Cultura

​Una città ostile alla cultura​

La politica e un paradigma da capovolgere


rimossi, per ordine del sindaco. Ma quei disegni sulle pareti di via Duomo – al netto della buona fede e della buona volontà dei ragazzi che li hanno realizzati – prima ancora che per l’assenza di autorizzazioni, sono stati bocciati dall’assenza di… certificazione artistica di qualità. Una polemica che ha ricordato quella che travolse il concorso per il banner di benvenuto da stendere agli ingressi della città. Ricordate? Fortunatamente ci si fermò alla sola premiazione dei vincitori.

Sarebbe tuttavia un errore ridurre la vicenda dei murales a mera questione autorizzativa. Il problema è più profondo e atavico e attiene all’assenza di qualificati riferimenti di politica culturale. Essere tarantini e agire “per il bene della città” non può essere lo stereotipato lasciapassare per imbrattare qualsiasi cosa capiti a tiro. Non è ammissibile che un contesto così complesso e delicato dal punto di vista storico e archeologico come la Città Vecchia subisca assalti “artistici” di ogni tipo. Questa insensata filosofia del pressappochismo negli anni ci ha regalato mosaici, sirenette e monumenti celebrativi di imbarazzante profilo. Un trionfo senza pudore del kitsch più nazionalpopolare che ha leso la dignità di un’Isola che conserva nel cuore delle sue pietre millenni di storia. Laddove ci sarebbero volute le valutazioni di storici dell’arte, paesaggisti, esperti nella tutela e valorizzazione dei centri storici, abbiamo preferito l’indecente invasione di manifestazioni più rispondenti a compulsiva autorefenzialità che a espressioni artistiche di qualità.

Che poi tutto ciò sia avvenuto impunemente, nella indifferenza o, peggio, con l’avallo delle amministrazioni, è ancora più avvilente ed è la dimostrazione di quanto la cultura Taranto sia stata sottovalutata, ignorata, vilipesa. Dalla politica soprattutto. Non è un caso che l’assessorato comunale alla cultura il più delle volte sia stato considerato un assessorato di scarto, di quelli in quota ai partiti che, per risultati elettorali, non potevano ambire alle deleghe che contano. Un contentino, insomma. Oppure un completamento per gli stessi partiti più robusti ai quali, non potendosi offrire solo deleghe pesanti, si attribuiva, per una forma di equilibrio, la delega alla cultura. La cultura ridotta quindi ad una mera tessera, per giunta residuale, del puzzle del manuale Cencelli. E quand’anche vi siano stati uomini o donne di cultura alla guida dell’assessorato, mai si è vista traccia di una progettualità delle politiche culturali. Anche per queste ragioni Taranto si mostra sovente città ostile all’arte e alla cultura.

Alcuni episodi illuminanti: negli anni ’50 fu bocciato l’avveniristico monumento a Paisiello dello scultore Nino Franchina, in quegli anni uno degli artisti più d’avanguardia riconosciuti a livello internazionale, e gli fu preferito il convenzionale busto di Canonica che oggi troneggia un po’ torvo sulla Discesa Vasto.

Uno dei due più grandi monumenti dell’arte contemporanea che oggi Taranto possa vantare, la Piazza Fontana di Nicola Carrino, è sfregiata quotidianamente dall’incuria e dai vandali e dall’ostilità di buona parte dei tarantini che non di rado ne hanno invocato la demolizione. L’altra grande opera contemporanea, la Concattedrale di Giò Ponti, fu sfregiata negli anni ’90 con la copertura delle sue irrinunciabili vasche: una mano di asfalto per trasformarle in uno squallidissimo parcheggio.

Per tornare in Città Vecchia, di Piazza Castello si era innamorato Giò Pomodoro, maestro dell’astrattismo del Novecento. Pomodoro consegnò un progetto che prevedeva installazioni di elementi scultorei con richiami simbolici alla Scuola Pitagorica: rimasto sulla carta e poi cestinato.

In quella piazza non abbiamo trovato niente di meglio da fare che l’ennesimo parcheggio con indecifrabile piedistallo all’ingresso di Palazzo di Città.

Tutti esempi in cui la debordante ignoranza ha prevalso sulla cultura. Se dunque Taranto vuole esprimere davvero le sue potenzialità culturali deve capovolgere questo paradigma. La cultura deve essere al centro di un progetto politico, non la sua quasi inutile appendice.

Enzo Ferrari
Direttore Responsabile

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