Cultura

Chiusa la Porta Santa di Taranto, Santoro: «Che la nostra sia una chiesa di porte aperte»

Il testo integrale dell'omelia pronunciata ieri dall'arcivescovo


Anche a Taranto, come in tutte le altre diocesi del mondo, nel weekend è stata chiusa la Porta Santa dell'Anno Giubilare della Misericordia. Questa settimana resta aperta solo quella di San Pietro che sarà chiusa da Papa Francesco.

Di seguito il testo completo della omelia pronunciata da monsignor Filippo Santoro alle 16.30 di ieri nella basilica Cattedrale di Taranto:

«Cari fratelli e sorelle,

oggi concludiamo il Giubileo Straordinario della Misericordia indetto dal Santo Padre, Papa Francesco, al quale va la nostra preghiera e il nostro filiale rispetto.

Il successore di Pietro su impulso dello Spirito, ha intuito il tempo necessario della misericordia, misericordia che regge la comunità ecclesiale; misericordia che fa brillare la Chiesa rendendola un faro per tutti gli uomini e le donne assetati di salvezza. Nessun uomo, nessuna donna, può vivere senza amore. Ma di che amore si tratta? Senza considerare le forme di amore falso e vuoto ci sono tante forme d’amore; Gesù e la Chiesa ci parlano dell’amore del Padre  che precede ogni cosa, che amando crea, che amando dona il suo Figlio per la nostra salvezza, che amando effonde lo Spirito Santo, donandoci una vita che non può morire. Dio ha un volto e un nome: è Gesù Misericordia!

Io spero che ciascuno di noi in questo Giubileo non si sia messo nella schiera dei novantanove giusti, che non hanno bisogno del pentimento, ma si sia sentito come quella pecorella recata sulle spalle del Buon Pastore. Ringraziamo Gesù, perché ancora oggi si siede con i peccatori e mangia con loro. Ecco Gesù, il maestro, a lui non dispiace sedersi con noi e fare comunione con noi peccatori!

Questo Giubileo ha rappresentato un fermento, un vino nuovo e vivace; ci porta ad una profonda revisione del nostro vivere ecclesiale, ci ha stimolato nella ricerca dell’essenziale. Ci ha spinto sull’ospedale dal campo del mondo che ha bisogno di sentire il balsamo dell’accoglienza. Gli uomini infatti non cesseranno mai di avere sete di misericordia, tutti hanno bisogno dell’anno di grazia, di udire una parola di liberazione e di libertà, tutti devono avere la possibilità di ritornare a casa: non c’è nessuno che non è atteso sull’uscio dal padre misericordioso e il Papa ci ha invitati a condividere i pensieri del cuore di Dio.

Siamo quindi stati messi di fronte a ciò che è essenziale nel Cristianesimo: “l’amore di Dio che si è manifestato in Gesù Cristo, morto e risorto”, che si fa vicino a noi e ci raggiunge.

Questo è il frutto principale del Giubileo che in realtà oggi non viene chiuso, ma segna un punto di inizio e di stile e nell’agire della Chiesa del Terzo Millennio cristiano. Il Giubileo della Misericordia è un evento che testimonia che la Chiesa è viva e giovane, com’è giovane il perdono di Dio che fa nuove tutte le cose.

Il vangelo di questa domenica ci parla della fine del mondo con un linguaggio forte ed apocalittico proprio del tempo si Gesù, ma che si addice anche al nostro tempo quando pensiamo al terrorismo in Europa ed in particolare del Medio Oriente, al drammatico esodo dei migranti e rifugiati, ai terremoti, ai disastri ferroviari, all’inquinamento dell’ambiente che porta gravi malattie proprio nella nostra terra, alla crisi economica e alle guerre di ogni tipo. Il Signore che a coloro che ammiravano le belle pietre del tempio dice “di quello che vedete non sarà lasciata pietra su pietra” e presenta con  linguaggio apocalittico la fine del mondo e aggiunge: “Ma prima di tutto metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. … Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. Che commozione dinanzi a queste parole del Signore! Nella tempesta non siamo soli.

Commozione come frutto della misericordia è la parola che abbiamo usato come punto di partenza del nostro nuovo anno pastorale. La parola misericordia ci sembrava desueta fino a qualche tempo fa, un vocabolo che sembrava richiamare solo qualche devozione. Oggi misericordia risuona in noi come indice di quel cuore di Dio che non è indifferente al dolore degli uomini. Abbiamo scoperto che dietro la parola misericordia c’è il gesto tenero del papà che ha cura di ogni figlio. Misericordia sono le viscere materne di Dio, che ha cura soprattutto del debole e freme fin quando noi non siamo felici. Misericordia è la compassione, il fatto che Dio sente il nostro stesso dolore. Misericordia è la sua solidarietà che dona il suo corpo e il suo sangue, ci dona se stesso come nutrimento. Dio si commuove, si muove verso di noi.

Questa misericordia ci fa essere misericordiosi come il Padre  nei confronti dei nostri fratelli e della società in cui viviamo, ci fa muovere spinti dalla fede, della speranza e dalla carità. 

Ho sentito di recente  quel fremito di commozione, quella passione per gli uomini nel segno di Dio, quando, la settimana scorsa a Scutari in Albania, ho partecipato alla beatificazione dei 38 martiri dei nostri tempi. È stata un’esperienza grandiosa della fede che vince la ferocia e la perversione dei carnefici del regime che cercò di togliere il nome di Dio dalla vita quotidiana del popolo albanese. 

Di fronte alla efferatezza delle torture, 38 martiri, e tanti altri non ancora riconosciuti, hanno trionfato. Non era possibile resistere a tante torture senza rinnegare se non ci fosse stata una manifestazione della potenza di Dio. E nessuno ha rinnegato. Il Signore si è rivelato negli strazi come colui che non abbandona i sui figli e che è vicino dinanzi ai tribunali, ai supplizi più efferati sino quando non giunge la morte come liberazione e porta della vita. Il Signore ha vinto in questi suoi testimoni. 

Quando è stato tolto il panno che copriva il dipinto dei martiri nella cattedrale di Scutari il popolo piangeva e cantava il gloria in una gioia che non si può spiegare. Anche qui il pianto e la gioia così uniti ed inspiegabilmente insieme. Un canto che sgorgava dalla grande tribolazione. Una gioia inesprimibile che si elevava composta, forte e vibrante per questi fratelli e per questa sorella che molti avevano conosciuto, testimoni della vittoria dell'Agnello, avendo versato con Lui il loro sangue.

Commozione che spinge a testimoniare, commozione che infonde coraggio e purifica l’amore per i fratelli, commozione che spinge al sacrificio. Commozione che spalanca il cuore alla gioia, quella gioia che il mondo non può dare. La vera gioia che viene dal Signore.

L’intensità della fede dei martiri toccava la vita quotidiana

La nostra Porta Santa è la porta principale della nostra cattedrale, un varco che non sarà certamente murato come le porte delle basiliche papali, ma sarà la porta dalla quale tutti i giorni si continuerà ad entrare in chiesa. Colgo da questo un simbolo importante. Il Giubileo della Misericordia, da evento straordinario, diviene evento ordinario, fonte di gioia quotidiana per il dono dell’amore di Dio. Abbiamo cercato di riscoprire il sacramento della riconciliazione come Porta Santa aperta sempre, dalla chiesa più antica a quella più periferica, per il confessionale, ovunque esso sia, si passa direttamente al cuore del Padre senza anticamera. Siamo chiamati a tradurre e declinare la misericordia in ogni ambito della nostra vita dalla famiglia al lavoro. La misericordia è il nostro pane quotidiano!

E la misericordia si fa servizio.

In questi giorni è stata tolta l’impalcatura a Palazzo Santacroce. È un palazzo nobiliare molto bello  che la diocesi sta ultimando di restaurare grazie al contributo di ciascuno di voi che ringrazio. Sarà  centro di accoglienza per i poveri di Taranto.

Sono particolarmente felice perché questo luogo oltre è innanzitutto un luogo utile di accoglienza, ma è anche un luogo bello, semplice, di arte. Ma perché ai poveri non deve essere garantito anche l’incontro con la bellezza? Certo con sobrietà e dignità. Accanto ai diritti principali della salute, dell’ambiente e del lavoro, la città per ripartire deve promuovere il diritto alla bellezza. Non si può ripartire senza apprezzare il bello, non si può educare o rieducare senza la bellezza. Cominciando dalla pulizia delle strade, delle case, dei luoghi pubblici sino ad arrivare alla pulizia dall’inquinamento e dalla sciatteria e giungere al Museo archeologico, al Museo diocesano, alla Cattedrale ecc.. La Chiesa è bella quando serve. Il Maestro ha messo il seme della nostra crescita, del nostro progredire, del nostro diventare grandi, nella vocazione al servizio, nel farci piccoli con gli ultimi, con i più piccoli. I poveri, come promesso, li avremo sempre con noi, e saranno una occasione preziosa dell’ incontro con il Risorto,  perché, come ci dice papa Francesco, è nostro compito prenderci cura della vera ricchezza che sono i poveri.  Il servizio della Chiesa non consiste innanzitutto nell’offrire servizi, ma ridonare gratuitamente ciò che a nostra volta abbiamo ricevuto dal Signore, ovvero la dignità e l’amore. È così che il nostro servizio è pertinente lì dove l’uomo sente la sete di Dio, per i poveri, nel mondo del lavoro, della politica, della scuola; nelle grandi sfide della nostra terra, perché l’amore è servizio e ci sta a cuore Taranto che il buon Dio ci ha donato.

In ultimo vorrei indicare ai sacerdoti e a tutti voi cari fedeli tre impegni che nascono dal questo anno santo e che confermano un cammino  già iniziato.

  1. Che la nostra sia una Chiesa di porte aperte; che chiunque passi davanti alle nostre chiese e particolarmente davanti alle nostre parrocchie possa trovare le porte aperte, entrare e pregare a qualunque ora, salvi gli orari del riposo.
  2. Che nelle parrocchie ci sia non solo la possibilità, ma la facilità di confessarsi e che, per lo meno in ogni vicaria, ci sia almeno un posto dove ogni giorno si trovi un sacerdote a disposizione. Così a tutti sarà possibile trovare un confessionale come lo vuole papa Francesco: non luogo di tortura, ma incontro con la misericordia del Signore che spinge a rivedere la nostra vita e a fare il bene.
  3. In terzo luogo che possiamo essere persone che portano la misericordia. Ho parlato di chiese, di confessionali, ma il punto più importante è che il Signore si serve di noi per portare nel lavoro, in famiglia, nel quotidiano la sua misericordia. Che noi possiamo consumare la suola delle scarpe col cuore aperto, spalancato dalla misericordia. La grande strada è quella delle opere di misericordia che non valgono solo nell’anno santo, ma danno un valore nuovo al tempo e a tutta la nostra vita.

 

Desidero affidare la nostra Chiesa diocesana alla Vergine Maria, la madre della Misericordia, perché continui sempre a guardarci con i suoi occhi misericordiosi.

 

Madre Nostra,

Madonna della Salute,

che intercedi per i tuoi figli, e amorevole guardi ciascuno di noi,

offrendoci Gesù come unica nostra salvezza,

tieni fra le tue braccia la Chiesa di Taranto,

la chiesa di San Cataldo nostro amato patrono.

Ascolta la suppliche del tuo popolo

che nelle prove alza lo sguardo fiducioso al cielo

per contemplare l’avvento di Cristo Re;

rendici ardenti e generosi missionari della Misericordia,

apri il cuore di ognuno alla speranza,

e soprattutto mostraci sempre il frutto del tuo grembo,

o Regina della Chiesa, O tu clemente e pia,

o dolcissima Vergine Maria. Amen.

 

Benedicici o Madre e il Signore benedica tutti voi.

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