Cultura

Ieri come oggi Machiavelli profeta nel tempo

L'intervento del professor Paolo De Stefano sull'opera


TARANTO – Sono trascorsi cinquecento anni e quell’agile e profondo volumetto, il “Principe”, è ancora vivo e attuale; e ha fatto il giro del mondo e non solo di quello politico del tempo rinascimentale, ma di quelli che nei secoli hanno nel “Principe” visto e considerato una forma non tanto di governo, quanto di Stato, utile se non necessario alle problematiche sociali ed economiche, nonché geografiche sui propri territori. Dico di coloro che avevano una personale autorevole visione ideologica di uno Stato, che Stato fosse. E che avesse tali virtù di governo da essere bene accetto dai popoli ai quali quella forma di politica piacesse e li rendesse sicuri e protetti.


A Machiavelli si deve, oggi come ieri, la particolare esigenza di vita, al di là di altre espressioni pur necessarie ad essa, ma che, alla fine, sono tutte riconducibili a quella particolare “virtù” che è il buon governo tutto racchiuso nella “forma” dello Stato.
In una prosa che fu il presentimento di quella moderna, Machiavelli pone al centro del suo sistema ideologico l’uomo, non quello rinascimentale legato al “Cortegiano” o al “Galateo”, ma quello nuovo, tutto logica ed intelletto, tutta “volpe e lione”; se l’anima del sentimento dantesco, per dirlo col De Sanctis era il cuore e l’immaginativa, l’anima del Machiavelli è il cervello; non un mondo mistico e teolo-gale, ma umanamente logico.
Nel pensiero dantesco c’è sovente Paolo o Agostino, in quello machiavel-liano (non machiavellico) c’è l’intelletto, o la nuova scienza che porta la terra nell’universo e non più al centro di essa. In tal senso la “virtù politica” muta il suo essere o il suo significato. La politica è tempra dello spirito e la sua “morale” è nella forza o nell’energia di operare secondo logica ed è per questo che Machiavelli crede in Cesare Borgia e non perché è il figlio di un Pontefice, ma perché in lui vede quella “virtù” che manca ad altri e perché lui può creare uno Stato che manca in Italia; uno Stato unitario  ed italiano,  non unitario sotto l’egida straniera, come purtroppo, ai suoi tempi, desiderava con il sovrano Arrigo Dante. Tempi nuovi, Stato nuovo; uno e creato dall’uomo e non per divina illuminazione. Anche Cristo si era fatto uomo. È nella logica delle cose. Il “Principe” si fonda dunque sullo studio dell’uomo ed è solo l’intelligenza  delle cose a creare ciò che è logico; che sta questo mondo non più nella immaginazione dei fatti o nelle visioni oltremondane, ma nella natura delle cose; e se v’è da costruire  uno Stato, ebbene esso sia fondato sulla realtà effettuale e non sulla immaginazione di esso.
L’eroe di Machiavelli è l’uomo che sappia essere sempre l’esempio che gli altri vorrebbero, ma il suo regno non è sulla forza bruta e irragionevole, ma sulla forza che è stima e che rende sereno e felice il popolo. Il “Principato” è già lo Stato lo vollero gli uomini che vennero dopo; con l’Illumi-nismo e con il nostro Risorgimento. La “fortuna” o “il fato” non è un qualcosa di astratto, ma è calcolare da parte del Principe, il momento giusto nel tempo giusto e di conseguire sapere e agire.
E bisogna ricordare che il Principe non è l’uomo nobile quasi fosse emanazione di Dio, ma è il “primo” nel senso latino del termine; cioè colui che ha tutte le virtù politiche  per conquistare il potere, formare uno Stato unico e forte, competitivo fra gli altri Stati a livello europeo.
Utopia? Mito? Forse a quei tempi, sì; ma nel tempo Machiavelli fu profeta. Certamente i capitoli che compongono l’opera sono altrettanto ricchi di solenne riflessione, ma dal sedicesimo alla fine sono quanto di più esaltante e  “virtuosamente” necessario alla realizzazione di quel sogno. Realizzato uno Stato, quel “Principe” deve realizzare la concordia fra il suo popolo con il bene operare. Il “Principe” ha come appello la buona repubblica con il “principato del popolo”. I “Discorsi sulla Deca di Tito Livio” completano il magnanimo pensiero del grande fiorentino. Oggi lo Stato si è confuso con il partito; di qui la nostra pochezza morale, civile e politica.

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