31 Luglio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 30 Luglio 2021 alle 21:23:00

Cronaca

Ilva e Procura verso una nuova guerra


La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni con le quali, il 9 aprile scorso, ha dichiarato in parte inammissibili e in parte non fondate le questioni di legittimità costituzionale sugli articoli 1 e 3 della legge 231/2012, cosiddetta ‘salva-Ilva’, sollevate il 15 gennaio e il 22 gennaio scorsi dal Tribunale di Taranto e dal giudice per le indagini preliminari Patrizia Todisco.

La Consulta ha dichiarato inammissibili le questioni sollevate dal gip in riferimento a tre articoli della Costituzione: 25, primo comma, e 27, primo comma (obbligo dell’ordinamento di reprimere e prevenire i reati) e 117 primo comma (limiti del potere legislativo dello Stato).

Dichiarate invece ‘non fondate’ tutte le altre questioni di legittimità costituzionale sollevate dal gip (che contestava complessivamente la violazione di 17 articoli della Costituzione, tra cui il principio della separazione tra poteri dello Stato) e anche dal Tribunale, per il quale la legge 231 avrebbe violato cinque articoli della Costituzione.

“Nessuna” delle norme censurate “è idonea ad incidere, direttamente o indirettamente, sull’accertamento delle responsabilità” e ”spetta naturalmente all’autorita’ giudiziaria, all’esito di un giusto processo, l’eventuale applicazione delle sanzioni previste dalla legge”. E’ quanto sottolinea la Corte Costituzionale nelle motivazioni. ”Nella fattispecie oggetto del presente giudizio, non sussiste alcuna lesione della riserva di giurisdizione” e le disposizioni censurate ”non cancellano alcuna fattispecie incriminatrice ne’ attenuano le pene, ne’ contengono norme interpretative e/o retroattive in grado di influire in qualsiasi modo sull’esito del procedimento penale in corso”, precisa la Consulta.

L’intervento del legislatore, che, ”con una norma singolare, autorizza la commercializzazione di tutti i prodotti, anche realizzati prima dell’entrata in vigore del d.l. n. 207 del 2012, rende esplicito un effetto necessario e implicito della autorizzazione alla prosecuzione dell’attività produttiva, giacchè non avrebbe senso alcuno permettere la produzione senza consentire la commercializzazione delle merci realizzate, attività entrambe essenziali – viene rilevato – per il normale svolgimento di un’attività imprenditoriale. Distinguere tra materiale realizzato prima e dopo l’entrata in vigore del decreto-legge sarebbe in contrasto con la ratio della norma generale e di quella speciale, entrambe mirate ad assicurare la continuazione dell’attività aziendale, e andrebbe invece nella direzione di rendere il piu’ difficoltosa possibile l’attività stessa, assottigliando le risorse disponibili per effetto della vendita di materiale non illecito in sè, perche’ privo di potenzialità inquinanti”. 

Quanto basta per far ritenere all’Ilva pressochè scontato il dissequestro delle ormai famose merci sotto chiave, ma nella sentenza non c’è riferimento esplicito alla parola ‘sequestro’: si va verso una nuova guerra dei coils?

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