Cultura

Druidi, maciare e il coraggio di amare

“Incantesimo d’amore”: la fiaba di Angelo Mellone


TARANTO – “Incantesimo d’amore” è un fantasy. Non ambientato in terre mitologiche, non in una mitica Thule e nemmeno in un epico medioevo. No, la fiaba di Angelo Mellone è nel mondo di oggi e nei luoghi tangibili in quella curva meridiana tra i seni del Mar Piccolo, le grotte rupestri di Massafra e la gravina di Ginosa, tra le case bianche dalle tegole rosse del quartiere Dirupo di Pisticci e il Palazzo Margherita di Bernalda fino al centro commerciale di Policoro.  Luoghi e situazioni reali, che però indossano la veste del fantastico quando su grotte e viuzze calano le magie dei druidi e la notte è illuminata dai guizzi di folletti senza tempo che si mescolano all’arte antica delle maciare.  

È una fiaba, sì, ma è soprattutto una luce introspettiva sulla Terra di Mezzo. Non quella degli hobbit di Tolkien, no. La Terra di Mezzo di “Incantesimo d’amore” è quel punto nel guado della vita in cui sai di non poter più tornare indietro, stretto dal rimpianto per la «irrevocabilità degli istanti perduti» e dal timore di essere condannato al fallimento perché non hai avuto il coraggio di osare e sai che rischi d’esser sopraffatto dallo «strazio della solitudine quando ti fai anziano».
In questo guado esistenziale c’è Giuseppe, tranquillo impiegato sulla quarantina, che vive nel ricordo dell’unico pallido amore della sua vita. Nel guado c’è Maria, una decina d’anni più giovane, trafelata e insoddisfatta commessa in un negozio di abbigliamento sportivo. Tra loro si aggirano con astuta discrezione i tre munachicchi Gaspare, Melchiorre e Baldassarre; sono animati da un tale Nicola, misterioso vecchietto con lunga barba bianca, che li risveglia da un millenario letargo. E poi c’è Nonna Carmelina, sapiente depositaria di riti e segreti.
La storia si dipana nei giorni che precedono il Natale ed è nella settimana che accompagna al giorno più sacro della Cristianità, quello stesso giorno che affonda le radici nei culti pagani, che il piano prende forma.  
L’incantesimo  si crea man mano, tra selfie nei templi del consumo e cene cariche di nostalgie distillate a vista mare. E mentre la magia intreccia i destini, ecco affiorare la chiave della felicità: l’ascolto delle emozioni, per lasciar scorrere liberamente quell’amore troppe volte barattato per monete d’oro in una società dove la merce trionfa sulle relazioni, nel  continuo e corrosivo processo di accumulazione/dilapidazione degli affetti.
“Incantesimo d’amore” si rivela dunque una riflessione sulla vitale esigenza di amare e sentirsi amati, sul senso della famiglia, sul calore smarrito della comunità e sulla necessità di aprirsi al cambiamento, al saper andare oltre il già vissuto per prepararsi ad accogliere il grande dono: perché da qualche parte ci sarà sempre un Nicola con i suoi folletti a ricostruire il presepe di ognuno e a insegnare che «coraggio serve per volere bene».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.

Ti potrebbero interessare anche