Cultura

Quegli intrepidi ragazzi di via del Tritone tra passione e piombo

Il Messaggero e gli Anni '80


Cicerone, che pure gli era fieramente ostile, quando ebbe letto i suoi “de bello”, i resoconti, cioè, delle guerre combattute da Cesare, in Europa, esclamò, con disappunto, che da allora in poi, nessuno avrebbe potuto cimentarsi nel racconto di eventi bellici, senza rischiare di apparire un “conditor”, un semplice annalista, cioè, anziché uno storico. Certo la similitudine è forte, soprattutto perché Cesare era si, uomo di penna, ma soprattutto di spada, e forse a lui piacerebbe di più l’accostamento a Publio Cornelio Nepote, giornalista ante litteram e che, inoltre, era originario delle sue parti, nel nord della Romagna, cioè.

In ogni caso, dopo aver letto il libro di Vittorio Emiliani, “L’altro ‘Messaggero’, un giornale laico sulle rive del Tevere”, siamo certi che chiunque, senza alcuna esperienza della “macchina interna” di un giornale, di un grande quotidiano, si possa rendere conto cosa ci sia al di la dello specchio della parola scritta, di come politica, vicende personali, beghe sindacali, pressioni dei potenti, ristrettezze economiche costruiscano un “melting pot”, un crogiuolo, cioè, dove il giornalista deve continuamente confrontarsi oltre che con la notizia, anche con se stesso, con i colleghi, con la sua professionalità e, non raramente, con il suo senso etico.


Gli anni presi in esame, poi, dal 1974 al 1987, sono quelli del periodo più buio della storia della nostra Repubblica. Gli anni del terrorismo neofascista e dei Nar, delle Br, del compromesso storico, del rapimento di Moro, dei quotidiani eccidi di magistrati, giornalisti, poliziotti, dirigenti industriali, sindacalisti, di vittime innocenti, del Dc Itavia abbattuto sul cielo di Ustica e dalle stragi sui treni.

L’Italia del boom economico, parafrasando Gramsci, sembrava ormai lontana come Il Giappone, nel senso che il piombo delle “p38” e delle mitragliette, oltre a seminare centinaia di morti, sembrava avere avuto la meglio sull’Italia che si era rimboccata le maniche per uscire, alla grande, dal periodo post-bellico, su quelle migliaia di piccole e medie aziende, che avevano industrializzato aree agricole come l’Emilia Romagna, il Veneto, l’Abruzzo e, per certi versi, anche la Lombardia, e che Vittorio Emiliani aveva puntualmente raccontato, prima nei suoi anni al Giorno, e poi al Messaggero, come inviato.

A lui, chiamato al quotidiano romano da Italo Pietra, la città dei Cesari, apparve come un corpaccio informe, tranne a scoprirne, quando per capire meglio, cominciò ad occuparsi delle borgate capitoline, un’anima generosa e caciarona, dove il tessuto produttivo  aveva poco da invidiare alla mitica alacrità del Settentrione. A questo punto, l’io narrante, si snoda su due piani differenti, ma, come nello “spazio curvo” di Einstein, le “rette parallele”, per usare il paradosso caro ad Aldo Moro, convergono, nel senso che la vita interna del giornale, allora di proprietà pubblica, della Montedison, va ad intersecarsi con l’esterno, nel senso che le discrasie del mondo politico e amministrativo, sembrano riflettersi anche all’interno del Messaggero, dove esistono consorterie, orticelli riservati, rendite di posizione, un’appartenenza politica che ad Emiliani apparve da subito odiosa che, insieme ad una ostinata resistenza dei poligrafici, aveva caricato il giornale di oneri finanziari insopportabili, tali da far temere il fallimento o la vendita al migliore offerente.

Così, dopo i quattro anni di direzione di Fossati, quando il vicepresidente della Montedison, Mario Schimberni ed il direttore generale del giornale, De Luca, proposero a lui la direzione del Messaggero, con l’incarico preciso di risanarlo e di rilanciarlo, affiancandogli un giornalista di razza come Silvano Rizza, l’impresa parve ai più destinata al fallimento. Inoltre, Emiliani, non aveva mai nascosto la sua fede socialista, anche se riottoso dai condizionamenti di Craxi o di Martelli, e la sua antica amicizia con Luciano Lama, Giorgio Benvenuto o Pierre Carniti, la sua esperienza, insomma, e per anni diretta, del sindacato, che, secondo alcuni, anche all’interno del giornale, gli avrebbe impedito di fatto, qualunque iniziativa ostativa nei confronti del sindacato dei poligrafici. E, invece, schiena dritta e notti insonni per cercare di far capire che i miliardi di prestazione straordinaria dei poligrafici, in numero sestuplo rispetto ai 105 redattori, che l’andazzo andava cambiato radicalmente.

E, invece, picche. Scioperi ad oltranza che avevano portato al lumicino le vendita del Messaggero, con la città capoluogo, le province, e regioni come Abruzzo, Marche e Umbria, da sempre  punto di forza del giornale, che si vedevano erodere migliaia di copie dal Tempo e da Repubblica.

A questo punto non vi diciamo come Emiliani riuscì non solo a rilanciare il giornale, ma anche a risanare il deficit, allora astronomico,  di quasi nove miliardi di lire. In questo sforzo di rilancio del giornale, si colloca da polpetta avvelenata dei verbali del brigatista Patrizio Peci, che una manina dei servizi segreti, Silvano Russomanno, fece arrivare ad giornale tramite un redattore amico, Fabio Isman, inchiestista di vaglia, che il giornale pubblicò. Solo che in quei verbali, mancava solo una pagina, quella dove si raccontava che uno dei terroristi di Prima Linea, che si era macchiato di numerosi delitti, era Marco Donat Cattin, figlio del ministro democristiano in carica: notizia, che invece, venne sparata a tutta pagina, dal quotidiano concorrente, Paese Sera, senza, però, la pubblicazione dei verbali.

Fabio Isman fu arrestato, Emiliani, incriminato, con gran parte del sindacato della stampa che si schierò dalla parte del giornalista arrestato. Isman si farà ben 133 giorni di carcere, ed Emiliani, che avrebbe potuto cavarsela con una ammenda di poche migliaia di lire, preferì farsi incriminare assieme al suo redattore. Poi, Isman, difeso da un giovanissimo Franco Coppi, venne assolto in appello da un giudice severissimo ma preparato, quel Mancuso, poi divenuto ministro e licenziato perché aveva smentito pubblicamente il presidente della Repubblica, Scalfaro. Il libro di Emiliano, tuttavia, è ben altro: è il racconto di quell’Italia che, a paragone, con l’attuale, sembra un confronto tra Titani e Lestrigoni, nel senso che la caratura di quei politici, da Sandro Pertini, a Craxi, da Cossiga o Marcora, a Signorile a Berlinguer o ad Amendola, tanto per citarne sono una piccolissima parte, è anni luce lontana da quelli che attualmente ci governano o ci vogliono governare.

E, infine, sia consentito a chi scrive qualche ricordo di un album di famiglia, cui egli stesso ha, per certi versi, appartenuto: Sergio Turone, Paolo Gambescia, Giancarlo del Re, Giancarlo Minicucci, Pietro Calabrese, Pino Coscetta, Pino Geraci, Mario De Gaudio e Andrea Garibaldi. Erano alcuni degli intrepidi ragazzi di Via del Tritone.

 

Cronache di piombo e di passione. L’altro Messaggero, un giornale laico sulle rive del Tevere (1974-1987). Donzelli Editore. 34 euro.

 

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