Cultura

L’infinito nella poetica di Leopardi e Pascoli

Lezione del prof. Paolo De Stefano agli studenti Quinto Ennio e dello Scientifico Ferraris di Taranto


Il prof. Paolo De Stefano, emerito preside del Liceo classico “Quinto Ennio” di Taranto, ha tenuto nell’aula magna dell’Istituto una lezione, organizzata dalla Presidenza Delbosco, sulla poesia cosmica in Leopardi e Pascoli, agli studenti dell’ultima classe liceale del classico “Quinto Ennio” e dello scientifico “G: Ferraris” della nostra città.

Dalla sua lezione, attentamente seguita da docenti e studenti, stralciamo alcune significative parti.

E’ indubbio che “l’infinito” di Giacomo Leopardi sia una poetica contemplazione del poeta al di là di una siepe del monte Tabor, oggi colle dell’Infinito. Su quel colle il poeta frequentemente si recava a svago e, fuor dalla vista delle genti, si sentiva veramente solo di fronte all’infinita natura. Certo al di là della siepe egli fantasticava, e il suo fervido immaginare si perdeva nell’infinito dello spazio. Ma un lieve rumore di vento fra le piante lo riporta all’infinito del tempo.

Dunque spazio e tempo sono due categorie dell’umano “logos” ma è proprio in quella immensità che il poeta desidera “naufragar”. Tuttavia l’incanto lirico della breve poesia è in quell’annegarsi del poeta, del suo pensiero, tra ciò che è eterno e ciò che è trascendente e, in soli quindici endecasillabi, il poeta crea una incomparabile espressione di malinconica dolcezza e di efficace evidenza.

Quindi il prof. De Stefano ha condotto il discorso, anche per via metrica, su altre grandi poesie del Leopardi in una comparazione di forte risonanza spirituale e intellettuale; dal “Canto notturno” al “Tramonto della Luna”.

Un itinerario di accenti cosmici a fronte del dolore umano e del nulla eterno.

Poi il prof. De Stefano è passato ad analizzare la poesia cosmica del Pascoli, il solo grande poeta che abbia saputo esprimere la crisi esistenziale dell’uomo di fronte al mistero del cielo.

Egli, fra l’altro, ha detto: “se dalla poesia dell’Infinito leopardiano passiamo a quella cosmica del Pascoli la metamorfosi lirica è tale che il piacere di un luogo solitario in Leopardi produce nel Pascoli la paura, la vertigine, l’ambascia e la dissolvenza dell’uomo di fronte all’immenso polverio di stelle, all’ammasso di pianeti lontani, alle volte del cielo, che è come un nulla eterno.

Pascoli ha, specialmente in poe-metti quali “La Vertigine”, “Il bo-lide”, “Il ciocco”, realizzato l’inconscio umano a fronte dell’universo ove la terra, oscuro pianeta, è la “sola pecorella smarrita” al cospetto dell’eternità degli astri, senza numero, senza confine se non lo stesso spazio eterno, immenso ove forse un Dio ne è creatore e protettore. In Leopardi l’infinito diventa un dolce naufragio, in Pascoli un terribile pensiero dalla vita umana, solo dolore e solo mistero. Una vita che nasce dal nulla e al nulla torna, mentre il cosmo continua nella sua evoluzione di fuoco e di esplosione atomica. La lezione del prof. De Stefano è stata, alla fine, calorosamente accolta e seguita con la massima attenzione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche