, bisogna capire che tipo di approccio avere con ciascuno degli utenti. Le donne, in gran parte nigeriane, rappresentano i casi più delicati: «Alcune volte, per questioni religiose e culturali sa­rebbe meglio avere a disposizione un gine­cologo donna. Ma quando non è possibile, cerchiamo di spiegare che si tratta di una emergenza, aiutiamo la donna a sentirsi a suo agio. Il compito del mediatore è quello di capire quale approccio serve sia per l’u­tente che per il personale sanitario. È una responsabilità notevole. Per quanto riguar­da le donne c’è da dire, però, che anche un ginecologo uomo può avere un approccio delicato ed efficace».

Quello del Pronto Soccorso resta un pas­saggio complicato, perché gli arrivi dei migranti si sovrappongono al fisiologico sovraffollamento. «Nell’ultimo intervento abbiamo avuto donne che per la stanchez­za volevano tornare all’hotspot senza farsi visitare. Bisognerebbe creare un canale de­dicato quando ci sono gli arrivi, anche per non ingolfare ulteriormente il Pronto Soc­corso. Purtroppo quando ci sono le emer­genze l’attesa si prolunga e aumentano lo stress e il disagio psicologico di queste persone che, bisogna dire, hanno davvero tanta pazienza». Anche in questo caso il lavoro dei mediatori diventa prezioso. Di fatto, irrinunciabile.

Una attività, quella svolta grazie al Proget­to Fari, che va ben oltre l’emergenza degli sbarchi. C’è una intensa quotidianità da affrontare, sconosciuta ai più, fatta di stra­nieri che hanno bisogno di visite mediche, di certificati, di interfacciarsi con la buro­crazia. Tutti servizi che senza l’ausilio dei mediatori diventerebbero montagne insor­montabili sia per gli utenti che per il perso­nale degli uffici. E anche nella quotidianità ci sono interventi che hanno comunque qualcosa di straordinario. Racconta Silvia Rizzello: «C’è stato il caso di un ragazzo africano trovato in strada in uno stato di totale smarrimento identitario. Non co­municava, si copriva il volto, aveva paura. C’è voluto un grande lavoro di squadra per gestire questa situazione risolta grazie alla sensibilità del primario di nefrologia, Luigi Morrone, e all’intervento di infermieri, psi­cologo e degli stessi mediatori».

E tra i mediatori del Fari c’è appunto il nostro Ngom Baye, il ragazzo arrivato dal Senegal senza conoscere una parola d’ita­liano: «È una lingua difficile. Mi regala­rono un dizionario di italiano-inglese, mi ha aiutato ad inserirmi anche a scuola, al Righi. Poi mi segnalarono un link dove mandare il curriculum e così sono arrivato a fare il mediatore interculturale». La Libia è alle spalle; a Taranto è un esempio di in­serimento riuscito.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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