06 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 06 Maggio 2021 alle 15:58:04

Cronaca

Caso “amianto killer” in Italsider: le ragioni delle assoluzioni

Non ci sono prove sulle singole responsabilità dei direttori generali e dei capi reparto per la morte di operai e manutentori a causa del mesotelioma pleurico

L'ex Ilva
L'ex Ilva

Non ci sono prove sulle singole responsabilità dei direttori gene­rali e dei capi reparto dell’Italsider per la morte di operai e manutentori a causa del mesotelioma pleurico.

E’ questa in estrema sintesi la motiva­zione che ha portato il gup del Tribunale di Taranto Rita Romano a prosciogliere tutti gli imputati (uno dei quali deceduto) ritenuti responsabili della morte di quat­tro operai. Per tutti il pm Rosalba Lopal­co aveva chiesto il rinvio a giudizio per omicidio colposo, per aver omesso di in­formare i lavoratori sui rischi dall’espo­sizione di amianto e per non aver adot­tato tutte le misure necessarie a tutela degli stessi lavoratori.

Dodici imputati, fra manager di Stato dell’Italsider e direttori generali dell’Ilva privata gestita dalla famiglia Riva sono finiti sotto accusa per fatti avvenuti in un periodo che va dai primi anni ’70 al 2012. A rispondere di quelle morti e di omesse cautele sono stati chiamati i direttori ge­nerali Giambattista Spallanzani, Sergio Noce, Attilio Angelini, Francesco Chin­demi, Nicola Muni, Salvatore Ettorre, Pietro Loforese, Luigi Capogrosso, Elio Buono ed Emanuele Imperiale.

Per tutti il giudice Romano ha emesso sentenza di non luogo a procedere “per­ché il fatto non sussiste”.

Il gup ha riconosciuto le circostanze dell’esposizione all’amianto e, alla luce di alcune tesi scientifiche, il nesso di cau­salità fra l’esposizione al fattore cancero­geno e la patologia tumorale.

Anche l’Inail, da quanto si legge nelle quindici pagine delle motivazioni depo­sitate il 9 marzo in cancelleria, ha sta­bilito l’origine professionale delle ma­lattia e le nefaste conseguenze. Nessun dubbio, quindi, sul fatto che i lavoratori siano morti per le conseguenze provoca­te dall’amianto presente nel IV Centro Siderurgico come si chiamava all’epoca l’acciaieria tarantina.

Ma la ricostruzione dell’accusa, a giudi­zio del giudice, non consente di stabilire le singole responsabilità di chi comun­que, anche su questo non ha alcun dub­bio, per il ruolo ricoperto ha l’obbligo di vigilare sulla sicurezza e sulla salute dei lavoratori.

“Negli atti – scrive ancora il gup – non si evincono elementi che chiariscano la posizione operativa di ciascun singolo imputato rispetto allo svolgimento dei fatti e, soprattutto, rispetto al nesso cau­sale con i singoli eventi in contestazione; ciò che peraltro appare realisticamente di difficile se non impossibile ricostru­zione”.

Per l’affermazione delle singole respon­sabilità penali, invece, “occorrerebbe individuare il periodo in cui ha avuto inizio il processo causale” in quanto, continua il gup, non si può giungere “ad una indistinta e massificata affermazione di responsabilità di tutti gli imputati”. I due medici aziendali Luciano Greco e Giancarlo Negri, invece, sono stati pro­sciolti con la formula “per non aver com­messo il fatto” in quanto per il loro ruo­lo, scrive ancora il giudice, hanno “una funzione soltanto consultiva”, quindi “del tutto priva di poteri decisionali tali da consentirgli un diretto intervento per la rimozione delle situazioni di rischio” al contrario dei direttori generali e dei capi reparto. Sempre per vicende analo­ghe, la Cassazione il 4 febbraio scorso ha assolto con sentenza definitiva Fabio Riva e Luigi Capogrosso. Sotto proces­so (con circa 30 imputati fra cui Emi­lio Riva deceduto nel 2014) sono finiti il primo in quanto componente del Cda dell’Ilva e il secondo in quanto direttore dello stabilimento. Condannati in primo grado, sono stati assolti in appello e la pubblica accusa ha impugnato il verdetto dinanzi alla Suprema Corte che ha con­fermato l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”. Gli Ermellini hanno ravvisato il difetto del nesso di causalità per l’o­micidio colposo in relazione alla morte di due operai. Hanno, inoltre, ritenuto una “erronea applicazione della legge penale” nella contestazione relativa agli infortuni in quanto Riva, come compo­nente del cda, non aveva una posizione di garanzia in materia di sicurezza sul lavoro. Infine, l’imputazione di omesse misure anti infortuni è stata dichiarata estinta per prescrizione dopo la sentenza di primo grado.

 

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