Cultura

Sulle tracce del Colosso dell’Acropoli di Taras

Rubata in Bulgaria la copia intera dell’Herakles di Ratiaria


TARANTO – Siamo sulle tracce  del Colosso in bronzo di Herakles meditante, un tempo  nell’antica Città Vecchia, l’Acropoli di Taras; ci preme “vederlo” per intero, immaginarlo almeno, attraverso gli occhi di chi ha avuto la fortuna di ammirare da vicino il capolavoro di Lisippo.

Ci siamo emozionati a guardare e divulgare la  testa in marmo, una copia a lui ispirata  (Museo MarTA- Sala XIII); ma il Colosso tutt’intero com’era? Del contesto storico in cui i colossi vennero affidati all’artista (lo Zeus per l’Agorà e l’Herakles per l’Acropoli), delle vicende  belliche in cui l’opera venne scippata ai Tarantini  a breve un’apposita puntata. Ora vogliamo sapere cosa rappresentava. Chiameremo in aiuto le fonti.
Se il Colosso tarantino di Herakles si conservò tanto a lungo, per ben sedici secoli, per assurdo dobbiamo dire “grazie” al saccheggio del 209 a.C. ad opera dei Romani: una vicenda triste per la nostra antica città, su cui torneremo, ma che ha dato al Colosso “una fama vasta e durevole”(Moreno); da Roma l’imperatore Costantino la fece trasferire nel 325 d.C. a Bisanzio, la Nuova Roma, chiamata Costantinopoli, insieme ad altre statue pagane di culto, portate via dai santuari dei Romani de Roma che, a loro volta, le avevano rapinate con saccheggi in Grecia, Magna Grecia e Sicilia, come ornamento e simbolo della sconfitta del paganesimo; il nostro Colosso fu distrutto nel 1204 dai Crociati nel sacco di Costantinopoli, come ci è noto dalla letteratura antica e medievale, per pagare i mercenari della quarta Crociata. Lunghissima dunque fu la vita di questo capolavoro: la statua colossale  rimase sulla nostra Acropoli per un secolo circa, fino al sacco di Quinto Fabio Massimo del 209 a.C.; trasportata un anno dopo sul Campidoglio a Roma dove fu venerata per ben 633 anni, sino al 325 d.C., anno in cui fu trasferita a Costantinopoli dove rimase integra per 879 anni.
Facciamo dunque la somma: agli 879 anni costantinopolitani sommiamo i 633 anni romani ed i 95 tarantini: fanno in tutto 1607 anni, 16 secoli di longevità del Colosso tarantino di Herakles! Abbastanza per lasciare ricordi nelle memorie scritte e l’eco della fortuna artistica “lisippea” riscontrabile all’occhio del critico d’arte antica in altre opere di scultura o di pittura, ispirate all’Herakles meditante di Taranto,  da ieri fino ad oggi.
Per incontrare la scultura antica che meglio consente di ricostruire l’immagine del colosso tarantino di Herakles ci rifacciamo ad una statuetta in marmo dal villaggio di Archar, già conservata nel Museo Regionale di Vidin, nel N-O della Bulgaria nel sito, uno strategico avamposto dell’impero romano sulla riva del Basso Danubio, di nome Ratiaria, appartenuta in passato alla tribù tracia dei Moesi, nata presso le miniere, nel IV sec.a.C.: lì sorse, nel 107 d.C., la colonia Ulpia Traiana Ratiaria, città-arsenale, chiave per i romani per la produzione di armi e la difesa dei confini sulla frontiera. Ebbene, in quel lontano avamposto il culto antico dell’Herakles meditante di Taranto è testimoniato in una statuetta di marmo di arte provinciale di età severa II sec.d.C. che rispecchia fedelmente la descrizione che abbiamo dalle fonti sul Colosso di Herakles di Lisippo.
Deve inorgoglire i Tarantini sapere che  l’arte di Lisippo e del suo Herakle ha ispirato una riproduzione in scala minore del Colosso tarantino di Lisippo, fino alla Dacia, dove, tra il rumore delle armi, la statuetta di culto comunicò messaggi di riflessione  sulle angustie della guerra e della vita. L’Herakles meditante di Ratiaria fu venerato, infatti, dai militari Romani dell’impero, stanziati in quel lontano avamposto dell’antica Bulgaria; è stato fino a pochi anni fa un importantissimo attrattore museale turistico di quella regione. Peccato che da un articolo scientifico del 2009 risulti trafugato dal Museo di Vidin, in una regione un tempo saccheggiata da Unni ed Avari ed ora da scavatori di frodo della criminalità organizzata che buttano per aria intere necropoli, in balia dei predatori dell’arca perduta, cacciatori di tesori che stanno distruggendo una delle colonie più gloriose dell’antica Roma.
Tra i reperti trafugati  c’è anche la riproduzione nota come l’Herakles di Ratiaria, di cui resta solo l’ombra nel pannello esplicativo del Museo MarTA. La notizia fresca  mi viene pochi giorni fa da un’archeologa bulgara: adesso la statua, la gemella più piccolina del Colosso tarantino Herakles, si trova a Sofia, trattenuta per ragioni amministrative, in una situazione legislativa antiquata sulla tutela del patrimonio archeologico bulgaro.

Giovanna Bonivento Pupino

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