10 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 09 Maggio 2021 alle 22:30:25


TARANTO – Sì o no. Alla “costituzionalità” della legge 231, la ‘Salva Ilva’, dalla quale dipende il futuro dell’acciaieria più grande d’Europa, fonte di lavoro, come ha sempre rimarcato l’azienda, e di inquinamento mortale per i tarantini, come hanno messo nero su bianco i periti del tribunale. E’ un compito arduo, quello che attende la Corte Costituzionale. La Consulta – la decisione è attesa domani sera stesso, o mercoledì mattina – passerà al vaglio domattina la legge datata 3 dicembre 2012, che consente di ‘utilizzare’ gli impianti dell’area a caldo dell’Ilva di Taranto, sottoposti a sequestro senza facoltà d’uso il 26 luglio e, anche, di commer-cializzare l’acciaio prodotto pure in presenza dei sigilli.

Praticamente, un effetto retroat-tivo. Gaetano Silvestri sarà giudice relatore, Gabriella Palmieri e Maurizio Borgo gli avvocati dello Stato. Un’udienza affollata, e questo dà il senso della posta in palio. Si è costituito Bruno Ferrante, presidente dell’Ilva, rappresentato dagli avvocati Luisa Torchia, Francesco Mucciarelli ed Adriano Raffaelli, hanno depositato proprie memorie il WWF, tramite l’avvocato Alessio Petretti, Confindustria e la Federacciai, con i legali Giuseppe Pericu e Fabrizio Pollari Maglietta, e ancora Angelo, Vincenzo e Vittorio Fornaro, allevatori che hanno dovuto abbattere centinaia di ovini causa diossina, assistiti dagli avvocati Giuseppe Mattina e Sergio Torsella. Tecnicamente, i giudici costituzionali dovranno valutare due ordinanze. Una è firmata dal gip Patrizia Todisco, la donna che ha ‘sfidato’ la fabbrica che pareva intoccabile, l’altra dal tribunale dell’appello. Entrambe hanno avuto l’input dalla Procura guidata da Franco Sebastio. Per i magistrati, la legge viola la separazione tra poteri dello Stato. Gip e tribunale spiegano che l’ordinamento non prevede che le norme abbiano effetto retroattivo e rilevano rispettivamente diciassette e cinque violazioni alla carta costituzionale. Come è noto, la 231 dà valore di legge all’Aia, l’autorizzazione integrata ambientale, pilastro della teoria Monti-Clini-Passera (premier e ministri dell’Ambiente e dello Sviluppo) che vede l’Ilva come destinata a non fermarsi mai. Nemmeno, come è successo, in caso di sequestro penale per disastro ambientale. Ieri, nel giorno della manifestazione contro l’inquinamento prodotto dall’Ilva, il comitato ambientalista Legamjonici ha annuncia di aver depositato un esposto-denuncia proprio per il presunto mancato rispetto della normativa Aia e la “omessa applicazione dell’articolo 29-decies del D.lgs. 128/2010, che costituisce il recepimento della direttiva comunitaria sulla prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento”. Nei giorni scorsi, la Cassazione ha depositato le motivazioni sul ‘no’ alla libertà per i Riva. Per la prima sezione penale, con “argomenti logici e immuni da interne contraddizioni” il Tribunale della libertà di Taranto ha evidenziato che “il disastro ambientale era certamente riconducibile anche alla gestione successiva al 1995, quando è subentrato il gruppo Riva nella proprietà e nella gestione dello stabilimento siderurgico e che gli accertamenti effettuati hanno chiarito che l’inquinamento è attuale”. I giudici della suprema corte parlano di “pervicacia e spregiudicatezza dimostrata da Emilio Riva e dal Capogrosso (ex direttore dello stabilimento), ma anche da Nicola Riva, che hanno dato prova, nei rispettivi ruoli, di perseverare nelle condotte delittuose, nonostante la consapevolezza della gravissima offensività per la comunità e per i lavoratori delle condotte stesse e delle loro conseguenze penali e ad onta del susseguirsi di pronunce amministrative e giudiziarie che avevano già evidenziato il grave problema ambientale creato dalle immissioni dell’industria”.

Giovanni Di Meo

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