20 Ottobre 2020 - Ultimo aggiornamento il: 20 Ottobre 2020 alle 06:40:48

Cronaca

Ma l’inchiesta non è chiusa


TARANTO – La coincidenza temporale è, oggettivamente, impressionate. Ieri si è chiuso il primo capitolo dell’inchiesta Ambiente Svenduto, senza dubbio la più clamorosa mai deflagrata ‘a’ e ‘su’ Taranto. La restituzione dell’acciaio sequestrato il 26 novembre, quando sette arresti scandirono l’alba, ha chiuso un cerchio. Oggi se ne apre un altro. La sensazione – qualcosa di più – è che non si chiuderà molto presto. I clamorosi sviluppi di oggi, con l’arresto del presidente della Provincia Gianni Florido, segnano un tappa, certo non la conclusione. Molto si è già parlato, ad esempio, dei possibili filoni barese e romano dell’indagine sui rapporti ‘inquinati’ tra proprietà e management dell’Ilva con politici e amministratori.

Gli accertamenti della Guardia di Finanza sui controlli (effettuati?, e come?) finalizzati al rispetto dei vari accordi siglati nel corso degli anni per abbattere l’inquinamento fanno tremare più di qualcuno. I riflettori, in particolare, sono puntati adesso sulla Regione Puglia, ente-guida sul fronte di protocolli d’intesa e affini. Più di un interrogatorio tra inquirenti e persone informate sui fatti è già andato in scena, con pagine e pagine di verbali che sono andati ad integrare il corposo faldone all’attenzione del pool di inquirenti guidato dal procuratore capo Franco Sebastio. Funzionari ed amministratori di via Capruzzi avrebbero dovuto verificare il rispetto dei patti, previsti negli accordi di programma che di volta in volta hanno caratterizzato il rapporto Ilva-Regione: si punta a capire se lo abbiano davvero fatto, in che modo e se l’alternarsi di summit, ‘tavoli’ e simili sia stato parte di una strategia del rinvio funzionale agli interessi aziendali, e non del territorio che vive accanto alle ciminiere. “La Regione Puglia, invece di imporre misure urgenti atte a monitorare in continuo le emissioni dell’Ilva, di concerto con i suoi vertici cercava di ricorrere ad escamotage quali l’attivazione di tavoli tecnici al fine di far guadagnare tempo all’industria nella realizzazione delle strutture di monitoraggio in continuo delle emissioni e, dall’altra parte, consentire alla stessa Regione Puglia di non apparire inoperosa sul fronte ambientale agli occhi dell’opinione pubblica”: passaggi di un’informativa della Guardia di Finanza, a cui si cercano riscontri, dopo il terremoto giudiziario di oggi e quello del novembre scorso, con la raffica di arresti tra i quali quello dell’ex pierre dell’Ilva, Girolamo Archinà, e l’ex assessore provinciale all’Ambiente, Michele Conserva, del Partito Democratico. Sette le misure cautelari eseguite quella mattina dalla Guardia di Finanza. Agli arresti domiciliari anche il docente dell’università di Bari, Lorenzo Liberti, che secondo i pubblici ministeri avrebbe ricevuto pressioni dall’Ilva per ammorbidire una perizia che due anni fa stava elaborando per conto della Procura; è ancora in Inghilterra Fabio Riva, vicepresidente di Riva Group, che si è presentato alle autorità britanniche dopo una lunga latitanza. Tra gli arrestati del novembre scorso anche l’ex direttore dello stabilimento, Luigi Capogrosso, mentre nei giorni scorsi aveva fatto rumore il coinvolgimento, nelle vesti di indagato, di Ippazio Stefàno. Il sindaco ha dichiarato in più occasioni, pubblicamente, di non aver ricevuto alcun avviso di garanzia e di non volersi dimettere, suscitando molte polemiche.

G.D.M.

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