12 Maggio 2021 - Ultimo aggiornamento il: 12 Maggio 2021 alle 06:11:00

Cronaca

Ilva, il Cda va verso le dimissioni


«Non entro nel merito dell’iniziativa della magistratura ma noto che si potrebbe configurare di nuovo un conflitto tra il ruolo dell’amministrazione, che ha l’obbligo di assicurare il risanamento ambientale, e il ruolo della magistratura che ha il compito di perseguire i reati». Sarà stato profetico, Corrado Clini, con questa dichiarazione offerta alle agenzie di stampa dopo la notizia del maxi sequestro da 8,1 miliardi di euro ai Riva?

Certo, l’Ilva vive le sue ore più lunghe e difficili. Più del 26 luglio, quando furono sequestrati gli impianti dell’area a caldo. Più del 26 novembre, quando furono messi sotto chiave i prodotti ‘sfornati’ in assenza di facoltà d’uso. L’aria che tita è quella della resa dei conti.

Il consiglio d’ammistrazione, in corso a Milano nel momento in cui andiamo in stampa, potrebbe ratificare quanto filtra con insistenza già da ieri sera. Dimissioni dell’attuale presidente Bruno Ferrante, accompagnate da quelle del cda nella sua interezza, e dello stesso amministratore delegato Enrico Bondi, l’uomo del riallacciato filo con la banche per garantire denaro fresco all’azienda. Uno scenario da salto nel buio, con conseguenze oggi non prevedibili. 

«Con il decreto in esecuzione, la Procura ha chiesto e ottenuto il sequestro su ciò che ha costituito vantaggio di attività illecita. In questo caso somme risparmiate per non apportare adeguamenti a determinati impianti per renderli compatibili sul piano ambientale». Così il procuratore Franco Sebastio nella conferenza stampa sul sequestro disposto dal gip sul patrimonio della famiglia Riva. Sebastio, che era affiancato dal comandante provinciale della Guardia di Finanza di Taranto, Salvatore Paiano, e da alcuni ufficiali delle Fiamme Gialle, ha fatto anche un parallelo con l’inchiesta della Procura di Milano che l’altro ieri ha portato al sequestro di beni per 1.2 miliardi di euro ai Riva.

«A Milano – ha detto – sono contestati reati per i quali era possibile aggredire i patrimoni di persone fisiche. A Taranto abbiamo applicato la legge 231/2001 aggredendo i patrimoni solo di persone giuridiche». Il provvedimento di sequestro di beni per 8,1 miliardi di euro nei confronti della famiglia Riva è un sequestro ‘per equivalente’ legato alla quantificazione dei danni ambientali prodotti dall’Ilva. La quantificazione dei danni è stata elaborata dai custodi giudiziari degli impianti dell’area a caldo del siderurgico tarantino sotto sequestro. Sono 16 gli indagati (alle 14 persone fisiche vanno aggiunte due persone giuridiche, Ilva e Riva Fire spa) nell’inchiesta. Nell’elenco figurano Emilio Riva, i figli Nicola e Fabio, l’ex direttore dello stabilimento Luigi Capogrosso, l’ex dirigente Ilva Girolamo Archinà, il presidente del cda dell’Ilva, Bruno Ferrante, e dirigenti del Siderurgico.

Ai primi cinque viene contestata l’associazione per delinquere finalizzata “a commettere più delitti contro la pubblica incolumità, contro la pubblica amministrazione e la fede pubblica, quali fatti di corruzione, falsi e abuso d’ufficio”. I beni oggetto del decreto di sequestro in esecuzione nei confronti della società Riva Fire spa, non devono essere «strettamente indispensabili all’esercizio dell’attività produttiva nello stabilimento siderurgico tarantino» scrive il gip Patrizia Todisco nel decreto. Circostanza rimarcata dallo stesso Sebastio.

Il gip ha nominato anche quale custode e amministratore dei beni sequestrati Mario Tagarelli, ex presidente dell’Ordine dei commercialisti di Taranto, e attualmente uno dei quattro custodi giudiziari degli impianti dell’area a caldo dell’Ilva sotto sequestro dal 26 luglio 2012.

Allo stato, scrive il gip nel decreto, «non si ha evidenza di alcuna iniziativa intrapresa dalla società al fine di ottemperare alle disposizioni prima impartite dai custodi e poi, in parte, confermate dal Decreto di riesame Aia del 26 ottobre 2012». Un provvedimento che, «peraltro, non prevede alcuna pianificazione economico-finanziaria dei predetti interventi. Motivo per cui lo stesso, allo stato attuale, oltre a non risultare congruo in termini temporali (sono previsti tempi estremamente lunghi in considerazione dell’attualissimo problema sanitario-ambientale) non dà alcuna garanzia di realizzazione, non avendo la società, allo stato e per quanto espresso, disponibile una adeguata copertura economica». Una situazione le cui responsabilità sono da rintracciarsi anche negli atti e nelle decisioni politiche.

«Non può essere sfuggito», scrive infatti il gip, che con il decreto 207 del 3 dicembre dell’anno scorso, poi convertito nella legge 231, «il legislatore ha inteso rimettere l’Ilva in possesso degli impianti sottoposti a sequestro preventivo ed assicurarle la prosecuzione dell’attività produttiva». Un’intenzione portata avanti «senza esigere dalla stessa la presentazione di adeguate garanzie finanziarie a sostegno sia del piano di investimenti previsto dall’Aia, sia del pagamento delle eventuali sanzioni amministrative pecuniarie di cui all’articolo 1 comma 3, e senza che sia stato presentato dalla società il prescritto piano di dismissione dell’impianto e ripristino ambientale».

Il gip cita in proposito la relazione dei custodi giudiziari del 18 dicembre dell’anno scorso, nella quale si legge tra l’altro che il decreto «non fa neanche riferimento al dovere di dotazione di un Piano di dismissione e ripristino ambientale, sebbene previsto dall’articolo 6 comma 16 del dl 152/06». «Nel decreto – scrivono i custodi giudiziari – non è presente alcun riferimento in merito agli aspetti di tutela della salute dei lavoratori e della popolazione, in relazione alla realizzazione dei necessari interventi di messa in sicurezza e bonifica dei suoli contaminati dello stabilimento Ilva di Taranto».

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